mercoledì 10 febbraio 2016

The Artist

Ieri su La Repubblica, la mia intervista a
Kengiro Azuma
Novant'anni di passione. Per Milano. E per l'arte.

«Ho chiamato mio figlio Ambrogio in omaggio a questa città, e mia figlia Mami unendo le due prime sillabe del nome di Marino Marini (il mio maestro di scultura a Brera) e di Milano stessa. Per “Mami” mi presero tutti in giro» racconta e ride. «Dicevano che sembrava la targa di una automobile. Per me era un gesto d'amore verso Milano e verso l'artista che mi aveva cresciuto come un padre». Sono passati sessant'anni da quanto Kengiro Azuma arrivò qui, da Tokyo, con una borsa di studio in tasca. E novanta anni da quando è nato, a Yamagata, il 12 marzo del 1926. Doppio anniversario che il grande scultore giapponese festeggia con una mostra “Mu Yu. Il vuoto e il pieno”, curata da Susanne Capolongo e Stefano Cortina per lo spazio di Cortina Arte in via Mac Mahon. Da vedere, opere storiche, degli anni Sessanta, e un ciclo di disegni inediti degli anni Ottanta, costruiti sulla sintesi perfetta fra volumi occidentali e un senso del vuoto tutto orientale. Molto zen.
Perché scelse proprio l'Italia?
Erano gli anni Cinquanta, tutti i miei amici e colleghi volevano andare a Parigi, ma io sentivo che l'Italia era più moderna. C'era, allo stesso tempo, più storia e più progresso.
E perché proprio Milano?
Avevo visto in quei giorni, su un depliant che girava alla facoltà d’arte di Tokyo, una scultura di Marino Marini e ne rimasi affascinato. Volevo conoscerlo, volevo imparare da lui. E lui stava qui, a Milano. Tutti mi dissero che ero pazzo, che sbagliavo. Che avrei dovuto scegliere Firenze o Roma, le città d'arte più famose. Ma io ero testardo. E ho indovinato bene.
Ha sempre voluto fare l'artista?
Da ragazzo ero confuso. A 17 anni lasciai il liceo per entrare nell’Accademia aeronautica della Marina. Ho combattuto dal '43 prima come pilota. Poi decisi di diventare kamikaze, volevo immolarmi per la patria. Ma la guerra finì una settimana prima della mia missione suicida.
Come ne uscì?
Svuotato. Ripresi in mano la mia vita recuperando l'arte della mia famiglia, artigiani fonditori del bronzo; ricominciai a studiare e arrivai a laurearmi. Fu allora che partecipai al bando per una borsa all'estero. Pur di rimanere a Milano, rifeci tutta l'accademia da zero, altri quattro anni. Non mi sono mai pentito.
Milano com'era?
Una città viva, allegra, entusiasta. C'erano grandi maestri della scultura, Manzù, Messina, Minguzzi. Per non parlare di Lucio Fontana, un uomo geniale e simpaticissimo. A Tokyo ero cresciuto seguendo la lezione dei francesi. Rifacevo Rodin. Poi ho scoperto gli italiani ed è stata un'illuminazione.
Qual è il cuore della sua arte? Batte ancora?
Ho inseguito il senso della vita per riempire le voragini che la giovinezza mi ha lasciato. Ancora oggi mi interrogo sul mistero dell'esistenza. Vivo nel buio, sono pieno di dubbi. Le superfici delle mie sculture alternano spazi vuoti e pieni. Indago l'armonia degli opposti, l'equilibrio fra bene e male, freddo e caldo, pesante e leggero. È come il principio del tao.
Vale anche per la nuova scultura davanti al Monumentale?
È una piramide che svetta verso l'alto, una stele che collega cielo e terra, fatta di materia soda e di buchi profondi, improvvisi. Trenta mecenati milanesi hanno acquistato 30 gocce di bronzo che ho scolpito come simbolo di questo dono, per finanziare la fusione uscita dalla Fonderia Battaglia, che ha promosso l'iniziativa. Una specie di sottoscrizione pubblica, come accadde per il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.
Milano, allora, è ancora viva?
In questo sì, anche se nel mondo dell'arte si è tutto un po' uniformato. Non ci sono più grandi maestri e allievi pazienti. Vogliono arrivare tutti subito. Soprattutto i giovani. Fanno le scale tre per volta. Io consiglio di lavorare sodo e fare un passo dopo l'altro. La fretta non aiuta mai.
Quali luoghi di Milano ama di più?
La Bovisa dove abito. E il Museo del Novecento, dove torno a vedere i miei padri nobili. Fontana illumina il sagrato del Duomo con il suo neon. Una sala ospita la raccolta splendida di sculture di Marino Marini che torno a trovare per pensare a lui. Quando morì mi lasciò il suo studio in via Cernaia. Ancora ci lavoro. Quasi tutti i giorni.




martedì 9 febbraio 2016

La mostra

La time machine di Vezzoli
al Museion di Bolzano.
L'illusionista che ama il passato.
E i paradossi temporali.
Dalla Roma degli dei
alle dive dei telefoni bianchi.


Da una parte c'è il cielo terso delle Alpi e il bianco clinico di sale ritagliate fra pareti di vetro. Dall'altro, i decori fastosi e le statue classiche di un piccolo mondo antico, popolato di veneri, satiri e dei. Messe insieme, le due cose, fanno uno strano effetto. Anacronistico. «Ho voluto giocare con la storia. Ma in modo serio». Francesco Vezzoli, artistar italiano fra i più riconosciuti all'estero, spiega con leggera ironia lo spirito dell'intervento che ha firmato, come guest curator, al Museion di Bolzano (fino al 6 novembre). «Un'astronave fra le montagne» definisce questo guscio trasparente votato all'arte contemporanea che si rinnova di continuo, rigirando le collezioni, modificando gli spazi, affidandoli alle cure di ospiti speciali, chiamati proprio a “giocare” con le opere nei depositi, con gli ambienti mutanti. Il direttore Letizia Ragaglia ha scelto lui per allegria: «ero affascinata dalla sua capacità di creare ossimori, cortocircuiti e paradossi temporali. Mi chiedevo cosa avrebbe combinato con la nostra raccolta». Il risultato è una pinacoteca dove i quadri moderni vestono cornici antiche, sottratte idealmente ai capolavori della storia dell'arte e riprodotte sul muro da un team di esperti del trompe-l'oeil. Con la regia di Vezzoli, hanno lavorato in sei, per due settimane, a ventisette montature tecnicamente perfette. L'istinto è di allungare la mano per toccare uno spessore che non c'è. Ecco allora un plexiglas di Emilio Vedova con la cornice del Ritratto di Baldassare Castiglione di Raffaello, una foto di Arnulf Rainer con quella del Bacio di Hayez, un Achrome di Piero Manzoni nella cornice della Primavera di Arcimboldo, un ritratto divisionista dell'altoatesino Albert Stolz nobilitato dalla cornice del Tondo Doni di Michelangelo. L'inganno è doppio. Le cornici appartengono ad altri quadri, ma sono totalmente fittizie. E la trappola scatta anche salendo all'ultimo piano dove, in una gliptoteca degli equivoci, torsi d'eroi greci o busti della Roma imperiale sfoggiano teste attuali: volti porcellanati di dive degli anni Trenta o di icone del cinema, come Sophia Loren, a sua volta trasformata in una musa di de Chirico, con l'abito a mo' di colonna dorica. Qui però le opere non sono proprietà di Museion, ma escono dalla collezione personale di Vezzoli; messe insieme per la prima volta, fanno il punto sulla sua produzione plastica, dal 2011 a oggi. È un gioco delle parti. Lui ha allestito il museo. Il museo ha allestito la sua prima retrospettiva. In entrambi i casi, lo slittamento fra passato e presente disorienta e diverte. Il visitatore è accompagnato per mano, in questa time machine, da due vademecum: il librino, nella sala dei marmi (i pezzi originali vengono dalle aste di New York), spiega la natura di ogni accostamento, mentre le didascalie take-away, nella pinacoteca impossibile, si leggono e si portano via come tasselli di una installazione temporanea. L'operazione è tutta concettuale, come il salto nel tempo all'indietro di Vezzoli che ha sostituito alle celebrities dei suoi video pop, da Eva Mendes a Lady Gaga e Sharon Stone, nomi enciclopedici, da Petronio a Ovidio a Piranesi. E non si auto-ritrae più come un attore glamour dalle lacrime luccicanti di lurex, ma come un Apollo togato che piange lacrime di marmo. «Il futuro – commenta – appartiene all'archeologia».

Dal mio pezzo su La Repubblica, domenica 7 febbraio 2016





lunedì 18 gennaio 2016

Highlights

La cupola di San Gaudenzio
A Novara, 121 metri di leggerezza

È stato il più visionario e funambolico architetto dell'Ottocento italiano. Un progettista demiurgo di cupole dalle guglie periscopiche. Un'archi-star col sogno verticale di conquistare il cielo. Alessandro Antonelli (1798-1888), famoso per la Mole Antonelliana di Torino, ha firmato in terra novarese una decina di cantieri temerari. Come la cupola di San Gaudenzio a Novara, innestata sul corpo cinquecentesco del Tibaldi. Sullo sfondo delle guerre di indipendenza, i lavori avanzarono per trent'anni a singhiozzo; a ogni ripresa, Antonelli aggiungeva un girone al suo paradiso di mattoni e colonne, arrivando a 121 metri di vertigine. A un livello medio della salita, è allestita una mostra che, attraverso pannelli didattici sui luoghi antonelliani, ricostruisce la mappa delle opere nel novarese, dalla parrocchiale neoclassica di Borgolavezzaro alla Rotonda di Fontaneto, un pantheon piemontese, al Santuario di Boca, dalla facciata ritmata come una foresta. Il viaggio continua fra le residenze padronali della Valsesia; come Villa Caccia, una casa bianca dall'anima palladiana. Peccato non ci siano progetti originali, ma riproduzioni ben raccontate; oltre a gustosi acquerelli di urban sketchers ispirati alle vette audaci del maestro.

(da La Repubblica, sabato 16 gennaio 2016)

Novara, Sala del Compasso della Cupola, fino al 7 febbraio, info 0321.304059.

giovedì 14 gennaio 2016

La foto del giorno

La Certosa di Pavia
Anteprima
in uscita su La Repubblica, la prossima settimana, il mio racconto di uno dei luoghi italiani
più amati dai viaggiatori dei secoli scorsi.

Come il diplomatico francese che, a fine Ottocento, in visita a Pavia, rimase colpito 
dalla «mirabolante congerie di ornamenti, statue, bassorilievi, fogliami, bronzi, 
medaglie, colonne, pinnacoli».
Nuovi restauri, al via con la primavera, riporteranno in luce antichi splendori.





martedì 12 gennaio 2016

La mostra

Tu sei quello che leggi
A Rancate (in Ticino) la mostra sulla lettura
è un capolavoro. Dell'Ottocento.
Ultimi giorni per visitarla. Merita.

Il ritratto di Clara, La lettrice dipinta da Federico Faruffini nel 1865, dice tutto su cosa significasse, nella seconda metà dell'Ottocento, prendere in mano un libro. Soprattutto per una donna. E cioè: riscatto, emancipazione, amor proprio e anche seduzione intellettuale. Tanto più che, in questa immagine piena di sex appeal, Clara volge le spalle (discinte) allo spettatore e gli mostra sdegnosa la sigaretta che tiene fra le dita come un vezzo, una libertà conquistata. Ecco perché la Pinacoteca Züst di Rancate, per la mostra “Leggere, leggere, leggere!” curata da Matteo Bianchi, ha fatto di questa vestale della cultura moderna, una delle icone del percorso. La diffusione della lettura, conseguenza dell'alfabetizzazione avvenuta alle soglie della rivoluzione industriale, è il tema che lega un’ottantina di pezzi fra tele, sculture e souvenir d'epoca, occhiali e leggii, penne e calamai, scelti per raccontare uno spaccato di vita comune, ambientato fra Lombardia e Ticino, due facce di un'unica matrice linguistica, artistica e culturale. Ciò che stupisce, oltre alla maggioranza di lettrici donne – più gradite ai pittori del realismo sociale venato di sentimento – è il fatto che fra città e campagna, il clima fosse quasi lo stesso; come se il piacere di leggere avesse contagiato ogni classe, dilagando in luoghi diversi. Le dame romantiche del bergamasco Trécourt passavano notti insonni sulle loro lettere scarlatte; i maestri di scuola di Gerolamo Induno sembrano usciti dalle pagine del Cuore di De Amicis; le domestiche con la crestina del milanese Angelo Trezzini rubavano i feuilletton dagli scrittoi delle loro padrone sullo sfondo delle guglie del Duomo, degna corona di scene languide. La dimensione pedagogica è evidente. «Leggete per vivere!» diceva Flaubert, alludendo alla vitalità di un progresso in atto. In ogni strato sociale. Non dunque appannaggio di pochi, di nobili, preti e padroni e della loro presunzione borghese. Ma anche dei cantastorie popolari di Bazzaro, delle contadine sotto i salici di Luigi Rossi, dei bambini serissimi, con la lavagna sotto il braccio, dello svizzero Albert Anker. Chiude questo viaggio fra le pagine, una sezione speciale dedicata agli scatti del fotografo siciliano Ferdinando Scianna, pubblicati nel libro Lettori (ed. Henry Beyle) omaggio commovente alla passione per l'oggetto-libro e per i gesti che lo cullano.


Pinacoteca Giovanni Züst, Rancate, Canton Ticino, fino al 24 gennaio, tel. 0041.91.8164791.

(da La Repubblica, sabato 9 gennaio 2016)


lunedì 28 dicembre 2015

Moore a Roma

Alle Terme di Diocleziano.
Le sculture di Henry Moore.
Un'esperienza surreale!
Ancora fino al 10 gennaio, le forme sode dell'artista inglese dialogano con i reperti antichi.
Gli ambienti dagli ampi soffitti voltati accolgono corpi di donne liquide.
Nel piccolo chiostro brilla un Ritratto femminile del IV secolo che merita una gita, 
anche a mostra finita.




domenica 20 dicembre 2015

Giotto in Milan


The master of God.
The protagonist of the fourteenth century star system.

The first room is a leap into the unknown. Deep shadows and the darkest of iron used to cover the floors and volumes, according to the project of setting up “in black” by Mario Bellini, welcome visitors into a gloomy forest illuminated by the light of faith. The Madonna of San Giorgio alla Costa and the Badia Polyptych emerge from the shade like apparitions: an epiphany of painting. Giotto di Bondone (1267-1337), known simply as Giotto, was the Dante of Italian art, the father of a modern language, a divine comedy comprised of saints and Madonna’s that widens the heart and mind with its open spaces, living nature, profound humanity. A dolce stil novo (sweet new style) told by the “Giotto, l'Italia” (“Giotto, Italy”) exhibition, open beginning today at the Royal Palace, through 14 major works, masterpieces that have been familiar to us since high school. Curated by Serena Romano and Pietro Petraroia, produced by the city hall and by Electa, with an investment of 1.6 million euro, this exhibition has the great advantage of being monographic, a “one man show” without flaws or replacements, no minor works, uncertain attributions, friends, relatives or future heirs. Just Giotto and a selected group of pieces for a never-before-seen itinerary. The exhibition held at the Uffizi Museum in 1937 gathered eight works. It seemed like a miracle. Today, there are almost twice as many and it is a record. In fact, during his lifetime, in fifty years of work, Giotto signed about twenty individual works, including crosses, altarpieces and polyptychs, beyond the illustrious frescoes spirited throughout Italy. This also explains the national slant of the title: “Giotto, Italy”, in the sense that, at the dawn of the Renaissance, his figure, halfway between craftsman and entrepreneur, courtier and intellectual, became the symbol of an entire country, a testimonial of a shared culture. “The protagonist of the fourteenth century star system,” explains Serena Romano, “Giotto embodies the model of the entrepreneur, of the creative who conceives ideas and entrusts them to others to execute. A forefather of Jeff Koons and all of contemporary art where genius counts and not the execution.” So, it is useless to look for his imprint between the heads of angels that crowd the coronation of the Virgin in the splendid Baroncelli Polyptic of Santa Croce in Florence. Giotto, prince of a medieval factory, invented the revolutionary formula of the continuous narration, a single scene that breaks through the limits of the doors, but who then assigns the task of completing the painting to his staff. From the first room to the last, the invitation is clear: look for signs of a revolution. In God the Father, which came from the Scrovegni Chapel in Padua, the depth of the throne seems to ‘pierce the wall’, as Mario Sironi said, and the foreshortened hand anticipates the famous feet in the foreground of the Dead Christ by Mantegna by nearly two centuries. In the polyptych of Santa Reparata in Florence, the tenderness of baby Jesus and the loving glance of the Saints bring true sentiments on stage. In the Stefaneschi Polyptych, the altarpiece painted for the Basilicata of St. Peter that has never left the Vatican in 700 years of history, there is a chessboard perspective, an altarpiece within an altarpiece, put together like a Russian doll, which deceives the senses. In a journey that crosses Italy and meets with the most illustrious patrons, from the order of the Franciscans to the papacy, from Roberto d’Angiò to the Florentine bankers, we discover the fortune of his talent and the long wave of his fame, which reached Milan and the court of Azzone Visconti, for whom he painted, right in the Royal Palace, a cycle of frescoes now lost. The exhibition ends with a medley of quotes by modern authors bowed to his genius: De Chirico was enchanted by his ‘metaphysical spaces’, and Rothko by his ‘disintegration of unity’, Klein by his ‘entirely blue monochromes’.