mercoledì 14 gennaio 2015

Scusate il ritardo!

Torno alle mie pagine dopo un'assenza non giustificata, soprattutto in un inizio anno segnato da riforme, polemiche, drammi.
Nei prossimi giorni seguiranno nuovi post, aggiornati e pungenti, per mantenere fede alla tradizione del blog. 
Nel frattempo, segnalo una mostra gustosa, allestita al Palazzo delle Paure di Lecco. 
Riscoperta allegra di un pittore moderno che dipingeva all'antica.

Nel 1937 una sua opera fu presentata all'Esposizione Universale di Parigi. Era un bel paesaggio dal sapore romantico che si aggiudicò le lodi della giuria e una medaglia d'oro. Sarà per via di questo entusiasmo per il suo lavoro che Donato Frisia (1883-1953) non si accorse di quello che gli accadeva intorno. Del fatto che Picasso aveva esposto, a pochi metri da lui e nello scalpore generale, Guernica. O che, solo tre anni prima, la galleria del Milione – dove si fermava spesso di passaggio a Milano – aveva ospitato Kandinsky lasciando l'Italia a bocca aperta davanti alle sue forme astratte nel vuoto. Forte dei consensi che il pubblico conservatore dimostrava verso i suoi nudi classicheggianti, le vedute esotiche, i panorami glamour, di Portofino, Venezia, Bardonecchia, Frisia non si preoccupò di aggiornare il suo stile tecnicamente perfetto, formatosi a Brera, alle lezioni di Tallone, Boito o Butti, per sposare modi moderni. Rimase felicemente all'oscuro delle novità che stavano rivoluzionando il mondo dell'arte. Una splendida retroguardia, insomma, a cui il Comune di Lecco, pensando alle sue origini brianzole (nonostante le trasferte, visse tutta la vita a Merate) dedica oggi una retrospettiva, curata da Mario Casiraghi e Aldo Mari, che riscopre questa figura all'antica. Dietro la barba folta e riccia, un po' alla Gustave Klimt, col cravattino strizzato sul collo, dipingeva immagini che gli erano rimaste negli occhi nel corso dei lunghi viaggi: i minareti di Costantinopoli, il deserto del Marocco, i picchi delle Alpi o le belle donne in posa, memori dei ritratti languidi di Boldini, ma immerse nelle atmosfere sospese del ritorno all'ordine. Opere candide, dalla pennellata serena, mai stressata dalle urgenze di una denunzia, dai drammi della guerra (quando schizzava volti dei compagni al fronte), dalle tensioni dell'era meccanica e, soprattutto, immuni dalle ricerche degli amici parigini. Che si chiamavano proprio Picasso o Modigliani. Quest'ultimo lo ritrasse in alcuni disegni. Lui ne fu felice, ma non fece un plissé. E continuò a dipingere scenari ariosi, spaziando dal “suo” lago di Como fino all'Isola di Malta, in un ciclo di acquerelli poetici che il Ministero dell'Istruzione gli commissionò nel 1932.
Lecco, Palazzo delle Paure, p.zza XX settembre 22, fino al 1 febbraio, info 0341.481247.
(da La Repubblica, sabato 19 gennaio 2015)


venerdì 12 dicembre 2014

Anteprima

Art-bonus. 
Costi e benefici della nuova riforma Franceschini.

Ne hanno parlato ieri, al Chiostro di Voltorre, esperti giuristi, economisti e storici dell'arte.
Oltre a imprese pronte a sponsorizzare la cultura, a fronte di agevolazioni fiscali.
Appuntamento (su queste pagine) per un resoconto della giornata.
La speranza è l'ultima a morire... anche a Pompei!
Che attende fiduciosa i frutti del decreto.

domenica 7 dicembre 2014

A proposito di parrucchieri

Evviva la donna bionica con la chioma spettinata.


Premetto che, di norma, non amo gli articoli che incensano le donne lavoratrici, le mamme wonder woman, il multitasking femminile inteso come condizione eccezionale ed encomiabile. Non li amo perché penso sempre che, incensare una cosa, contribuisca a metterne in evidenza la rarità. Mentre la figura della “donna in carriera” (o semplicemente della donna che si fa un paiolo così per mantenere se stessa e gli altri) è una costante, un dato acquisito e, come tale, dovrebbe essere considerato e rispettato. Senza retorica.


Detto ciò, sfogliando l'ultimo numero di D di Repubblica, mi sono imbattuta ieri in un servizio sulla top model brasiliana di origine tedesca, Gisele Bündchen che, a 34 anni, pare sia la modella più pagata del mondo. Ovviamente bellissima, mamma di due figli e ragazza copertina di Chanel N.5.
In un occhiello l'articolo recita: «Su internet ha postato una foto da mamma bionica, in cui allatta la piccola Vivian, circondata da una folla di manicure, truccatori e parrucchieri».
Felice per Gisele, ma mi sembra che il titolista abbia uno strano concetto di donna bionica. In base alla mia esperienza, la cyber-mamma è quella che, mentre allatta, studia, fa concorsi, colloqui, risponde alle mail, al telefono, al fax, consola la collega depressa, coccola il marito disoccupato, completa progetti in notturna da consegnare in ufficio il giorno seguente, e intanto carica la lavatrice, surgela gli avanzi e porta a spasso il cane moderando una conference call. E, la vera mamma bionica – cara Gisele (e caro titolista snobbone) – generalmente non guadagna 47 milioni di dollari in un anno; va dal parrucchiere quando la ricrescita è larga come la faglia di Sant'Andrea e, durante le riunioni, nasconde le mani sotto i block notes, perché ha passato la notte a mangiarsi le unghie dallo stress.
Giuro che, da domani, torno a parlare di arte!


mercoledì 3 dicembre 2014

Forte e Chiara

Lezioni di sostenibilità dal parrucchiere.
Che ha più stile di Expo.

E più rispetto delle nostre risorse.

Mentre il Museo di storia naturale di Milano ospita l'ennesima mostra sul food (l'immagine grafica è una cipolla sbucciata!) e mentre Expo sfoggia in tv slogan mangerecci, spot che celebrano la cucina e immagini pubblicitarie con pizze e panzerotti, una lezione sul vero tema dell'alimentazione – che non significa solo ingozzarsi, ma anche nutrire il cervello – viene dal mio parrucchiere.
Strano ma vero, fra uno shampoo e una phonata, mi racconta con orgoglio la storia di un'azienda specialista in prodotti per i capelli che, a Parma, da trent'anni pensa alla bellezza nel rispetto dell'ambiente. Ciò vuol dire che, in flaconi di plastica riciclata e riciclabile (dopo aver finito il balsamo potete usarli per metterci anche il latte o la salsa!), vengono conservati trattamenti per la chioma a impatto zero per il pianeta.
Realizzati servendosi solo di risorse energetiche rinnovabili e attingendo ai principi attivi di frutta e verdura fornita da produttori altrettanto bio, ecco allora colori, spume, creme e conditioner fatti coi pomodori e i cetrioli, con le piante medicinali e aromatiche, con amidi naturali, estratti di malto, nocciole, mirto, rucola o sambuco, oli di oliva e latte di mandorla. Ricette per uno styling ecologico che ha aderito, da qualche anno, al progetto LifeGate's contro le emissioni di Co2 generate dalla produzione dei packaging, secondo quanto stabilito dal Protocollo di Kyoto.
Ma è possibile che questa lezione di sostenibilità venga da un salone di bellezza, mentre da Expo arrivano solo messaggi stile masterchef? Io, invece dei segreti culinari per scoprire come cuocere i bucatini, mi aspetterei di trovare l'anno prossimo, in tavola, argomenti come questi: che parlino di prodotti naturali, riduzione degli impatti ambientali, distribuzione a km zero, cooperazione fra aziende... perché i banchetti coi piatti tipici si possono trovare nella food-court di qualsiasi mall di provincia.
Per concludere, nel caso vi interessi la lavata di capo "equa e solidale", l'azienda di Parma si chiama Davines, ha un sito ricco di spiegazioni e, per la cronaca, io ho testato i prodotti con ottimi risultati, compreso lo shampoo al pomodoro, che non mi ha trasformata in un vegetale ma mi ha regalato una una pettinatura liscia come l'olio. Extravergine, of course...

venerdì 21 novembre 2014

Belle scoperte

Il fante con lo stivale ricamato.
Alla Rocca di Angera, lavori in corso nella Sala della Giustizia.
Un ciclo di affreschi racconta la guerra lampo dei Visconti.
E spunta, sotto la calce, lo stivaletto di un soldato stremato dai combattimenti.


I cavalieri, le armi e gli amori. Pochi amori, per la verità, e molte armi, scudi, spade, vessilli e lance in resta, nel ciclo di affreschi medievali più bellicosi della Lombardia. È quello che, alla Rocca di Angera, nella sala della Giustizia (il nome lo deve all'effige della Giustizia in trono, capolavoro di eleganza cortese, raffigurata sul muro a nord), narra gli episodi della Battaglia di Desio, combattuta nel gennaio polare del 1277 dai Visconti contro i Torriani per il dominio del territorio di Milano. Il fatto sanguinoso vide la famiglia Della Torre annientata dalla strategia militare dei futuri Duchi, in un testa a testa durato l'arco di una notte. Una guerra lampo che il pittore ingaggiato dai Visconti per celebrare, nella loro antica Rocca sul Lago Maggiore, l'impresa e la vittoria, dipinse a poche ore dalla fine delle ostilità, col piglio del cronista, così informato sui fatti da raccontarli di getto. E con dovizia di particolari, a giudicare dal resoconto accurato, dipanato in sette capitoli densi di notizie in diretta dal fronte, raccolte da un maestro sul quale, oggi, si sono accesi i riflettori. Mentre gli storici dell'arte discutono l'enigma della sua identità (niente nome ma, visti i committenti illustri, pare fosse piuttosto quotato), la famiglia Borromeo, proprietaria della Rocca sin dalla metà del Quattrocento, dopo la caduta dei Visconti, ha affidato al laboratorio milanese di Carlotta Beccaria – che da anni segue le proprietà dei principi, compresa la quadreria dell'Isola Bella – il restauro degli affreschi. Avviato a settembre e pronto a chiudersi per Natale, il cantiere è stato presentato ieri in anteprima alla stampa con una visita a cuore aperto delle immagini affrescate, molte delle quali emerse sotto strati di calce che ha nascosto per secoli alcuni brani dell'episodio. Come l'armigero spossato dal combattimento, seduto in un angolo e affiorato giusto ieri, con il suo stivaletto di pelle ricamato, sotto la spugna bagnata di una restauratrice del team. «Ogni giorno è una scoperta» racconta Carlotta Beccaria, «le scene principali erano già visibili, ma ci sono figure ancora da salvare». Soldati d'inverno, con le loro corazze pesanti e preziose, schierati davanti al loro Signore, Ottone Visconti ritratto nell'atto di benedire il nemico vinto, Napo Della Torre, prima di sprangarlo nella torre di Baradello, vicino a Como, e lasciarlo morire di fame, come il Conte Ugolino di Dante. Poveretto. Per fortuna che Ottone, oltre a essere condottiero, fu pure l'arcivescovo di Milano. Ma la clemenza non era una dote di famiglia, basti pensare al pro-nipote Bernabò, spietato e crudele, raffigurato nella splendida arca di Bonino da Campione al Museo d'arte antica del Castello Sforzesco, a sua volta avvelenato dal nipote Gian Galeazzo. Parenti serpenti, eredi di una saga familiare di cui il misterioso Maestro di Angera scrisse, nella Rocca, la prima pagina. Chiusi i restauri, il pubblico potrà visitare il complesso da febbraio, fra lotte e parate di questo mestiere delle armi... e della pittura.
(da La Repubblica,  20 novembre 2014)

lunedì 17 novembre 2014

Non serve essere economisti per capire che...


La cultura a costo zero non produce cultura.
Ma volontari volenterosi e specialisti disoccupati.

Nel caos delle novità (più o meno felici) varate dal ministero, spunta in questi giorni la proposta d'incremento dei servizi di volontariato.
Mentre, a Milano, si cercano ancora volontari per un Expo che ha bruciato i suoi fondi in maxi-compensi ingiustificati, a Roma la Soprintendenza sta inseguendo volontari per i musei pubblici e anche associazioni disponibili a occuparsi di aree archeologiche comunali. Mentre i volontari del FAI e del Touring tengono aperte le dimore storiche, le amministrazioni comunali continuano ad affidare le pratiche dei settori-cultura a stagisti e obiettori.
Premesso che il volontariato è importante, crediamo che debba tuttavia affiancare e non sostituire cariche specifiche. Tanto più che, con la scusa dei volontari, le cariche ricoperte da free lance o da personale qualificate assunte a contratto, vengono oggi tagliate per ridurre drasticamente i costi. E così ci ritroviamo con servizi di accoglienza, vigilanza, catalogazione e persino di ricerca inadeguati e improvvisati, a causa della presenza di figure volenterose, ma non necessariamente preparate e organizzate.
Questo fa tornare a riflettere sul nervo scoperto di tutta la questione culturale, eternamente irrisolta in Italia: come guadagnare dalla cultura, per non ricorrere a soluzioni a costo zero. Mortificanti.
Va benissimo parlare di conservazione e valorizzazione, ma sarebbe utile imparare a ragionare in termini di introiti, di ricavo, di profitto. E persino di speculazione, se questo significa sfruttare al meglio le nostre risorse, per aiutarle a rendere e per reinvestire il gettito proprio negli stessi processi di conservazione e valorizzazione.
Ancora una volta, tocca citare l'esempio anglosassone, dove il volontariato (nei musei sono attivi servizi di formazione accuratissimi per volontari efficienti, che sfoggiano divise lucidate e non si appisolano sulle poltrone in tenuta da camera), spalleggia le attività ordinarie di gestione, curate dagli specialisti di ogni settore. E questo accade, non perché inglesi e americani sia più ricchi, ma perché ci credono e basta! Credono che il museo sia un luogo sociale, sia un patrimonio della collettività. Amano la “cosa pubblica” e investono nelle risorse culturali. Anche quando sono poche, come nel caso dei musei a nord della west-coast, costruiti con niente sul niente, eppure dotati di sevizi e staff da favola.
Come fanno? Semplice, guadagnano.
Dai biglietti, che non costano 5 euro come al Castello Sforzesco di Milano, ma 15 dollari, come nelle grandi mostre a Palazzo Reale che – guarda caso – non finiscono nelle casse di Palazzo Reale, ma nelle tasche delle società produttrici, incistate come organismi alieni. In sintesi: Palazzo Reale non ci ha messo un ghello, non ci guadagna un ghello.
E guadagnano anche dai servizi: caffetterie attraenti e bookshop zeppi di gadget che, in Italia, il Mibact controlla e censura se ritenuti troppo ludici o ameni da squalificare il profilo della nostra cultura superiore. Snobismo decisamente fuori luogo.
Guadagnano, soprattutto, dalle donazioni che i visitatori (innamorati e rispettosi, appunto, della “cosa pubblica”) firmano a sostegno di un luogo che li rappresenta. All'ingresso di molti istituti stranieri, anche in Francia e Germania, brillano le targhe d'ottone con l'elenco dei benefattori e la cifra esatta che è stata versata a sostegno del museo.
Volete sapere il paradosso? Nel nostro paese questo non sarebbe possibile, perché le donazioni non sono, per legge, veicolate verso il destinatario della donazione stessa. Ovvero, un museo non ha il diritto di introitare i fondi che gli vengono generosamente destinati. E neppure quelli che ha guadagnato da solo, con l'olio di gomito di specialisti e pure di volontari. Al museo del Novecento di Milano, gli incassi delle splendide Card dedicate alle attività culturali, finiscono nelle casse del Comune, che può decidere come spenderli a suo piacimento. A Brera, per la grande mostra in arrivo a dicembre su Bramante, la soprintendente Sandrina Bandera ha dovuto ricorrere all'avvocatura di Stato, inventandosi una formula giuridica di collaborazione speciale, per incamerare i 300mila euro che Giorgio Armani ha scucito come sponsor unico della mostra. Altrimenti, anche quelli, sarebbero finiti nelle casse generali. E buonanotte sognatori.
Vizi di un sistema che continua a raggirare l'ostacolo. Che parla di riforme e non affronta questo punto fragile. Per cecità o per furbizia. Con il risultato che i musei avvizziscono, i volontari dormono, i professionisti preferiscono investire il tempo in incarichi paralleli e privati (meglio retribuiti), sottraendolo alla cura di un luogo che non restituisce nulla all'impegno.
Io non so gli altri, ma se a me chiedessero di farmi in quattro per guadagnare soldi destinati a finire altrove, probabilmente limiterei la fatica e delegherei il resto al volontario di turno, consapevole, sin dall'inizio, di non guadagnarci nulla.

martedì 11 novembre 2014

Viaggio in Lombardia

L'umanità di San Salvatore.
Il medioevo in un affresco.

Un guscio costruito con ciottoli di fiume e pietra serena nasconde un piccolo capolavoro d'arte romanica in Lombardia. È il ciclo degli affreschi di San Salvatore a nord di Casorezzo, vicino Milano, sulla strada che un tempo portava i viaggiatori da Pavia oltre le Alpi, attraverso una pianura verde di pini e di ciliegi.
Ancora poco studiato, ma al centro di un progetto di recupero e di valorizzazione, questo oratorio campestre custodisce immagini commoventi. Che ricordano quelle di Galliano, a San Vincenzo, o di Civate, in San Pietro al Monte. Meno note, ma forse più toccanti. Per l'umanità che distingue i personaggi delle scene sopravvissute ai secoli: le Storie di Maria, dell'infanzia di Cristo e della Passione.
Come la Visitazione della Vergine a Elisabetta, che strappa un applauso per il gesto della cugina: la sua mano poggia delicatamente sul ventre che custodisce il bambino. Un inno al naturalismo lombardo, al senso per la vita, per il corpo e per la terra di una pittura ispirata alla realtà delle cose e dei sentimenti.

Il ciclo degli affreschi di San Salvatore a Casorezzo e in corsa per ottenere il patrocinio del FAI nei suoi “luoghi del cuore”. Occorrono voti per salvare una perla.

Ecco il link per partecipare. Votate subito!