venerdì 21 novembre 2014

Belle scoperte

Il fante con lo stivale ricamato.
Alla Rocca di Angera, lavori in corso nella Sala della Giustizia.
Un ciclo di affreschi racconta la guerra lampo dei Visconti.
E spunta, sotto la calce, lo stivaletto di un soldato stremato dai combattimenti.


I cavalieri, le armi e gli amori. Pochi amori, per la verità, e molte armi, scudi, spade, vessilli e lance in resta, nel ciclo di affreschi medievali più bellicosi della Lombardia. È quello che, alla Rocca di Angera, nella sala della Giustizia (il nome lo deve all'effige della Giustizia in trono, capolavoro di eleganza cortese, raffigurata sul muro a nord), narra gli episodi della Battaglia di Desio, combattuta nel gennaio polare del 1277 dai Visconti contro i Torriani per il dominio del territorio di Milano. Il fatto sanguinoso vide la famiglia Della Torre annientata dalla strategia militare dei futuri Duchi, in un testa a testa durato l'arco di una notte. Una guerra lampo che il pittore ingaggiato dai Visconti per celebrare, nella loro antica Rocca sul Lago Maggiore, l'impresa e la vittoria, dipinse a poche ore dalla fine delle ostilità, col piglio del cronista, così informato sui fatti da raccontarli di getto. E con dovizia di particolari, a giudicare dal resoconto accurato, dipanato in sette capitoli densi di notizie in diretta dal fronte, raccolte da un maestro sul quale, oggi, si sono accesi i riflettori. Mentre gli storici dell'arte discutono l'enigma della sua identità (niente nome ma, visti i committenti illustri, pare fosse piuttosto quotato), la famiglia Borromeo, proprietaria della Rocca sin dalla metà del Quattrocento, dopo la caduta dei Visconti, ha affidato al laboratorio milanese di Carlotta Beccaria – che da anni segue le proprietà dei principi, compresa la quadreria dell'Isola Bella – il restauro degli affreschi. Avviato a settembre e pronto a chiudersi per Natale, il cantiere è stato presentato ieri in anteprima alla stampa con una visita a cuore aperto delle immagini affrescate, molte delle quali emerse sotto strati di calce che ha nascosto per secoli alcuni brani dell'episodio. Come l'armigero spossato dal combattimento, seduto in un angolo e affiorato giusto ieri, con il suo stivaletto di pelle ricamato, sotto la spugna bagnata di una restauratrice del team. «Ogni giorno è una scoperta» racconta Carlotta Beccaria, «le scene principali erano già visibili, ma ci sono figure ancora da salvare». Soldati d'inverno, con le loro corazze pesanti e preziose, schierati davanti al loro Signore, Ottone Visconti ritratto nell'atto di benedire il nemico vinto, Napo Della Torre, prima di sprangarlo nella torre di Baradello, vicino a Como, e lasciarlo morire di fame, come il Conte Ugolino di Dante. Poveretto. Per fortuna che Ottone, oltre a essere condottiero, fu pure l'arcivescovo di Milano. Ma la clemenza non era una dote di famiglia, basti pensare al pro-nipote Bernabò, spietato e crudele, raffigurato nella splendida arca di Bonino da Campione al Museo d'arte antica del Castello Sforzesco, a sua volta avvelenato dal nipote Gian Galeazzo. Parenti serpenti, eredi di una saga familiare di cui il misterioso Maestro di Angera scrisse, nella Rocca, la prima pagina. Chiusi i restauri, il pubblico potrà visitare il complesso da febbraio, fra lotte e parate di questo mestiere delle armi... e della pittura.
(da La Repubblica,  20 novembre 2014)

lunedì 17 novembre 2014

Non serve essere economisti per capire che...


La cultura a costo zero non produce cultura.
Ma volontari volenterosi e specialisti disoccupati.

Nel caos delle novità (più o meno felici) varate dal ministero, spunta in questi giorni la proposta d'incremento dei servizi di volontariato.
Mentre, a Milano, si cercano ancora volontari per un Expo che ha bruciato i suoi fondi in maxi-compensi ingiustificati, a Roma la Soprintendenza sta inseguendo volontari per i musei pubblici e anche associazioni disponibili a occuparsi di aree archeologiche comunali. Mentre i volontari del FAI e del Touring tengono aperte le dimore storiche, le amministrazioni comunali continuano ad affidare le pratiche dei settori-cultura a stagisti e obiettori.
Premesso che il volontariato è importante, crediamo che debba tuttavia affiancare e non sostituire cariche specifiche. Tanto più che, con la scusa dei volontari, le cariche ricoperte da free lance o da personale qualificate assunte a contratto, vengono oggi tagliate per ridurre drasticamente i costi. E così ci ritroviamo con servizi di accoglienza, vigilanza, catalogazione e persino di ricerca inadeguati e improvvisati, a causa della presenza di figure volenterose, ma non necessariamente preparate e organizzate.
Questo fa tornare a riflettere sul nervo scoperto di tutta la questione culturale, eternamente irrisolta in Italia: come guadagnare dalla cultura, per non ricorrere a soluzioni a costo zero. Mortificanti.
Va benissimo parlare di conservazione e valorizzazione, ma sarebbe utile imparare a ragionare in termini di introiti, di ricavo, di profitto. E persino di speculazione, se questo significa sfruttare al meglio le nostre risorse, per aiutarle a rendere e per reinvestire il gettito proprio negli stessi processi di conservazione e valorizzazione.
Ancora una volta, tocca citare l'esempio anglosassone, dove il volontariato (nei musei sono attivi servizi di formazione accuratissimi per volontari efficienti, che sfoggiano divise lucidate e non si appisolano sulle poltrone in tenuta da camera), spalleggia le attività ordinarie di gestione, curate dagli specialisti di ogni settore. E questo accade, non perché inglesi e americani sia più ricchi, ma perché ci credono e basta! Credono che il museo sia un luogo sociale, sia un patrimonio della collettività. Amano la “cosa pubblica” e investono nelle risorse culturali. Anche quando sono poche, come nel caso dei musei a nord della west-coast, costruiti con niente sul niente, eppure dotati di sevizi e staff da favola.
Come fanno? Semplice, guadagnano.
Dai biglietti, che non costano 5 euro come al Castello Sforzesco di Milano, ma 15 dollari, come nelle grandi mostre a Palazzo Reale che – guarda caso – non finiscono nelle casse di Palazzo Reale, ma nelle tasche delle società produttrici, incistate come organismi alieni. In sintesi: Palazzo Reale non ci ha messo un ghello, non ci guadagna un ghello.
E guadagnano anche dai servizi: caffetterie attraenti e bookshop zeppi di gadget che, in Italia, il Mibact controlla e censura se ritenuti troppo ludici o ameni da squalificare il profilo della nostra cultura superiore. Snobismo decisamente fuori luogo.
Guadagnano, soprattutto, dalle donazioni che i visitatori (innamorati e rispettosi, appunto, della “cosa pubblica”) firmano a sostegno di un luogo che li rappresenta. All'ingresso di molti istituti stranieri, anche in Francia e Germania, brillano le targhe d'ottone con l'elenco dei benefattori e la cifra esatta che è stata versata a sostegno del museo.
Volete sapere il paradosso? Nel nostro paese questo non sarebbe possibile, perché le donazioni non sono, per legge, veicolate verso il destinatario della donazione stessa. Ovvero, un museo non ha il diritto di introitare i fondi che gli vengono generosamente destinati. E neppure quelli che ha guadagnato da solo, con l'olio di gomito di specialisti e pure di volontari. Al museo del Novecento di Milano, gli incassi delle splendide Card dedicate alle attività culturali, finiscono nelle casse del Comune, che può decidere come spenderli a suo piacimento. A Brera, per la grande mostra in arrivo a dicembre su Bramante, la soprintendente Sandrina Bandera ha dovuto ricorrere all'avvocatura di Stato, inventandosi una formula giuridica di collaborazione speciale, per incamerare i 300mila euro che Giorgio Armani ha scucito come sponsor unico della mostra. Altrimenti, anche quelli, sarebbero finiti nelle casse generali. E buonanotte sognatori.
Vizi di un sistema che continua a raggirare l'ostacolo. Che parla di riforme e non affronta questo punto fragile. Per cecità o per furbizia. Con il risultato che i musei avvizziscono, i volontari dormono, i professionisti preferiscono investire il tempo in incarichi paralleli e privati (meglio retribuiti), sottraendolo alla cura di un luogo che non restituisce nulla all'impegno.
Io non so gli altri, ma se a me chiedessero di farmi in quattro per guadagnare soldi destinati a finire altrove, probabilmente limiterei la fatica e delegherei il resto al volontario di turno, consapevole, sin dall'inizio, di non guadagnarci nulla.

martedì 11 novembre 2014

Viaggio in Lombardia

L'umanità di San Salvatore.
Il medioevo in un affresco.

Un guscio costruito con ciottoli di fiume e pietra serena nasconde un piccolo capolavoro d'arte romanica in Lombardia. È il ciclo degli affreschi di San Salvatore a nord di Casorezzo, vicino Milano, sulla strada che un tempo portava i viaggiatori da Pavia oltre le Alpi, attraverso una pianura verde di pini e di ciliegi.
Ancora poco studiato, ma al centro di un progetto di recupero e di valorizzazione, questo oratorio campestre custodisce immagini commoventi. Che ricordano quelle di Galliano, a San Vincenzo, o di Civate, in San Pietro al Monte. Meno note, ma forse più toccanti. Per l'umanità che distingue i personaggi delle scene sopravvissute ai secoli: le Storie di Maria, dell'infanzia di Cristo e della Passione.
Come la Visitazione della Vergine a Elisabetta, che strappa un applauso per il gesto della cugina: la sua mano poggia delicatamente sul ventre che custodisce il bambino. Un inno al naturalismo lombardo, al senso per la vita, per il corpo e per la terra di una pittura ispirata alla realtà delle cose e dei sentimenti.

Il ciclo degli affreschi di San Salvatore a Casorezzo e in corsa per ottenere il patrocinio del FAI nei suoi “luoghi del cuore”. Occorrono voti per salvare una perla.

Ecco il link per partecipare. Votate subito!

venerdì 31 ottobre 2014

Pillole da Nuoro / 3


Fragili e insieme statuarie.
Le figure sedute di Giacometti rievocano gesti e sguardi lontani.
E una solennità, che mette tutti in ginocchio!

Il motivo delle figure sedute – nei ritratti della moglie Annette, del fratello Diego o dell'amico fotografo di origine rumena Elie Lotar – rievoca le pose delle statue templari egizie inginocchiate, l'iconografia degli oranti con le braccia stese sulle cosce e le mani aperte sulle ginocchia, oppure delle prefiche che, nel mondo antico, piangevano i defunti genuflesse sui giacigli.
Niente atti plateali, solo grande austerità e compostezza.
Doti condivise dalla statuaria tipica di altri popoli, fra cui i Baulé della Costa d'Avorio che vedevano nei simulacri del genere blolo bla “gli sposi” e “le spose dell’aldilà”, il culto di un'anima prenatale, lasciata nel regno dei morti al momento della nascita sulla terra e raffigurata come un'entità in trono, una dea dall'espressione malinconica ma solenne. 

martedì 28 ottobre 2014

Pillole da Nuoro/2

A un passo dal tempo. 
Giacometti e gli egizi. Mai così vicini.

Bronzetto di Neferhotep gradiente  
XXVI - XXX dinastia, 
Museo Archeologico di Bologna
Sono molti i disegni di Giacometti ispirati alle sculture egiziane tracciati su carte sparse o a margine dei libri. 
Già nel 1917, all'epoca dei suoi studi alla scuola evangelica di Schiers, l'artista manifestò la passione per questa antica civiltà elaborando una tesina sul valore dell'arte dell'antico Egitto, a suo giudizio superiore rispetto a quella della Grecia classica o del mondo romano. 
Giudizio confermato con forza dopo le visite al Museo Archeologico di Firenze e ai Musei Vaticani, che lo lasciarono stupefatto. 
Preso dall'eccitazione della scoperta, scrisse ai genitori: «Le sculture egiziane hanno una grandezza, un ritmo della linea e della forma, una perfetta tecnica come dopo più nessuno trovò. Tutto è lavorato e ponderato sino all'ultima conseguenza e non c'è un'ombra un po' troppo forte o debole, non una linea o forma che stona, non un buco dove metterci un dito».
Solenni e imperturbabili davanti a lui si stagliavano le effigi della Regina Nefertiti, di Re Chefren o delle dame di corte della III dinastia di cui, al Louvre, nelle sue passeggiate domenicali, ammirò le fogge maestose e assolute. 

lunedì 27 ottobre 2014

Pillole da Nuoro

Alberto Giacometti e l'arcaico al Museo MAN.
Trenta capolavori del maestro svizzero dialogano con reperti egizi, etruschi, nuragici, africani.
Quando passato e presente si toccano.
Per voi, la storia (a puntate) di una mostra che merita il viaggio.

Nel maggio del 1920, durante il suo soggiorno di studio a Padova e a Venezia, in visita alle opere di Giotto e Tintoretto, Giacometti rimase folgorato da una visione che, anni dopo, si tradusse nella serie delle Femmes de Venise. «La sera tutte queste sensazioni contraddittorie vennero vanificate dalla vista di due o tre fanciulle che camminavano davanti a me. Mi parvero immense, al di là di ogni nozione di misura e tutto il loro essere e i loro movimenti erano carichi di una violenza spaventosa. Le guardavo come in preda a un'allucinazione, invaso da una sensazione di terrore. Era come uno squarcio nella realtà. Il senso e i rapporti fra le cose erano cambiati. Nello stesso tempo i Tintoretto e i Giotto si facevano piccoli, deboli, muti e inconsistenti, simili a un ingenuo balbettio, timido e goffo. Eppure ciò a cui tanto tenevo nel Tintoretto era un pallido riflesso di quella apparizione e compresi allora perché, a ogni costo, non lo volevo perder. Quello stesso bagliore lo ritrovai, ma molto più intenso, lo stesso autunno, dapprima a Firenze, in un busto egizio, la prima testa che mi parve davvero somigliante e, in seguito, nei Cimabue di Assisi che mi colmarono di una gioia immensa». 

lunedì 20 ottobre 2014

La mostra (che non ci possiamo permettere)

Bramantino.
L'ermetico lombardo. A Lugano. 

I Santi dalla pelle lunare, la Madonne assorte nei pensieri più inquieti, le atmosfere glaciali, il silenzio metafisico. Le immagini del Bramantino si riconoscono subito dalla dose di ansietà chiusa in ogni dettaglio. Le scogliere aguzze dentro cui sono scavati templi arcaici, come scenografie di un'era futura. I personaggi ambigui che si muovono nell'ombra, estranei alle iconografie classiche, imperatori romani, sibille o poeti greci assiepati ai margini di una natività, sullo sfondo di un compianto. E, ancora, i simboli oscuri, indecifrabili, una conchiglia spezzata, un turbante mediorientale, uno zoo di creature misteriose che giocano a nascondino fra i piedi degli apostoli scalzi. Con un soprannome che tradiva un debito verso il genio (Bramante) marchigiano, di cui fu allievo protetto, sin dal suo approdo da Bergamo a Milano nel 1486, Bartolomeo Suardi (1465-1530) s'è guadagnato nel Novecento – per merito delle sue sciarade elette a forma d'arte – un altro epiteto attraente. “L’ermetico lombardo” lo battezzò infatti lo storico Gian Alberto Dell’Acqua pensando agli enigmi di un autore coltissimo cui si deve la grande svolta della pittura in Lombardia, passata dal naturalismo tradizionale alla maniera moderna, intellettuale, assoluta del suo Rinascimento cerebrale. Lo racconta bene, per tappe e per raffronti con le ricerche di maestri e discepoli, la mostra curata da Mauro Natale al Museo Cantonale di Lugano dove cinquanta opere svelano tutto il suo percorso. La formazione da orafo, la collaborazione con Bramante, il viaggio a Roma e il ritorno umiliato dalle dolcezze “facili” di Raffaello, la maturità di stile e l'influsso che esercitò su Luini e Zenale. Passando dalle tavole giovanili, una Madonna spigolosa del Fine Arts di Boston, ai capolavori come L'adorazione della National di Londra, fino all'ultima Fuga in Egitto, custodita in Ticino, nel santuario di Orselina, e restaurata in occasione della mostra, il dubbio sorge spontaneo: perché, mentre Milano sventola le mostre di Chagall o Van Gogh, tocca agli svizzeri presentare uno studio rigoroso su un talento milanese che, due anni fa, al Castello Sforzesco, conquistò a fatica una mostra con soli pezzi a km zero?

(da La Repubblica, 18 ottobre 2014)
Museo Cantonale, Lugano, via Canova 10, fino al 11 gennaio, mar 14-18 mer-dom 10-18

info 0041.91.8157971.