sabato 18 ottobre 2014

Il dubbio

... del sabato mattina

Perché, nel nostro paese, 
tutti vogliono fare un lavoro che non gli appartiene?



Perché, con tutti i grandi e bravi scultori di cui è ricco il nostro paese (ma anche l'Europa, se volessimo essere comunitari) la Veneranda Biblioteca Ambrosiana ha affidato a un architetto, il polacco Daniel Libeskind, la realizzazione della scultura ispirata agli studi matematici di Leonardo contenuti nel Codice Atlantico. Essere una archistar gettonata non vuol dire sapersi confrontare con un “mestiere” che non è il proprio. E il risultato si vede. La “Leonard Icon” - già il titolo è un capolavoro di anonimato – non dialoga con lo spazio circostante, con l'ambiente che la ospita, è rigida, fredda e insignificante. È un progetto tridimensionale frutto di un (brutto) studio compositivo creato col Cad. Senz'anima, senza pensiero, senza conoscenza dei segreti dello scultore: il sesto senso per la composizione perfetta e insieme espressiva, la sintonia coi materiali forgiati con sapienza e non assemblati in ferramenta.

venerdì 17 ottobre 2014

La mostra (da non perdere)

Nel blu dipinto da Klein.
E camminando nella luce di Fontana.
Al Museo del Novecento di Milano, la storia di un'amicizia creativa... che ha fatto storia.


Uno sognava di firmare il cielo col proprio nome per farne un'opera dai confini infiniti. L'altro tagliava le tele con il gesto netto di un rasoio per lasciar passare l'aria nei quadri, come finestre aperte sullo spazio. Yves Klein (1928-1962) e Lucio Fontana (1899-1968) avevano tante cose in comune. In primo luogo, una sintonia di pensiero a cui il Museo del Novecento, dedicata una mostra capace di rievocare tutte le affinità di questa coppia d'oro dei favolosi anni Sessanta, compresa una amicizia sincera. Quella sbocciata nel gennaio del 1957 quando l'artista di Nizza espose i suoi monocromi blu alla Galleria Apollinaire di Milano, con una presentazione di Restany, e Fontana vi comprò subito un quadro affascinato dalla sua idea di affidare a un solo colore il respiro assoluto del mondo. Fra i due nacque l'intesa. Fontana gli presentò gli amici galleristi italiani, oltre a Bruno Munari che, a sua volta, acquistò un lavoro. E, il francese, ricambiò la cortesia, introducendolo nel mondo dell'arte di Parigi, contribuendo al boom della sua fama in Europa. Entrambi ansiosi di rinnovare il concetto di arte, immaginavano opere senza limiti, andando a caccia del vuoto che frulla intorno alle cose, di una quarta dimensione dove lo spettatore potesse entrare e diventare protagonista. Klein con le sue performance, in cui le modelle nude intinte nel colore (il famoso IKB, International Klein Blue, passato dall'ufficio brevetti!) si spalmavano sulle tele per dimostrare la creazione spontanea della forma. Fontana costruendo ambienti spaziali, stanze da attraversare, illuminate da arabeschi di tubi al neon, come quello storico della IX Triennale del 1951, che oggi si affaccia, dal Novecento, sul sagrato del Duomo. Proprio sotto la sua luce lattiginosa, è ricreata una vasca di pigmento blu oltremare, revival della installazione di Pigment pur, presentata nel 1957 alla Galerie Allendy di Parigi. Una mostra da dieci e lode per un museo che costruisce progetti, valorizza le sue collezioni e i curatori milanesi, visto l'impegno messo da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, coordinati a meraviglia con gli Archives Klein di Parigi.

(dal Tuttomilano di giovedì 16 ottobre 2013)

Klein Fontana. Milano-Parigi, 1957-1962
Museo del Novecento, via Marconi 1
inaugurazione: martedì 21 ore 18
fino al 15 marzo
orari: lun 14.30-19.30 mar-dom 9.30-19.30 gio-sab 9.30-22.30
info 02.884.44061

lunedì 13 ottobre 2014

Un museo da colossal



L’Hermitage di San Pietroburgo, protagonista di una pellicola da Oscar.
Il mio articolo sulla Repubblica di domani.
Una “one night only” in 140 sale italiane.
Rimarrete incollati alla poltrona per 83 minuti di passione e sentimento.




ecco il link per un trailer in stile Hollywood.
http://www.nexodigital.it/1/id_373/La-Grande-Arte-al-cinema.asp

domenica 12 ottobre 2014

Buone notizie dal mondo dell'arte

Arriva al Museo del Novecento di Milano
la grande mostra su Fontana e Klein.
La coppia d'oro (e blu!) degli anni Cinquanta.
Ma la vera novità sta nella coppia dei curatori.
Finalmente milanesi.
Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti.
In risposta alla tendenza esterofila dei soliti musei, spazio ai nostri cervelli!
E i risultati si vedono: la mostra ha un pensiero scientifico alle spalle. Un progetto di ricerca. Una nuova storia da raccontare.
Niente a che vedere con un pacchetto precotto.
In calendario dal 21 ottobre.





sabato 27 settembre 2014

Il monopolio culturale

1984, trent'anni dopo.
Le grandi società dettano legge sulla cultura. 
E guai a chi alza la testa.

«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato».
Lo scriveva Orwell nel suo visionario (ma neanche tanto...) «1984», capolavoro di ossessione e di denuncia di un controllo superiore che appiattisce le menti. Può sembrare un po' eccessivo paragonare la situazione culturale del nostro paese a questo gioiello pungente della letteratura ma, davanti a episodi recenti di censura del libero giudizio, mi sento un po' come il signor Winston (il protagonista del libro) impegnato a esprimere il suo malcontento in un diario zeppo di appunti violenti contro l'ideologia dominante.
Commetterò forse uno “psicoreato” opponendomi alla “neolingua” imposta dalla dottrina del “Ingsoc” e al suo motto L'ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù? Pazienza. Fatto sta che, in un paese ricco di tesori come il nostro, coi depositi dei musei che brulicano di opere nascoste e con una storia personale piena di autori da celebrare, scoprire, esporre, tirare fuori dai cassetti ed essere orgogliosi di averlo fatto, è deprimente fare la figura degli spiantati, bisognosi di importare prodotti altrui, di raccontare la storia degli altri in assenza di una propria.
Stabilito che l'Italian Pride non è mai stato il nostro forte, nel mondo dell'arte come in molti altri settori, il biasimo va diritto a quelle amministrazioni che, per non caricarsi di problemi organizzativi e di gestione, oltre che di un minimo di creatività e auto-promozione, preferiscono appaltare la cultura a chi lo fa di mestiere. E che non si preoccupa certo di produrre contenuti qualitativi, ma solo reddito per le proprie casse. Parliamo, nel caso dei musei, delle società che vendono mostre (si definiscono “mostrifici”, quasi a farne un vezzo) e che millantano doti illuminate da mecenati sventolando il rischio d'impresa, ben consapevoli dei numeri garantiti a fronte di grandi nomi in cartellone. È come se la Columbia Pictures si preoccupasse di non raggiungere il break even lanciando nelle sale il supereroe di turno o l'ultimo OO7.
I supereroi dell'arte, come Van Gogh, Chagall, Picasso, Monet, sono successi assicurati. E, per il pubblico, è bello tornare a vederli anche cento volte; The Amazing Spider-man io l'ho rivisto per mesi, ma nessuno ha mai cercato di convincermi che fosse Kubrick! È giusto insomma che il pubblico scelga con cognizione di causa, che conosca il valore di ciò che vede e i meccanismi che si agitano alle spalle. Nulla di grave. Solo trasparenza. Che tuttavia non c'è quando un Comune si dichiara “produttore” di mostre e poi si scopre che, dall'ideazione all'allestimento, è stato tutto subappaltato a società specializzate. Che non c'è neppure quando i giornali ospitano articoli a piene pagine o i telegiornali dedicano servizi interi a questi eventi senza fare luccicare in un angolo la scritta onesta “pubblicità”. E che non c'è, soprattutto, quando le società storcono il naso leggendo le critiche non prezzolate sui quotidiani e magari si permettono di minacciare i giornalisti e i critici che le hanno vergate perché non allineati all'opinione comune (la loro).
Quando nel secondo dopoguerra, la critica sui giornali la facevano personaggi come Testori o Leonardo Borgese, bacchettando le mostre che all'epoca erano davvero frutto di progetti ragionati, costosi e rischiosi, non mi sembra che nessuno abbia rimbrottato le loro riflessioni negative giudicandoli «duri d'orecchi» o «provinciali». Era cultura e basta. Le mostre erano fatte per aggiungere tasselli nuovi alla storia dell'arte. Gli articoli erano scritti per commentare la qualità dei quei tasselli. E il dibattito era aperto. E tutti potevano partecipare con un verso.
Oggi il Grande Fratello delle mostre ci impone pacchetti precotti, ci dice quali autori vedere e cosa pensare di loro. In questo monopolio culturale che stranamente riguarda quasi solo il mondo delle mostre (perché non mi risulta che la Scala sia mai stata affittata alla Sony perché ci faccia concerti in linea con le sue etichette), si salvano alcuni baluardi italiani che, nonostante i tagli alla cultura, preferiscono scommettere su una mostra all'anno (e non quattro in un mese) investendo nei propri brand. Basti pensare alle mostre di Palazzo Madama, ai Musei Civici di Venezia o alla grande antologica del Veronese allestita a Verona promossa e organizzata dal Comune di Verona, dalla Direzione Musei e Monumenti, insieme con l’Università degli Studi di Verona e la Soprintendenza di Verona, Rovigo e Vicenza, in associazione (guarda un po'...) con la National Gallery di Londra, che da sempre insegna al mondo come scommettere con intelligenza e reale rischio d'impresa su prodotti culturali che abbiano un senso, un fine intellettuale e non solo speculativo. Niente subappalti né monopoli per un'istituzione che ha rispetto dei suoi visitatori e delle loro menti libere.  


mercoledì 24 settembre 2014

Anteprima

In arrivo sabato, on line
Il monopolio culturale

Quando le mostre sono in mano alle grandi società che dettano legge sui contenuti.
Come se, al cinema, si potessero vedere solo film dello stesso regista e della stessa casa di produzione.
Addio alle etichette indipendenti e ai progetti di qualità.
Ma l'anti-trust è in agguato. Forse.




La mostra

Segantini. Il gigante della montagna.
Un progetto scientifico che fa fare la pace con Palazzo Reale 
e la sua politica esterofila.

Il pittore della montagna, che sognava di salire in vetta per essere sempre più vicino al cielo. È un Giovanni Segantini (1858-1899) pieno d'aria e di vento quello che è arrivato ieri sera a Palazzo Reale per un'antologica incantevole. Centoventi le opere firmate dal maestro dell'Ottocento italiano, signore delle Alpi e dei prati rigogliosi, della neve e del silenzio. Scenari entrati nell'immaginario comune per gli orizzonti immensi che abbracciano le catene dell'Engadina con la potenza di un grandangolo in pittura. Proprio zoomando sul sentimento panico del creato, sulla sintonia del suo cuore silvestre con le forze della natura, il percorso propone una lettura ragionata che non si limita a mettere in fila capolavori, ma ne spiega la genesi, i simboli, l'evoluzione, complice un fondo di disegni testimoni di ogni fase di studio, di ogni dettaglio costruito in autonomia prima di ricomporsi, come un mosaico, in una visione totale. Un lavoro di analisi reso possibile grazie alla curatela scientifica di chi, Segantini, l'ha esplorato per decenni: Annie-Paule Quinsac, autrice del catalogo generale, e Diana Segantini, la pronipote che, come lui, ha le vette nel sangue. Insieme hanno coordinato l'esposizione prodotta da Skira con la Fondazione Mazzotta (il catalogo è una favola); la più grande da quella di Trento dell'87 e la più importante insieme al recente appuntamento alla Fondazione Beyeler di Basilea. Pochi precedenti per un nome che meritava davvero un «ritorno a Milano», come recita il titolo sui manifesti, pensando alla sua lunga assenza dal sistema delle mostre in città – l'ultima in Permanente negli anni Settanta, ma molti quadri oggi esposti si possono apprezzare in pianta stabile alla Gam di via Palestro – e che allude anche a un ritorno ideale nella Milano che lo accolse da ragazzo, dopo il suo arrivo orfano e disperato dal Tirolo, che lo vide crescere sui banchi di Brera, trasferirsi in Brianza e poi scappare fra i boschi e le cime lontane. Via, per sempre.
Preceduta da un calendario di conferenze sul tema della montagna curate da Pietro Bellasi per il Consolato Svizzero in preparazione della mostra (idea fortunata, visto che la replicheranno gli organizzatori della mostra su Van Gogh), Segantini e il suo inno a un'armonia superiore fanno fare pace con Palazzo Reale e il suo trend esterofilo. Subito, dalla prima sala, dagli autoritratti magnetici che bucano la carta, si capisce che il viaggio è iniziatico; le nature morte giovanili mescolano scuola barocca e senso di precarietà, i primi scorci campestri, i temporali, la fatica di vivere dei contadini gravano come macigni fino al momento in cui la fuga gli spalanca i polmoni e intona la sua ode epica alla valle e al mondo. Se l'istinto, davanti a soggetti come Riposo all'ombra o Mezzogiorno sulle Alpi, è quello di osservarli da vicino per contare le schegge di colore della sua maniera “divisa” per poi indietreggiare e vedere i toni fondersi, la sorpresa viene dall'incontro con opere ipnotiche come A messa prima, dove una scalinata grigia inghiotte un parroco strizzato dalla melanconia, o Ave Maria a trasbordo col suo senso del sacro alle stelle, arrivata dal Museo Segantini di St. Moritz insieme ad altri pezzi importanti. Tranne il celebre Trittico delle Alpi, che non esce mai, ma è evocato dagli studi che lo generarono, lasciati incompiuti quando Giovanni, rapito dalla sua montagna incantata, a picco su Pontresina, morì quarantenne per un attacco di peritonite, troppo lontano dal mondo perché il mondo potesse salvarlo.


Palazzo Reale, fino al 18 gennaio 2015, lun 14.30-19.30; mar-dom 9.30-19.30; gio e sab 9.30-22.30, 12/6 euro, info 02.92800375.

(da La Repubblica, 18 settembre 2014)