lunedì 21 luglio 2014

Una poltrona per due


Sono d'accordo, a metà, col mister (alias Dario Franceschini).
Che, con la nuova bozza di riforma, forse ha capito come far rendere la cultura.

La Pinacoteca di Brera come un museo americano. Gestito da un manager come un'azienda, in grado di autogestirsi e autofinanziarsi. In un clima generale di spending review, anche il mondo dell'arte deve fare di necessità virtù. Parola del Dario Franceschini che, nel quarto punto della sua bozza di riforma per la gestione dei beni culturali appena avanzata, scrive: «la cronica carenza di autonomia dei musei italiani ne limita grandemente le potenzialità». Ragione per cui i musei devono modernizzarsi, alleggerendo le strutture e rafforzando le attività. Brera in testa. Che nell'elenco dei venti musei destinati a guidare la cordata di questa rivoluzione gestionale, spicca al quarto posto, dopo Colosseo, Pompei e Uffizi. La rivoluzione inizierà se la riforma diventerà effettiva, ma nel frattempo è già scattata la protesta dei soprintendenti storico-artistici che hanno levato gli scudi contro l'ipotesi di accorpare le loro competenze con quelle delle soprintendenze architettoniche e, nel caso di Brera e dei super-musei, contro l'intenzione di affidare la guida a dirigenti dal piglio manageriale, meglio d'ambito internazionale, in grado di mettere a frutto (e a reddito!) l'istituto. Ma se a Milano lo straniero è già approdato all'Hangar Bicocca – dove da un anno regna lo spagnolo Vicente Todolí, consulente di lusso, ex direttore della Tate Modern di Londra, che aveva a suo tempo sedotto il sindaco Moratti, tentatissima di assumerlo al Museo del Novecento – l'idea di accogliere in Pinacoteca un artistic advisor esotico e ferrato, più che sull'arte, sui bilanci, non convince Sandrina Bandera, soprintendente e direttore di Brera. «Bisogna difendere la posizione degli storici dell'arte» taglia corto. Poi aggiunge più mite «un cambiamento ci vuole per dare una spinta ai musei e un manager può aiutare nel controllo economico, ma non può valutare i contenuti delle mostre, il valore delle donazioni, le ricerche scientifiche». La poltrona per due potrebbe funzionare, insomma, ma con compiti ben spartiti. Come del resto succede nel mondo anglosassone dove, dal British Museum al Metropolitan di New York, i direttori condividono le strategie d'impresa con esperti di marketing. Non a caso, i musei inglesi sfoggiano bilanci in attivo, in cui i fondi pubblici sono ridotti all'osso mentre l'utile è dato dalla biglietteria, dagli eventi, dai servizi (ristoranti e bookshop attraenti) oltre ai contributi dei privati, felici di detrarre dalle tasse le sponsorizzazioni e di vedere i loro nomi incisi sulle targhe di marmo nelle hall d'ingresso. Aspetti che non sono caduti nel nulla. Merito infatti della prima riforma Franceschini, che ha permesso la deduzione dalle imposte di una parte del finanziamento alla cultura, se Giorgio Armani s'è offerto a Brera come sponsor unico della prossima mostra su Bramante, scucendo i 300mila euro a budget. «Peccato che per incassare il contributo – sottolinea la Bandera – mi sia dovuta rivolgere all'avvocatura dello Stato inventandomi una formula di collaborazione speciale per evitare che i fondi finissero nelle casse generali». Con il concetto di autonomia varato dal ministro, è sperabile che i soldi incassati dal museo restino al museo. Tempismo perfetto per la Pinacoteca che sta per affrontare il cantiere della Grande Brera e con le caserme di via Mascheroni destinate ad accogliere le aule dell'Accademia, di cui si parlerà proprio giovedì 24 nella conferenza curata da Caterina Bon Valsassina, direttore regionale per i beni della Lombardia. Che tace sulla riforma, ma anticipa una novità sui restauri di Palazzo Citterio, spazio d'espansione della Pinacoteca «il Tar ha rigettato i ricorsi delle imprese che hanno concorso per gli interventi di recupero, per cui l’impresa vincitrice è pronta a partire». Ad autunno vedremo i primi ponteggi. Per la fine dei lavori ci vorranno circa due anni. 

(da La Repubblica, venerdì 18 luglio 2014) 

venerdì 4 luglio 2014

Pillole da Trivero

Una montagna d'arte

Gita alla Fondazione Zegna, nel cuore verde della Val Sessera.
Dove un imprenditore illuminato ha lasciato molti segni della propria filantropia.
Un lanificio che ha fatto la storia della moda e del made in Italy del Novecento.
Una montagna rigenerata dal lavoro collettivo, oltre che dalla piantumazione di mezzo milione di conifere. Sulla strada panoramica che porta il suo nome. Zegna, of course.
Oggi, grazie al nuovo progetto della Fondazione, è diventata una montagna d'arte! Che accoglie sei interventi monumentali di grandi nomi del contemporaneo. Buren, Garutti, Maloberti, Arienti, Signer e Graham. Ne parlo sabato 5 luglio su La Repubblica. Quando l'arte contemporanea è semplicemente bella. Senza bisogno di troppe parole.

martedì 1 luglio 2014

Armani, dal campo di basket a quello dell'arte


Chissà mai che gli sponsor privati si siano svegliati anche in Italia!
A Brera come alla National Gallery. Lo sponsor unico paga la mostra.
Sarà mica merito della riforma Franceschini che ha permesso la detrazione dalle tasse di una parte consistente della sponsorizzazione?
(magari il ministro ha letto il mio post del 19 gennaio…)
Canestro!

Dal Forum al museo. Reduce dalla vittoria sul campo da basket, che ha visto i campioni dell'Olimpia conquistare venerdì contro il Siena lo scudetto dopo 18 anni, Giorgio Armani, sponsor della squadra, si reinventa mecenate anche nel campo dell'arte. La Soprintendenza di Brera ha infatti chiuso ieri il bando per i finanziamenti della grande mostra dedicata a Donato Bramante (1444-1514) programmata per l'autunno, annunciando il nome dello stilista come unico sponsor privato dell'iniziativa. Trecentomila euro il budget richiesto per realizzare un'esposizione ricca di prestiti importanti, fra cui disegni di Leonardo e dello stesso Bramante dalla Biblioteca Reale di Torino, dalla Royal Collection del castello di Windsor e dallo Staatens Museum di Copenhagen, oltre a capolavori concessi dagli Uffizi e da altri musei blasonati. Il progetto scientifico, la sede e la visibilità internazionale devono aver convinto lo stilista a mettere sul piatto la cifra in toto, evitando a Brera le pene già patite per la mostra (in corso fino al 13 luglio) di Bellini, partita senza supporti e con un bando deserto, salvata in corner dall'intervento della Fondazione Cariplo. Merito forse del nome più “spendibile” e del ruolo che l'architetto e pittore marchigiano svolse nella Milano del Moro, dove inventò, proprio a fianco dell'amico Leonardo, la “maniera moderna”, trasformando la città in una capitale europea, famosa non solo per il mestiere delle armi, ma anche per la cultura sbocciata all'ombra della cupola delle Grazie, meraviglia del suo genio matematico. Che, con una mano, progettava edifici, con l'altra dipingeva capolavori come Il Cristo alla colonna, simbolo di Brera.  

lunedì 30 giugno 2014

La mostra (da vedere)

Gita al Max Museo di Chiasso
Wailbl e la sua mano tedesca che sognava a colori 
(quando la tv era in bianco e nero)

Le sue geometrie allegre, i suoi colori e le lettere in libertà nello spazio bianco, pulitissimo, hanno segnato per quarant'anni l'Italia della pubblicità, dei rotocalchi, delle cover di dischi o dei logotipi per le aziende a caccia di un'immagine identitaria all'epoca del boom economico. Il suo tratto sobrio, un po' tedesco – come lui, di famiglia austriaca (nato nel 1931) vissuto fra Milano e la Svizzera – ha disegnato le palline da tennis della Pirelli, sulle locandine che tappezzarono l'Italia negli anni del miracolo; ha tradotto in figure i suoni di Radio Rai quando, negli anni Cinquanta, i microfoni cantavano «La radio arriva ovunque»; e ha inventato decori per le réclame della Rinascente, con fiori optical abbinati agli slogan «Tutte magre, abbronzate, depilate, profumate», in un tempo in cui i fianchi larghi erano un vezzo e non un'ossessione.
Dietro un nome aspro, Heinz Waibl, che solo gli specialisti conoscono, a differenza dei suoi lavori entrati invece nell'immaginario collettivo per freschezza e levità, si nasconde la storia di un talento brillante, che il Max Museo di Chiasso celebra con una mostra ricca di duecento pezzi, scelti da Alessandro Colizzi e Nicoletta Ossanna Cavadini. Qui, negli spazi simil-razionalisti di un parallelepipedo algido, progettato dagli architetti svizzeri Pia Durisch e Aldo Nolli, allievi di Calatrava, una carrellata di bozzetti, manifesti, tabloid, stampe e fotografie raccontano i segreti di un graphic designer cresciuto con l'imbarazzo di scegliere fra le lezione della scuola italiana, fantasiosa e ironica, di Munari o dei fratelli Castiglioni, e quella teutonica, rigorosa ed essenziale, di un Max Bill campione di astrattismo, o di Max Huber, il suo padre putativo, autore dei loghi eterni della Rinascente, del Coin o dell'Esselunga, cui è dedicato il museo di Chiasso e che gli ha insegnato il gusto per l'invenzione, senza mai perdere di vista il metodo. E, infatti, Heinz, fermo in posa con Max in uno scatto del 1959, nel Padiglione Rai alla Fiera di Milano, ha saputo mettere d'accordo la sapienza aritmetica nordica con l'entusiasmo della Milano elettrica dei “superarchitetti” (come li chiamava Huber) dello Studio BBPR o dello Studio Boggeri, che frequentò fin da ragazzo, dopo un diploma al Liceo artistico Beato Angelico e qualche sessione al Politecnico, abbandonato per seguire la professione. Fa sorridere il fatto che, già alle elementari, dalle suore tedesche di via Boscovich, dividesse il banco con Alessandro Mendini, futuro architetto e designer italiano. Scherzi di un destino segnato. Che lo condusse anche oltreoceano dove scoprì la logica della “corporate image”, il volto grafico che ogni impresa studia per lasciare un segno negli occhi del pubblico. Dall'America tornò con un contratto per il logo dell'American Airlines. E, ad attenderlo a Milano, c'erano nuovi lavori: per i marchi della Flos (richiesti dai Castiglioni), dell'Umanitaria, della Lambretta Club o della cover Ricordi. Come quella de “I 2 corsari”, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, in versione blues brothers fra strisce di colore fluo.


Heinz Waibl, Max Museo, Chiasso, via Alighieri 6, fino al 21 settembre, info 0041.91.6950888.
(da La Repubblica, 26 giugno 2014)

lunedì 9 giugno 2014

Coco e Molino

Chiusa la mostra al Palazzo delle Stelline.
Due grandi disegnatori, due artisti con la città nel cuore.
E nelle dita!

Per chi non avesse avuto occasione di visitare la mostra, un bel servizio in onda su Rai 5 ne racconta genesi, storie e contenuti.

Rai 5 Coco e Molino
(al minuto 44:54)

mercoledì 4 giugno 2014

Ricevo e condivido

Come da sua stessa richiesta

PER CONOSCENZA EXPO MILANO

Caro Germano Celant,
faccio seguito alla tua del 9 gennaio, per farti sapere che ho riflettuto a lungo e ho deciso che il mio lavoro Difesa della Natura e specificatamente nessuna delle opere di JOSEPH BEUYS da me DONATE il 13 maggio del 2011 alla Kunsthaus di Zurigo, rifiutate dall’Italia, debbano mai ritornare nel nostro Bel Paese.
Ti AUGURO BUON LAVORO

Cordiali saluti Lucrezia De Domizio Durini
Parigi 1 maggio 2014


PREGO DIFFONDERE, Grazie

martedì 3 giugno 2014

L'arte non è un mestiere per poveri!

Gli appalti di Expo per la cultura e i conti che non tornano.
I Bandi che non ci sono e gli incarichi milionari.
Mentre ai giovani e agli specialisti (quelli veri) si chiede
di offrirsi come volontari.

Infuriano le polemiche su Expo e sui compensi per curatele e mostre da centinaia di migliaia di euro. Repubblica ha riportato, nei giorni scorsi, cifre e nomi sotto accusa. In testa: i famosi 750mila euro stanziati per il critico Germano Celant e la sua esposizione milionaria «Art & Food» che costerà altri 5milioni di euro, a fronte di contenuti ancora misteriosi. Capolavori esposti? Non si sa. Ma dovrebbero essere tanti, considerato che il conto supera di 5 volte quello totalizzato dal British Museum di Londra per la mostra su Pompei, allestita grazie a generosi prestiti italiani, concessi gratuitamente per la felicità degli inglesi, che hanno guadagnato una cifra parente ai 20 milioni di euro. Resta da vedere quanto guadagnerà la mostra di Celant in Triennale o se – come al solito – non raggiungeremo neppure il break-even.
E così, mentre Celant si difende sostenendo che il cachet riguarda oltre due anni di lavoro di uno staff di ricercatori a tempo pieno, si insinua il dubbio sulla logica degli appalti alla cultura di Expo, tutti mono-direzionati alla Triennale e tutti siglati (vedi elenco ufficiale degli appalti sul sito di Expo) con “Procedura negoziata senza previa pubblicazione”. Vale a dire, senza gare, ma con incarichi diretti. Fra cui: centomila euro a Davide Rampello, ex presidente Triennale, per “Contratto di prestazione d'opera intellettuale della durata di un anno per la Direzione Artistica del Padiglione Zero e per il supporto artistico nell'ideazione delle Aree Tematiche del sito espositivo”; 6milioni di euro per realizzazione di un Expo point sempre in Triennale, of course; altri 622mila euro per una mostra “negoziata senza bando” di nuovo in Triennale, di cui non si conoscono altri dettagli. A queste cifra si sommano ulteriori compensi a fisarmonica, come la produzione cinematografica commissionata a Movie People (quelli di Braccialetti rossi) lievitata dagli iniziali 186mila euro a un milione, oltre alla realizzazione da parte della ditta Mekane (che, non a caso ha già lavorato per la Triennale e per Rampello in occasione del Padiglione italiano a Shanghai) delle famose statue del Popolo del cibo costate (solo per la realizzazione, esclusa l'ideazione dello scenografo Dante Ferretti) 500mila euro, vale a dire 25mila euro a statua. Di plastica e legno. Che, tempo sei mesi, sbiadite dal sole, sono state rimpiazzate (altri 500mila? Mah...). Inutile dire che, con un budget analogo, si potevano comperare opere originali di scultori veri e quotati, che avrebbe potuto rimanere come opere d'arte pubbliche in città, invece di finire nel cestino a fine Expo.
Detto ciò, la notizia più sconcertante è quella che riguarda la comunicazione. Anche qui le cifre stanziate sono astronomiche e gli incarichi di consulenza si sprecano, fra cui 200mila euro per un piano di promozione che si è concretizzato nella ricerca di giovani volontari orgogliosi di lavorare gratis per Expo. In sostanza, spendiamo 200mila euro per arruolare studenti a costo zero! Geniale. Il risultato è che gli studenti sono indignati, i consulenti sempre più ricchi, gli appalti monopolizzati da pochi privilegiati, tutti gli altri a bocca asciutta, compreso Palazzo Reale che, da sede deputata per le mostre milanesi, passerà il testimone (e il portafoglio) alla Triennale, tornando a elemosinare sponsor per mostre-panettone, appaltate alle società di turno. Come Skira, Arthemisia e il Sole24ore o Civita, che proprio l'altro giorno ha incassato un contratto di gestione per le mostre di fotografia a Palazzo della Ragione. Altro incarico diretto, niente bando ovviamente, per una società che vanta fra l'altro pendenze economiche con fornitori e curatori di molte mostre passate. Anche loro rimasti col cerino in mano.

La domanda sorge allora spontanea: se tutto questo turnover di incarichi viene gestito con “procedure negoziate senza previa pubblicazione”, perché raramente sbuca dal nulla un bando di gestione come quello dell'Ex Ansaldo su cui tutti si concentrano e si spendono fiumi di parole? Sarà mica una strategia per distrarre l'attenzione dai bandi che, invece, non ci sono? Ai posteri l'ardua sentenza.