lunedì 14 aprile 2014

Pillole da Parigi

Vivere bene per studiare meglio



Un quartiere di residenze per studenti, alle spalle dello splendido Parc du Montsouris, vanta decine di edifici storici divisi per nazioni e progettati,
nei primi decenni del Novecento, da grandi architetti (Le Corbusier in testa), sensibili all'idea di creare un habitat ideale per la ricerca, la concentrazione, la vita in comunità. Un campus universitario ma senza università, visto che gli atenei sono dislocati in altre zone di Parigi. Il bello della Cité Universitaire sta nell'incontro di culture diverse, tradizioni architettoniche, studenti di ogni origine geografica, accolti in un'isola dove il benessere favorisce lo studio. Une merveille!

venerdì 11 aprile 2014

Baci a regola d'arte...

http://www.sanstabu.com/it/arte/97-baciarsifabeneallasalute.html

Da leggere su Sans Tabù, un inno al bacio col rifrullo!

Aprile, dolce viaggiare

In odore di ponti, consigli per gite vicine e lontane.


Lodi, Tempio dell'Incoronata
Un capolavoro del Rinascimento Lombardo. Tutto d'oro. 
Vale una messa!

Vercelli, Museo Borgogna
Una casa museo con opere dal Trecento all'Ottocento, fra cui 
il gioiello divisionista di Morbelli, Per ottanta centesimi,
simbolo della condizione femminile al tempo delle risaie. Riso amaro, ma da vedere.

Milano, Bernardino Luini a Palazzo Reale
Finalmente una mostra coi fiocchi. Duecento pezzi del maestro, accanto a Foppa, Lotto, Bramantino, Zenale e persino Leonardo. Santi, Madonne e bambini morbidi come il burro.

Viareggio, Galleria d'arte moderna e Museo Viani
Un allestimento algido per un museo affacciato sul mare. 
Lorenzo Viani colpisce al cuore con le sue teste di anarchici e pescatori dipinti col coltello.

Biancavilla, Villa delle Favare
All'ombra dell'Etna, un paese surreale e magico, come le opere di Giuseppe Coco conservate nell'antica villa padronale, immagini dove gli umori del sud si mescolano a quelli del corpo, nelle scene erotiche di straordinaria ironia. Play men!


Possagno, Museo Canova
La patria del grande scultore neoclassico conserva una gipsoteca con tutti i modelli originali della sue sculture. Candida come il marmo. 

giovedì 3 aprile 2014

Invito a Palazzo (delle Stelline)


«Cominciate a disegnare come gli antichi maestri, poi fate come volete, sarete sempre rispettati». 
Salvador Dalì, Diario di un genio, 19 64

Walter Molino è un grande classico. E Coco un genio.








sabato 29 marzo 2014

Il tarlo del sabato mattina

I dollari sono verdi perché crescono sugli alberi.

Breve chiosa su un patrimonio che NON coltiviamo.

Se l'aria di primavera vi ha spinto in questi giorni a passeggiare per le vie di Milano, arrivando fino ai giardini di via Palestro, avrete forse notato le aiuole incolte, l'erba bruciata, i mozziconi di tulipani morti che coronano il fronte della Villa Reale che affaccia sul parco dedicato ai bambini. Che, fra le altre cose, sfoggia tempietti neoclassici ammuffiti e graffittati, oltre a una teca sporca che conserva un capolavoro simbolista di Adolfo Wildt, dimenticato e rotto.
Mi chiedo cosa ne farebbero di questo patrimonio verde e antico i francesi, gli inglesi o gli americani, se lo avessero a disposizione. Ne uscirebbe un giardino di delizia come quello del Museo Rodin di Parigi, o un eden perfettamente allineato come quello di Schönbrunn? Un parchetto delizioso punteggiato di giochi per bambini come il St James's Park, o un dedalo di canali attraversati da cigni e barche come al Boston Common che, non a caso, si autofinanzia grazie a tutti i servizi offerti, il punto informazioni con bookshop, il birdwatching in centro città (sembra assurdo, ma funziona), i baretti per la degustazione degli hot dog (vogliamo parlarne?).
E così, mentre da loro i dollari crescono sugli alberi, da noi sugli alberi si vedono solo rami secchi che il comune non si è neanche preoccupato di tagliare.

giovedì 27 marzo 2014

La mostra

Manzoni (finalmente) a Palazzo Reale

da La Repubblica, 26 marzo 2014

Una modella nuda su un piedistallo e un pennarello in mano per firmarle una coscia. Come se fosse un'opera d'arte classica e come se l'autore fosse lui. Piero Manzoni (1933-1963), giacca e cravatta stile college o bravo ragazzo di buona famiglia, guarda in macchina e sorride con gli occhi allegri, da bambino pestifero, che sa di averla fatta grossa. Su questa immagine simbolo si apre il percorso della mostra che da oggi a Palazzo Reale celebra, attraverso un centinaio di opere, il genio, la meteora, l'enfant terrible dell'arte italiana del Novecento. L'artista che, prima del boom economico e degli americani pop, comprese i meccanismi della comunicazione e del consenso. Che teorizzò il valore del marchio, il prezzo di un'idea, la produzione seriale, la logica del packaging – in anticipo su Warhol e le sue scatole di lucido per scarpe – arrivando a incartare tutto, le linee liberate dai perimetri dei quadri, il suo respiro in un palloncino di plastica, le uova soda con la sua impronta digitale, i suoi “rifiuti organici” nelle famose merde d'artista investite da una interrogazione parlamentare quando Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria d'arte nazionale moderna di Roma, decise di esporle sotto teca, nello sconcerto generale. Peccato che all'epoca, era il 1971, Manzoni fosse già morto, neanche trentenne, stroncato da una crisi cardiaca nel suo studio di via Fiori Chiari, nel febbraio del 1963. Non poté assistere (compiaciuto) allo scandalo e, di conseguenza, alla sua stessa consacrazione mitica, oltre che popolare visto che, da allora, il suo nome si stampò sulla bocca di un pubblico mass-cult, per il quale l'identificazione del prodotto con il produttore scattava automatica. Manzoni, quello della merda. Venduta a peso d'oro, 700 lire al grammo, per «30 grammi di prodotto netto, conservato al naturale» recitava l'etichetta sulla confezione. E cioè 21mila lire in tutto, da spendere felici per assicurarsi un pezzo davvero autografo del maestro. Lui, a dire il vero, sarebbe ancora più contento oggi nel vedere l'incremento esponenziale del prezzo della sua invenzione (più dell'oro!), che in un'asta di Sotheby's a Londra ha conquistato di recente i 168mila dollari. Non è dunque un caso che per la mostra prodotta (con un anno di ritardo sul doppio anniversario, ottant'anni dalla nascita e cinquanta dalla morte) dal Comune con Skira, curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, sia stata scelta proprio la leggendaria scatoletta quale icona riprodotta sui manifesti e sui gadget, compresa una replica fedele in vendita al bookshop per 35 euro insieme a una libricino (gustoso) firmato da Gualdoni. Che però avverte: «non volevano cadere in un cliché, l'icona è un richiamo collettivo, ma la mostra è aperta a una pluralità di riflessioni straordinarie e aiuta a collocarla in un contesto ricco di pensieri, pratiche, intuizioni». A partire dalle opere degli esordi, fatte ancora di pittura-pittura, con omini galleggianti in una materia spessa e cupa, catrami e smalti, vicini alla poetica nucleare, ma subito azzerati dall'avvento degli Achrome, i “quadri bianchi”, tele grinzate o quadretti di ovatta, superfici pelose di fibre artificiali o tempestate di polistirolo espanso. Sempre algide, vergini, modulari. «Ripetibili all'infinito» diceva, mentre con il solito aplomb da ingegnere ne cuciva da solo i tasselli, li esponeva nella sua galleria Azimut ricavata in un sottoscala di Brera, ne spiegava le ragioni fra le pagine dell'omonima rivista in acuti testi critici e poi caricava tutto nel baule della sua Cinquecento in partenza per l'Olanda, la Germania, la Danimarca. Mercati aperti alle sue idee profetiche e antesignane di ogni neo-avanguardia, dalla pittura analitica al concettuale, dall'arte povera alla body art e a ogni esperienza che, da Manzoni in avanti, abbia fatto delle vita una forma d'arte. Come lui, che ripeteva: «c'è solo da essere, c'è solo da vivere».


sabato 1 marzo 2014

Il tarlo

... del sabato mattina

L'assessore alla cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, dichiara in conferenza stampa di essere allergico agli anniversari. Bella scusa per avere bucato tutti quelli del 2013. Manzoni in testa.
Ma a dicembre non aveva festeggiato i 150 dalla morte di Munch? 
Forse è allergico solo a quelli dei milanesi.