giovedì 27 febbraio 2014

Ditelo coi fiori

... che la nostra arte è un patrimonio.
Parola di Gianfranco Giustina, il Nobel dei giardini (Borromeo).
Da mettere in agenda, per una gita di primavera!

(da La Repubblica, 20 febbraio 2014)


A sei anni, piantava le talee dei gerani nel giardino dei suoi genitori, a Borgomanero, immerso nel verde delle colline che separano il Lago d'Orta dal Maggiore. A quindici, passava le giornate nei boschi per ammirare (e annusare) la fioritura delle robinie. A diciotto, macinava chilometri fra Sanremo e la Costa Azzurra per studiare le specie esotiche della Riviera. Oggi, in odore di primavera, a chi gli chieda cosa regalare a una donna, risponde deciso: «un mazzo di ginestre profumatissime. Meglio di una rosa rossa, che non dice niente». Fidatevi del consiglio, perché viene dal Premio Nobel dei giardinieri. Lui è Gianfranco Giustina, 59 anni, da 37 al servizio dei principi Borromeo come esperto di botanica e custode dei celebri parchi delle isole di Stresa che, per il loro splendore, la cura e la ricchezza di specie in arrivo da mezzo mondo, gli hanno assicurato un riconoscimento internazionale. Quello siglato dalla Royal Horticultural Society, l'istituzione di orticultura fondata nel Regno Unito nel 1804, che premierà il giardiniere dei principi, il prossimo 10 aprile a Londra, con l'Awards del giardinaggio più famoso (e antico) della storia. «Davvero non me lo aspettavo» confessa Giustina con una buona dose di emozione pensando a un premio che, prima di lui, è toccato in passato solo un altro italiano: «il grande Gian Lupo Osti, un collezionista appassionato che scoprì una specie rarissima di peonia, guadagnandosi il soprannome di "signore delle peonie"». Risata aperta e spalle larghe, allenate a suon di trapianti e potature, cerca di spiegarsi il segreto del suo successo: «penso che il premio sia dovuto al grande lavoro di acclimatazione sperimentato sulle isole in tutti questi anni. E cioè alla capacità di importare piante e fiori da altri paesi, con uno spiccato senso tropicale, e aiutarle ad ambientarsi in un clima diverso. Farle vivere da noi, insomma». Impresa ardua, considerati gli inverni spazzolati dalla tramontana gelida sul Lago. «Ma le isole Borromeo hanno un microclima eccezionale. Sono una sorta di Eden protetto che, infatti, sin dall'Ottocento, spinse i principi a investire sul parco seguendo la moda nascente del gusto esotico, diffuso proprio dagli inglesi». Giustina spartisce dunque il merito con la lungimiranza di Casa Borromeo e con i suoi committenti odierni, Bona e Gilberto, cui si deve il ricongiungimento dell'Isola Madre con la Bella, dopo secoli di proprietà spartite fra nobili parenti e, soprattutto, il restyling dei giardini sciupati dall'incuria. «Quando approdai sull'isola, ventenne, rispondendo a un annuncio apparso sul giornale, trovai uno staff di giardinieri anziani. Io ero giovane e pieno di idee. Tempo due anni ero già capo-giardiniere. Oggi ho un team di venti tecnici che lavora a tempo pieno per accudire otto ettari di terreno sull'isola Madre e altri quattro sulla Bella». Due paradisi naturali disseminati di bellezze e rarità: ventidue specie di glicini, una collezione unica di theaceae, oltre a orchidee, camelie, agrumi, essenze, ninfee tropicali, ibiscus, buganvillee, magnoliaceae, fiori di loto, felci australiane. «Le ultime arrivate sono le protee, piante australi, tipiche del Sud Africa o del Cile. Fioriranno per la prima volta a primavera; un buon motivo per programmare una gita sul Lago». Anche le piante ad alto fusto non si contano. Dall'albero della canfora alla magnolia cinese, al famoso cipresso del Kashmir, uno degli alberi più alti del mondo: «nel 2006 è stato abbattuto da una tempesta e risollevato come si fa con i relitti, con squadre di elicotteri e tiranti. Un'opera di salvataggio mai compiuta. Abbiamo lasciato tutti senza fiato». Inglesi in testa. Che infatti, fra poco più di un mese, accoglieranno Giustina come un lord. E lui, ancora una volta, condivide il premio: «con la cultura italiana dei giardini. È l'Italia il giardino d'Europa. Peccato che spesso non ce ne rendiamo conto e trascuriamo le nostre meraviglie botaniche». Una piccola stoccata la piazza anche a Milano: «i suoi cortili sono leggendari, i parchi splendidi, come i giardini di via Palestro, che meriterebbero un'attenzione maggiore, alle potature, ai viali alberati, alla selezione dei fiori». Un invito a godere dei nostri tesori verdi, come risorsa per vivere meglio, per vivere all'aperto.

domenica 9 febbraio 2014

Le parole che non ti ho detto


E che non ti dirò mai. Perché mi fanno un po' schifo.

Contagiano come un virus. Sono peggio di una catena di sant'antonio. Uno comincia, tutti lo seguono. Perché vanno di moda. Sono espressioni attuali, contemporanee. Modi di dire in italiano, che spesso non significano nulla. O vocaboli in inglese. Di tendenza. Che ci fanno sentire fighi. Ma anche un po' scemi.

Cominciamo dai tormentoni italiani più in voga del momento:
Tanta roba (e cioè? Quanta, per la precisione?)
Bella lì (questo è simpatico...)
Anche no (l'ho usato pure io in un vecchio post e me ne vergogno parecchio)
Ci sta (dove esattamente?)
In qualche modo (quale modo?)
Fondamentalmente (nel senso che è fondante? O fondente? Che va a fondo? Che un fondino? O una fondina? boh...)
Aperi-cena (già non sopporto chi dice “colazione” e intende “pranzo”, figuriamoci questo...)

Passiamo ai termini inglesi ormai entrati nel vocabolario:
cool (passi perché non c'è un corrispettivo in italiano che renda altrettanto bene)
friendly
glamour
fashion
selfie (è una novità in espansione)
trendy
tutorial (anche questo dilaga ovunque, sostituendosi al buon vecchio “corso”)
briefing
meeting
outing
running (dilaga pure questo, sostituendosi alla cara vecchia “corsetta”)
dinner
startup
speaking
talks (dire “conferenze” pareva barboso?)

Nel mondo dell'arte, poi, lo snobismo, in una lingua o nell'altra, raddoppia. Non capisco se sia per rendere oscura un'idea inesistente, così da mascherare la sua inesistenza, oppure per allontanare i pochi che vi si avvicinano, o piuttosto per simulare un nozionismo e una dose di erudizione tale da sentirsi superiori.
Cito solo quelli raccolti nel corso dell'ultima settimana fra conferenze, testi critici, presentazioni e via via snobbando:
evento (è il più datato, ma resta sempre il più pruriginoso!)
sistemico
opening
mission
sinergia
educational (la parola “didattica” a molti sembra mortificante e poco contemporanea)
reading
implementare (orribile)
arcipelaghi
emozionali
germinativi
curatoriali
iconici
aniconici
performativi
installativi
relazionali
ibridazioni
funzionalizzanti (è a dir poco cacofonico, bleah)
archetipale (questo è un esempio classico di vocabolo antico plagiato da uno sfoggio di sapienza sbruffona)
oltre naturalmente ai più gettonati:
enciclopedico (adesso che l'ha usato Gioni per la Biennale di Venezia, va bene per tutte le stagioni)
e antropologico (andando di moda l'antropologia, tutto è diventato antropologico, in senso lato, molto lato)

Per concludere, il discorso è doppio.
Da un lato c'è l'uso esasperato della lingua straniera per imbellettare concetti che anche in italiano renderebbero benissimo. Tanto più che la nostra lingua è ben più antica e ricca dell'inglese. Ma l'esterofilia dilaga e ci si sente più allineati ad essere appiattiti. Penso che difendere la lingua – senza eccedere come fanno i francesi che chiamano la homepage, page d'accueil), non sia provincialismo, ma sia una difesa importante della propria identità. Bisognerebbe essere orgogliosi di usare l'italiano. È una questione di senso di appartenenza, di valorizzazione della nostra storia. Non dovremmo lamentarci della mancanza comune di un senso dello stato, della cosa pubblica, della valorizzazione del nostro patrimonio, se siamo i primi a privilegiare il portato degli altri, sponsorizzando parole straniere, abitudini straniere, artisti stranieri, lasciando che molti nostri autori non reggano il confronto, dal punto di vista del mercato. Non c'è difesa del “prodotto” locale, a differenza degli americani che sfoggiano un protezionismo bestiale. Faccio solo un esempio, e chiudo. Una incisione di John Marin, simil-futurista americano di primo Novecento, vanta oggi una quotazione media parente agli 80mila dollari; una acquaforte analoga di Luigi Russolo, futurista coi fiocchi, passa in asta con quotazioni variabili dai 6 agli 8mila euro. Fatevi delle domande.

Dall'altro lato (e chiudo davvero), io credo personalmente nella divulgazione, nel racconto, nella condivisione, nella trasparenza. Il cosiddetto “critichese”, lo sfoggio di sapienza, le frasi complesse, i vocaboli macchinosi nascondono pensieri altrettanto macchinosi. Spesso mi accusano di usare modi giornalistici anche quando mi impegno in testi scientifici. Forse è vero. Ma Italo Calvino (nomen omen, per rimanere in tema!) e le sue Lezione americane corrono in mio soccorso, con tutto il loro spirito di leggerezza. E ricordo sempre una sua frase in grado di siglare questa idea di semplicità, laddove Calvino, spiegando un verso di Dante del Paradiso, in cui il poeta motivava la “scienza innata di Dio”, parafrasò con semplicità:«La fantasia è un posto dove ci piove dentro».

La raccolta continua...
Come diceva il poeta: «anche tu puoi contribuire con un verso».
Grazie fratelli!

sabato 1 febbraio 2014

Tesori nascosti. A Varese.


Gita alla Villa Cagnola di Gazzada.
Una collezione da Papi!

(da La Repubblica, Milano, venerdì 31 gennaio 2014)

Una facciata neoclassica coronata da una loggia in stile barocchetto lombardo; un giardino all'italiana così ordinato da fare invidia a Boboli (in questi giorni profuma di calicantus); una vista che abbraccia il lago di Varese, il Maggiore e spazia fino al Monte Rosa o anche più giù. La Villa Cagnola di Gazzada è una scoperta. Chiusi dietro la sua cancellata severa, sulla cima di una collina del Varesotto, non ci sono infatti solo un centro congressi e uno spazio ameno che d'estate allestisce concerti, ma c'è la lunga storia di una dimora di delizia che accolse nel tempo ospiti illustri e tuttora conserva una collezione d'arte dalla qualità museale, oltre a una raccolta di ceramiche, terza in Italia dopo Palazzo Madama a Torino e quella del Duca di Martina a Napoli. Uno scrigno dove, proprio in questi giorni, è rientrata, reduce dalla mostra del Mart di Trento dedicata ad Antonello da Messina, la splendida Madonna Cagnola, attribuita in passato ad Antonello e ora restituita alla mano di Zanetto Bugatto, cortigiano degli Sforza, mentre un altro capolavoro del Quattrocento, il San Francesco di Antonio Vivarini, sarà al centro domenica di una serata in villa, per la presentazione del suo restauro. L'occasione merita un passo, per non perdere l'apertura straordinaria della dimora e il tour guidato alle collezioni, visitabili solo su appuntamento. Si scoprirà così la vicenda di una residenza di campagna, abitata dalla famiglia Perabò, passata ai Melzi d'Eril e infine alla dinastia dei Cagnola. Giuseppe, il nonno, ritratto come un condottiero in un busto di marmo di Vincenzo Vela, si comprò la nobiltà rifocillando l'esercito austriaco all'epoca del dominio asburgico; Carlo, il figlio, senatore del Regno, era un grande viaggiatore e uomo del Risorgimento come lo immortalò il romantico Bertini, allievo di Hayez; mentre Guido, il nipote, intellettuale e diplomatico, arricchì con passione il suo patrimonio prima di donarlo, in assenza d'eredi, alla Santa Sede, negli anni Quaranta del Novecento. Due secoli e mezzo di investimenti, buoni rapporti e buone maniere che assicurarono alla villa una reputazione galante. Tanto da essere dipinta, nella sua veste settecentesca, da Bernardo Bellotto, signore del vedutismo veneto, in un'opera oggi a Brera, mentre i nobili di mezza Europa facevano a gara per soggiornare d'estate all'ombra dei suoi cedri, da Umberto I e la regina Margherita a Benedetto Croce, compresi il filosofo indiano Tagore e Geo Chàvez, l'aviatore peruviano che trasvolò per primo le Alpi e fece tappa a Varese. Attratti dai tesori della raccolta, dalle tavole di Bellini, dagli arazzi fiamminghi, dalle consolle di Maggiolini, dai capricci del Guardi o le ceramiche dei Della Robbia, approdarono anche grandi nomi del mondo della cultura, da Bernard Berenson ad Arrigo Boito, da Fernanda Wittgens, storica direttrice di Brera, al critico Roberto Longhi, mentre la Santa Sede vi ospitò il cardinale Montini, futuro Paolo VI, e in tempi più recenti Carlo Maria Martini, per le loro pause-relax dagli impegni ecclesiastici.

Villa Cagnola, Gazzada Schianno, info 0332.461304.  

domenica 19 gennaio 2014

Ministro per un giorno.


Tanto per scherzare... ma anche no!

Ho rivisto di recente la bella pellicola di Ivan Reitman, Dave. Presidente per un giorno, con un Kevin Klein in ottima forma, e ho pensato di ispirarmi alla sua “praticità” di governo, inventandomi anche io, per un giorno, ministra ai beni culturali. Nessuna presunzione, per carità. Tanto più che Bray mi piace. Solo un po' di divertimento, condito con qualche soluzione pratica dovuta alla mia conoscenza (minima) del sistema museale americano... un po' più organizzato del nostro.
Tutto qui. Tanto per ridere, ma anche no.

Ecco i 14 punti della mia candidatura.

  1. Detraibilità totale, per le aziende private, delle sponsorizzazione a fini culturali.
  2. Opere d'arte di proprietà pubblica messe a garanzia reale degli investimenti esteri sul nostro paese.
  3. Quantificazione monetaria del patrimonio culturale pubblico, visibile e occulto, per poter procedere con il punto di cui sopra.
  4. Privilegiare - rispetto alle solite privatizzazione di parti del patrimonio statale (tipo spiagge, edifici storici o ex industriali) l'alienazione di opere d'arte scelte dal patrimonio occulto dimenticato nei depositi.
  5. Reinvestimento del ricavato del suddetto punto nelle strutture stesse che hanno venduto i beni e non nel calderone delle casse pubbliche. Questo comporterà una minore spesa da parte dello Stato o di amministrazioni locali per sovvenzioni a fondo perduto dei musei.
  1. Abbracciare il sistema anglosassone che concepisce i musei come aziende produttive, costrette a garantire utili per il proprio auto-sostentamento. Ne consegue una responsabilizzazione e incentivazione dei dirigenti in vista di una rendita adeguata che permetta di mantenere le collezioni, produrre mostre, investire nella programmazione e conquistare un bilancio in attivo. O, per cominciare, almeno in pareggio, in vista di un incremento del reddito su un periodo di tempo calcolato.
  2. Varare un sistema di prestiti delle opere ad altre istituzioni italiane o internazionali a fronte di fee adeguati.
  3. Ridurre i subappalti dei servizi legati a musei e altre istituzioni, come le caffetterie o i bookshop, gestiti invece direttamente dal museo, con strategie di marketing interne e rendite incamerate dalle casse stesse del museo. Una gestione aziendale dei servizi può garantire utili finalizzati alla rendita. Ciò presuppone una capacità manageriale della direzione, a fronte di una libertà d'azione che consenta a ogni istituto di ideare soluzioni accattivanti e produttive di merchandising (nel musei americani tocca l'80% dei ricavati) libere da regole imposte da un sistema centralizzato che oggi obbliga a standard di offerte limitate e mortifere.
  4. Investire i ricavati di una buona gestione manageriale del patrimonio in accoglienza e comunicazione, sposando le logiche dell'incoming turistico e coordinandosi con l'offerta turistica di ogni singolo territorio.
  5. Progettare e offrire a musei esteri l'esportazione in blocco di collezioni museali, in cambio di una percentuale pre-stabilita sui guadagni delle esposizioni; come attualmente fanno i musei francesi, sempre più spesso ospiti degli spazi italiani, che non ricambiano la visita. Ciò permetterebbe anche una circolazione delle opere usate a mo' di testimonial del nostro patrimonio, per una migliore promozione, diffusione di un brand, oltre a una elasticità negli allestimenti interni dei musei stessi costretti a cambiare le sale, mobilitare le opere, rinnovarsi continuamente.
  6. In caso di musei che non ottengano i risultati prospettati, provvedere all'accorpamento della gestione e delle collezione presso istituti più efficienti. Una strategia definita “a vasi comunicanti”, mobile ed elastica, che stimola la competitività fra istituti, la lotta per la sopravvivenza. Non del patrimonio, ovviamente, che in caso di fallimento verrebbe comunque inglobato da altre raccolte e valorizzato altrove, ma eliminando gestioni antiche, non produttive e gravose per le finanze pubbliche.
  7. Assunzione per meritocrazia (e non per anzianità o nepotismo) dei funzionari, con bandi ispirati alle caratteristiche dei bandi anglosassoni che privilegiano doti personali di abilità gestionale, creatività, spirito di squadra e ambizione.
  8. Licenziabilità di direttori o dello staff se i risultati non fossero confacenti all'investimento e alla rendita del museo.
  9. Ideazione di contratti a tempo, triennali o simili, svincolati dalla logica del dipendente pubblico, ma ricorrendo a liberi professionisti per le cariche di management e curatela.

sabato 21 dicembre 2013

Mortacci nostri


So che è Natale e che dovremmo essere tutti più buoni, ma quando sento l'assessore alla cultura di Milano Filippo Del Corno annunciare una giornata di celebrazioni per i centocinquant'anni dalla morte di Edvard Munch (1863-1944) – abbiate pazienza – mi viene il nervoso. E non perché sia nemica di Munch, ma perché mi chiedo se un autore così lontano, seppur straordinario, dalla nostra storia, possa diventare una priorità nei programmi culturali della città, quando vengono al contrario dimenticati artisti che, la nostra storia, l'hanno fatta davvero. Faccio qualche nome.
Piero Manzoni (1933-1963), il signore della “merda d'artista”, quella che viene battuta nelle aste internazionali con prezzi da capogiro, il maestro dell'arte concettuale in salsa italiana, che ha appena goduto di una retrospettiva a Londra nella super-galleria di Gagosian, e che sarebbe stato al centro quest'anno di un doppio anniversario, per gli ottant'anni dalla nascita e cinquant'anni dalla morte, meritava una mostra a Palazzo Reale? Si. E infatti era nei programmi dell'ex assessore Boeri, ma per mancanza di fondi è stata rimandata al 2014 (forse), accontentandosi di ricordarlo con un paio di libri e una mezza conferenza, in attesa che l'anniversario passi e noi si faccia la figura dei soliti svalvolati.
Agostino Bonalumi (1935-2013), stessa epoca di Manzoni, stessa ricerca piegata verso i confini dell'astrazione, guidata da un sesto senso per lo spazio nelle sue tele che flettevano come onde, ci ha lasciati a settembre. Abitava a Vimercate. Gli hanno reso omaggio in questi giorni le Gallerie di Piazza Scala, con talk e una visita alle opere in collezione. Di istituzionale, il deserto.
Franco Rognoni (1913-1999), a cent'anni dalla nascita, neanche una parola. Era un artista di grande poesia, le sue immagini di donne in cammino nella notte, fra i fumi della città, arricchirono il realismo lirico di una certa arte fantastica, legata al lascito di Licini. Esistono opere sue nei depositi del Museo del Novecento. E lì sono rimaste! Anni fa (dieci per la precisione, altra coincidenza, altro anniversario) la Rotonda della Besana gli dedicò una bella antologica. Oggi siamo troppo impegnati a ospitare i traslochi dai depositi del Pompidou (da cui arrivano le mostre su Kandinsky e il Volto del Novecento), per vedere cosa nascondiamo nei nostri.
Gianni Colombo (1937-1993) ha segnato gli studi sulla percezione dello spazio con opere cinetiche che hanno trascinato lo spettatore al centro del quadro rendendolo protagonista dell'opera e della visione, come dimostra un “ambiente” davvero psichedelico ricostruito all'ultimo piano del Museo del Novecento. Sono passati vent'anni dalla sua morte. Non mi pare che qualcuno lo abbia detto.
Come già scritto nel blog precedente, un paio di settimane fa è scomparso anche Giancarlo Cazzaniga (1930-2013). Trovo sul web solo un trafiletto di Artribune che ne parla affettuosamente come di “uno degli artisti del Jamaica. Protagonista del Realismo Esistenziale, espose due volte alla Biennale di Venezia”. Dall'assessorato: il vuoto pneumatico.
Mi verrebbe da citare – uscendo un po' fuori del mio campo – anche Vittorio Sereni (1913-1983) con un altro doppio anniversario, cent'anni dalla nascita, trent'anni dalla morte, insieme al coetaneo Piero Chiara (1913-1986). Mi sembra che l'Università Cattolica abbia dedicato al primo un convegno.
So che i 200 anni dalla nascita di Giuseppe Verdi hanno esaurito le energie del Comune e intasato la città di celebrazioni. Però (s)piace ricordare che Sereni “scrisse” un capitolo importante della storia della letteratura italiana del Novecento. Se Del Corno ha trovato un soffio di energie per ricordare Munch, forse avrebbe potuto risparmiarle per concentrarsi sui nostri illustri morti milanesi, invece di andare a prenderne uno norvegese. Ma forse, sotto Natale, la neve, il freddo, il nord, le slitte, fanno più tendenza di una sana rispolverata della nostra memoria.  

giovedì 12 dicembre 2013

Un pensiero per Giancarlo Cazzaniga

Un grande artista, che ha fatto un pezzo di storia di Milano, 
dal dopoguerra in avanti. 
Storia dell'arte, ma anche del jazz. Che aveva nelle vene quando, vicino all'amico Chet Baker, 
improvvisava sulla tela ritmi e pause ispirate ai suoni del sax. 
Con la speranza che Milano non dimentichi e che
presto una mostra lo ricordi.

Allego un breve testo scritto in occasione del Premio Morlotti
di quest'anno dove, appena due mesi fa,
è stato celebrato con il premio alla carriera.



Roberto Tassi, in un bellissimo testo degli anni Settanta, pubblicato da Scheiwiller, parlò della pittura di Giancarlo Cazzaniga come di un «margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso, tra l'assunzione degli oggetti come fatti reali e la loro elaborazione come segni della memoria, come immagini risorte da un deposito psicologico».
In anni in cui, a Milano, dominava un sentimento condiviso di asperità, delusione e rabbia, che gli amici-artisti del realismo esistenziale tradussero nei segni cattivi, neri come la pece, di opere incise o dipinte col coltello fra i denti, Cazzaniga riuscì a effondere nelle sue immagini vaporose un'aria di tenerezza, lirica e tragica insieme, in grado di alleviare il peso di tale insostenibile disperazione. Non che, in lui, la disperazione non avesse messo le stesse radici profonde scavate nel cuore degli altri. Qualcuno, che lo conobbe da ragazzo, giura di averlo incontrato fra le vie di Brera e Solferino, così smagrito e fiaccato dalla fame da rischiarare il collasso. Ma, dietro i suoi occhi cerulei e il sorriso gentile, Cazzaniga aveva scoperto che l'antidoto allo sconforto era la poesia. La grazia, cioè, di raccontare storie di quotidiano strazio e rancore, velandole però di indulgenza. Che, in pittura, significò attingere a un passato più intimo e più italiano di quello, al contrario, furente di un Bacon, amato dai colleghi, da Ferroni soprattutto. Un passato alla De Pisis – per intenderci – che nei suoi mari immoti, nelle nature arse, negli uccelli impagliati, esprimeva, senza strilli, un male di vivere, acuto ma tollerabile.
Non per nulla, i fiori di Cazzaniga, coppe di petali e foglie effimere, nacquero come un omaggio allo scorrere lento della vita, al senso dell'attesa, deposto nelle polveri e nelle nebbie leggere calate sui suoi tavoli da lavoro, dove gli oggetti non si cristallizzavano come negli altarini laici di Ferroni, ma si sbriciolavano piano nell'atmosfera lattiginosa, simili a visioni fragili, trasognate, «segni della memoria – per tornare a Tassi - margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso».
C'è sempre stato infatti un bagliore di speranza, una nota di dolcezza nei suoi mazzi di fiori recisi, nei panorami arsi delle estati a Portonovo. Merito dei colori luminosi, verdi autunnali, lombardi, (morlottiani!), come pure gli azzurri opachi, i lilla foschi, i grigi perlati. Oppure i neri, stesi a tratti, a filamenti lanosi, negli sfondi vellutati degli studi solitari o dei luoghi del jazz milanese: i club dove Cerri, Intra o Gaslini inondavano l'aria con le tonalità calde del sax, che proprio nei neri compatti di Cazzaniga, più profondi della notte, sembrano ancora risuonare malinconici.
Grande Giancarlo. Maestro di un dolore sottile quanto la pioggia, che punge e allo stesso tempo è musica sulla terra. Goccia su goccia, come la sua pittura esile e veloce, che riporta alla mente un verso di Montale, al quale proprio Filippo De Pisis si ispirò commosso: «è una tempesta anche la tua dolcezza». 




domenica 8 dicembre 2013

Boston loves Italy


E la promuove anche meglio di noi.
Fra stereotipi e grande professionalità.

Torno dal mio ultimo viaggio a Boston con qualche riflessione da condividere. Non voglio che questo blog, a causa dei miei isterismi critici, prenda la piega del lamento, senza impegnarsi a suggerire qualche benché minima soluzione. Per cui ho deciso di partire dalle buone notizie, di passare velatamente attraverso il lamento e di approdare a un invito speranzoso.
La buona notizia è che gli americani (o meglio, i bostoniani, perché sono una razza a parte e sono gli unici di cui ho esperienza) ci adorano. Adorano l'Italia in generale. L'adorano per i soliti cliché, i luoghi comuni, gli stereotipi, l'arte, il cibo, il paesaggio, la simpatia e via gigionando, ma l'adorano. E questo è già importante. Chiunque si abbia occasione di incontrare, appena scoperta la nostra provenienza, si prodiga in elogi snocciolando origini italiane, punteggiate di riminiscenze del nostro vocabolario, con orgogliosa appartenenza. Questo accade nella vita, come nell'arte.
Nello splendido Museum of Fine Arts, un piccolo (neanche tanto) Louvre sull'oceano, è allestita in questo periodo una mostra dedicata a John Singer Sargent, il grande ritrattista americano, il signore del bel mondo e delle mise discinte delle lady di fine secolo, che nacque in Italia (1856), si formò in Francia, lavorò fra Londra, Boston e New York. Bene, in virtù del fatto che la mostra presenta numerosi opere in omaggio al paesaggio italiano, alle cave di Carrara, ai canali di Venezia, alle piazze di Firenze, ai giardini di Boboli, il bookshop allestito al termine del percorso (uno dei cinque presenti nel museo) è stato studiato tutto in perfetto Italian Style.
Fluttuando fra proposte di regali natalizi da fare invidia alla Rinascente, ecco allora tutti i grandi classici della nostra produzione; il famoso profumo delle isole italiane (e chi non ne ha uno sul comò?), la celebre ricetta del polpo all'italiana, la classica pasta tricolore, l'arcinoto tartufo nero di Parma (boh..), la squisita degustazione dei caffè alla veneziana. Per non parlare dei libri che maggiormente rappresentano la nostra storia: Camera con vista (ma non era dell'inglese Forster?), Il circolo Dante (ma non era un romanzo giallo americano?), Un incantevole aprile, bellissimo per carità, ma è anche lui inglese! della brava Elizabeth von Arnim. Insomma, l'idea che mi sono fatta è che la nostra identità sia traghettata all'estero da una sorta di mitologia, che gli altri hanno contribuito a costruire, in mancanza forse di una capacità nostra di promuoverci nel modo corretto.
Non lo dico con disgusto, come in tanti fanno arricciando il naso davanti a manipolazioni sbagliate, talora ridicole, delle nostre eccellenze, ma semmai con un velo di ammirazione. Penso a come sarebbe il bookshop nel Museo del Novecento a Milano se Electa (che lo gestisce), invece di impilare solo libri e cataloghi (a Boston i cataloghi di Sargent erano comunque notevoli), impilasse anche le scatolette del burro di Soresina, i cotechini del Peck (è giusto dietro l'angolo, un accordo non sarebbe impossibile da siglare...) il panettone delle Tre Marie, confezioni di “agnolotti del plin” (in omaggio, per esempio, alla mostra in corso di Pellizza da Volpedo) e, perché no, piccoli lussi firmati (o offerti?) da Prada, Krizia, Armani.
Nel main-shop del MFA, non manca mai infatti l'angolo delle grandi firme per visitatori vip che, durante le svendite del famoso “black friday”, è stato coronato da meravigliosi sconti. Inutile dire che c'era coda alla cassa; di gente arrivata anche solo per fare shopping, di turisti appena usciti da uno dei tre ristornati interni e che, con il ricavato, probabilmente, il museo si pagherà la prossima mostra. Copiamo chi ci copia.