martedì 9 febbraio 2016

La mostra

La time machine di Vezzoli
al Museion di Bolzano.
L'illusionista che ama il passato.
E i paradossi temporali.
Dalla Roma degli dei
alle dive dei telefoni bianchi.


Da una parte c'è il cielo terso delle Alpi e il bianco clinico di sale ritagliate fra pareti di vetro. Dall'altro, i decori fastosi e le statue classiche di un piccolo mondo antico, popolato di veneri, satiri e dei. Messe insieme, le due cose, fanno uno strano effetto. Anacronistico. «Ho voluto giocare con la storia. Ma in modo serio». Francesco Vezzoli, artistar italiano fra i più riconosciuti all'estero, spiega con leggera ironia lo spirito dell'intervento che ha firmato, come guest curator, al Museion di Bolzano (fino al 6 novembre). «Un'astronave fra le montagne» definisce questo guscio trasparente votato all'arte contemporanea che si rinnova di continuo, rigirando le collezioni, modificando gli spazi, affidandoli alle cure di ospiti speciali, chiamati proprio a “giocare” con le opere nei depositi, con gli ambienti mutanti. Il direttore Letizia Ragaglia ha scelto lui per allegria: «ero affascinata dalla sua capacità di creare ossimori, cortocircuiti e paradossi temporali. Mi chiedevo cosa avrebbe combinato con la nostra raccolta». Il risultato è una pinacoteca dove i quadri moderni vestono cornici antiche, sottratte idealmente ai capolavori della storia dell'arte e riprodotte sul muro da un team di esperti del trompe-l'oeil. Con la regia di Vezzoli, hanno lavorato in sei, per due settimane, a ventisette montature tecnicamente perfette. L'istinto è di allungare la mano per toccare uno spessore che non c'è. Ecco allora un plexiglas di Emilio Vedova con la cornice del Ritratto di Baldassare Castiglione di Raffaello, una foto di Arnulf Rainer con quella del Bacio di Hayez, un Achrome di Piero Manzoni nella cornice della Primavera di Arcimboldo, un ritratto divisionista dell'altoatesino Albert Stolz nobilitato dalla cornice del Tondo Doni di Michelangelo. L'inganno è doppio. Le cornici appartengono ad altri quadri, ma sono totalmente fittizie. E la trappola scatta anche salendo all'ultimo piano dove, in una gliptoteca degli equivoci, torsi d'eroi greci o busti della Roma imperiale sfoggiano teste attuali: volti porcellanati di dive degli anni Trenta o di icone del cinema, come Sophia Loren, a sua volta trasformata in una musa di de Chirico, con l'abito a mo' di colonna dorica. Qui però le opere non sono proprietà di Museion, ma escono dalla collezione personale di Vezzoli; messe insieme per la prima volta, fanno il punto sulla sua produzione plastica, dal 2011 a oggi. È un gioco delle parti. Lui ha allestito il museo. Il museo ha allestito la sua prima retrospettiva. In entrambi i casi, lo slittamento fra passato e presente disorienta e diverte. Il visitatore è accompagnato per mano, in questa time machine, da due vademecum: il librino, nella sala dei marmi (i pezzi originali vengono dalle aste di New York), spiega la natura di ogni accostamento, mentre le didascalie take-away, nella pinacoteca impossibile, si leggono e si portano via come tasselli di una installazione temporanea. L'operazione è tutta concettuale, come il salto nel tempo all'indietro di Vezzoli che ha sostituito alle celebrities dei suoi video pop, da Eva Mendes a Lady Gaga e Sharon Stone, nomi enciclopedici, da Petronio a Ovidio a Piranesi. E non si auto-ritrae più come un attore glamour dalle lacrime luccicanti di lurex, ma come un Apollo togato che piange lacrime di marmo. «Il futuro – commenta – appartiene all'archeologia».

Dal mio pezzo su La Repubblica, domenica 7 febbraio 2016





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