lunedì 28 dicembre 2015

Moore a Roma

Alle Terme di Diocleziano.
Le sculture di Henry Moore.
Un'esperienza surreale!
Ancora fino al 10 gennaio, le forme sode dell'artista inglese dialogano con i reperti antichi.
Gli ambienti dagli ampi soffitti voltati accolgono corpi di donne liquide.
Nel piccolo chiostro brilla un Ritratto femminile del IV secolo che merita una gita, 
anche a mostra finita.




domenica 20 dicembre 2015

Giotto in Milan


The master of God.
The protagonist of the fourteenth century star system.

The first room is a leap into the unknown. Deep shadows and the darkest of iron used to cover the floors and volumes, according to the project of setting up “in black” by Mario Bellini, welcome visitors into a gloomy forest illuminated by the light of faith. The Madonna of San Giorgio alla Costa and the Badia Polyptych emerge from the shade like apparitions: an epiphany of painting. Giotto di Bondone (1267-1337), known simply as Giotto, was the Dante of Italian art, the father of a modern language, a divine comedy comprised of saints and Madonna’s that widens the heart and mind with its open spaces, living nature, profound humanity. A dolce stil novo (sweet new style) told by the “Giotto, l'Italia” (“Giotto, Italy”) exhibition, open beginning today at the Royal Palace, through 14 major works, masterpieces that have been familiar to us since high school. Curated by Serena Romano and Pietro Petraroia, produced by the city hall and by Electa, with an investment of 1.6 million euro, this exhibition has the great advantage of being monographic, a “one man show” without flaws or replacements, no minor works, uncertain attributions, friends, relatives or future heirs. Just Giotto and a selected group of pieces for a never-before-seen itinerary. The exhibition held at the Uffizi Museum in 1937 gathered eight works. It seemed like a miracle. Today, there are almost twice as many and it is a record. In fact, during his lifetime, in fifty years of work, Giotto signed about twenty individual works, including crosses, altarpieces and polyptychs, beyond the illustrious frescoes spirited throughout Italy. This also explains the national slant of the title: “Giotto, Italy”, in the sense that, at the dawn of the Renaissance, his figure, halfway between craftsman and entrepreneur, courtier and intellectual, became the symbol of an entire country, a testimonial of a shared culture. “The protagonist of the fourteenth century star system,” explains Serena Romano, “Giotto embodies the model of the entrepreneur, of the creative who conceives ideas and entrusts them to others to execute. A forefather of Jeff Koons and all of contemporary art where genius counts and not the execution.” So, it is useless to look for his imprint between the heads of angels that crowd the coronation of the Virgin in the splendid Baroncelli Polyptic of Santa Croce in Florence. Giotto, prince of a medieval factory, invented the revolutionary formula of the continuous narration, a single scene that breaks through the limits of the doors, but who then assigns the task of completing the painting to his staff. From the first room to the last, the invitation is clear: look for signs of a revolution. In God the Father, which came from the Scrovegni Chapel in Padua, the depth of the throne seems to ‘pierce the wall’, as Mario Sironi said, and the foreshortened hand anticipates the famous feet in the foreground of the Dead Christ by Mantegna by nearly two centuries. In the polyptych of Santa Reparata in Florence, the tenderness of baby Jesus and the loving glance of the Saints bring true sentiments on stage. In the Stefaneschi Polyptych, the altarpiece painted for the Basilicata of St. Peter that has never left the Vatican in 700 years of history, there is a chessboard perspective, an altarpiece within an altarpiece, put together like a Russian doll, which deceives the senses. In a journey that crosses Italy and meets with the most illustrious patrons, from the order of the Franciscans to the papacy, from Roberto d’Angiò to the Florentine bankers, we discover the fortune of his talent and the long wave of his fame, which reached Milan and the court of Azzone Visconti, for whom he painted, right in the Royal Palace, a cycle of frescoes now lost. The exhibition ends with a medley of quotes by modern authors bowed to his genius: De Chirico was enchanted by his ‘metaphysical spaces’, and Rothko by his ‘disintegration of unity’, Klein by his ‘entirely blue monochromes’.

sabato 12 dicembre 2015

Opening

Essere è tessere
100 fili d'artista dalla Collezione Canclini
100 artist's threads from the Canclini Collection

Fondazione Stelline, Milano
Mercoledì 16 dicembre ore 18.30

Il tessuto come forma d’arte. Dall’antichità ai giorni nostri. Una lunga e affascinante storia di stoffa, cucita e ricucita da artisti di ogni epoca e geografia, sedotti da un mestiere affidato alla sapienza delle mani. E dal filo come metafora di unione, appartenenza, vitalità.

Textile as a form of art. From the ancient times to the pres- ent day. A long and fascinating history of fabric sewed and resewed by artists from every era and geographical origin. Captivated by a craft that relies on the prowess of hands. And by the thread as a metaphor for union, belonging, liveliness.


  

venerdì 4 dicembre 2015

Happy Birthday

Al Museo del Novecento di Milano
Cinque anni di mostre e attività
Un resoconto fra luci e ombre
da La Repubblica di mercoledì 2 dicembre



Novemila persone in coda sotto la piaggia. Dalle quattro del pomeriggio all'una di notte. Come a un concerto rock. Fa impressione il numero di visitatori con cui, il 6 dicembre del 2010, il Museo del Novecento ha inaugurato la sua storia. L'allora sindaco Letizia Moratti, dopo una preview per pochi (500) intimi, accolse il pubblico nella hall e varò quei tre mesi di ingressi gratuiti che assicurarono al museo la palma d'oro del luogo d'arte più visitato d'Italia: 400mila presenze registrate fino a marzo, una media giornaliera che superava le 4.600. Oggi, a cinque anni di distanza, il Novecento apparecchia una festa, in agenda domenica, stilando un programma di iniziative, fra visite guidate, laboratori, musica, teatro, performance e un rinfresco offerto dal ristorante Giacomo. In attesa di (ri)mettersi in coda per un'altra affollata giornata di gala, si possono ripercorre questi anni di attività che hanno restituito a Milano il patrimonio prezioso delle collezioni d'arte moderna e regalato alla città un museo allegro e vitale. Ecco allora un primo bilancio. Positivo, con qualche punto debole da inserire nella lista delle urgenze. Partiamo dal percorso, ricco di 400 opere, selezionate da un nucleo di 2.500, dipanato fra le avanguardie storiche del secolo breve e il fatidico 1968, anno di svolta sociale in cui l'arte moderna ha ceduto il passo al contemporaneo duro e puro. I pezzi sono capolavori da manuale: il Ritratto di Guillaume di Modigliani, Elasticità di Boccioni, Il cavaliere rosso di Carrà (la Moratti lo volle come immagine-guida, preferendolo al più proletario Quarto Stato di Pellizza), la Natura Morta con Manichino di Morandi, La sete di Martini, fino al neon di Fontana che illumina ogni sera piazza Duomo dall'alto. Peccato che l'allestimento, poco agile, non permetta turnover dai depositi, rotazione delle opere o inversioni di rotta. A proposito del Quarto Stato, resta irrisolta la sua collocazione nella nicchia lungo la rampa elicoidale progettata da Italo Rota: un loculo buio che ne restringe la visione. S'è parlato più volte di spostarlo, anche con una techno teca all'ingresso, ma per ora rimane nell'ombra. In sospeso pure l'ipotesi di un collegamento col pianoterra di Palazzo Reale, per aggiungere nuovi spazi al museo. Bell'idea, ma insabbiata. E così, mentre i visitatori si perdono in un cammino difficoltoso, che manca di indicazioni e abbonda di scale mobili, si discute di come trovare sale per le esposizioni temporanee. Fino ad ora, mostre splendide come “Tecnica mista” o la liaison creativa fra Fontana e Klein, “Munari politecnico” o la polvere di stelle di Warhol, sono state distribuite lungo il percorso e nella manica lunga che affaccia su via Marconi. Ma l'ultima importante donazione (su 80 lasciti siglati in questi anni), ovvero le 600 opere della collezione Bertolini, verranno (in parte) collocate proprio nella manica, ingessando l'unico spazio elastico. «Quello delle mostre è il lato critico che va affrontato. Il Museo ha bisogno di affermare la sua identità con offerte precise» dice Claudio Salsi direttore del Settore musei delegato a gestire il Novecento fino al cambio di Giunta. Suo il compito di sostituire Marina Pugliese che, partita per gli States, ha lasciato il posto vacante. E che, da San Francisco commenta: «Spero che la prossima amministrazione indica subito un concorso. I milanesi sono fieri di questo museo e bisogna continuare a coinvolgerli». Pugno di ferro in guanto di velluto, la Pugliese ha distinto con acume i programmi del Polo Otto e Novecento, nei progetti di mostre scientifiche e nelle vivaci attività collaterali, dai corsi di yoga alla scrittura creativa con la scuola Holden di Baricco. Purtroppo, per ora di altri progetti si parla poco. A parte di una mostra su Boccioni che, a primavera, sposterà il cuore della sala sul futurismo a Palazzo Reale. Speriamo non sia solo un trasloco.