mercoledì 30 settembre 2015

La recensione


Alla mostra dell'est
I capolavori dei magiari al Palazzo Reale di Milano

da La Repubblica del 17 settembre

L'elenco dei nomi fa impressione. Leonardo, Tiziano, Rembrandt, Tiepolo, Goya, Rodin, sono solo alcuni degli old master riuniti sotto un titolo che cerca pubblico, “Da Raffaello a Schiele. Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”, e fa pensare al formato all inclusive di certe mostre pop. Qui però il curatore Stefano Zuffi, esperto milanese d'alta epoca – astuzia a parte – sui capolavori non mente. Settantasei sono le opere uscite in blocco dal museo ungherese che, chiuso per un restyling destinato a durare due anni, ha deciso di spedire le collezioni in tour. Gli accordi con Milano risalgono all'inverno scorso quando, per il tradizionale evento di Natale a Palazzo Marino, proprio da Budapest è arrivata la Madonna Esterhazy di Raffaello che oggi, infatti, ritorna in apertura di percorso affiancata da altri esemplari raccolti dal museo magiaro in cent'anni di storia. A metà Ottocento, Lajos Kossuth, eroe indipendentista e padre della patria, cominciò a rastrellare pezzi, sognando un tesoro museale che sdoganasse l'Ungheria come nazione a livello delle altre potenze. Tempo vent'anni, i principi Esterhazy (da cui il nome della Madonna) accettarono di vendere al governo 600 dipinti inestimabili, appartenuti da secoli alla famiglia. Nel Novecento, il regime comunista arricchì il fondo con altre acquisizioni, fra impressionismo francese ed espressionismo tedesco. Detto fatto, l'andamento cronologico della mostra rispecchia questa evoluzione e mette in fila un tesoro da re. Si parte dal Cinquecento di El Greco e Tintoretto, autore di una Cena in Emmaus spettinata da una folata di vento improvvisa, e si attraversa il Rinascimento passando da Raffaello e Leonardo (un disegno della Battaglia di Anghiari) alla dolcezza del Luini e a una Venere elastica del manierista Parmigianino. Testimonial della sezione fiamminga è il Ritratto di giovane di Dürer che sembra un demonio dagli occhi di bragia, esposto accanto a un'altra perfida signora: la Salomé di Cranach, icona della mostra, campeggia sui manifesti col viso innocente, mentre fra le mani la testa del Battista respira ancora. I colori a olio di questi maestri venuti da nord brillano nel buio di un allestimento ovattato. Protagonisti del Seicento, Velázquez e Rubens si rubano la scena con immagini dalla precisione lenticolare, mentre nel Settecento luminoso di Tiepolo e Canaletto si incontra una testa strillante di Uomo che sbadiglia firmata da Messerschmidt, scultore teutonico, celebre per una serie maniacale di smorfie fuse nello stagno. Superata la sezione romantica con la stella inquieta di Goya, il simbolismo infila un poker d'assi, da Rodin a Böcklin e (finalmente) due ungheresi: József Rippl-Rónai e Vaszary János, lugubri come le leggende dei Balcani. Si chiude sui papà della modernità, Manet, Cézanne, Schiele: cronaca di una fine annunciata, fatta eccezione per un altro oscuro ungarico Ödön Márffy, cubista di Budapest, che aggiunge alla trasloco dei big, il piacere della scoperta.

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