mercoledì 16 settembre 2015

La polemica


Il dipinto che non vale una messa

Da leggere, l'articolo di Armando Besio 
sul tema eterno dell'arte sacra.
Parole sante!

Il mistero doloroso del quadro in Duomo
da La Repubblica di lunedì 14 settembre

LE VIE del Signore sono infinite. E così una modesta pittrice francese è riuscita a conquistare, grazie alla sorprendente complicità della Veneranda Fabbrica e alla distratta generosità della Provvidenza, nientemeno che la vetrina del Duomo. Dove mica di passaggio, ma fino al 6 gennaio, è stata invitata a esporre un’opera di sconcertante mediocrità. Si chiama Kathy Toma, vive e lavora a Parigi. «Il suo lavoro pittorico costituisce la sintesi di un linguaggio semi figurativo e di body art» informa un comunicato stampa dalla sin- tassi incerta come la poetica della signora. Che sostiene di esse- re «toccata da una mano invisibile». Ma l’ingombrante polittico, alto quattro metri, che occupa la quarta campata della navata me- diana destra, più che ispirato dalla grazia divina sembra dettato da una confusa vanità.
S’intitola “Enigma primordiale. Il mistero delle origini”. Interpreta (a modo suo) la Leggenda della Vera Croce, un presunto Sacro Chiodo della quale (ed ecco il gancio liturgico che giustifica la presenza del quadro) figura tra le più popolari reliquie del Duomo. Ma il vero enigma, l’autentico mistero doloroso, è come un’opera di qualità così scadente sia riuscita a ritagliarsi uno spazio di prim’ordine in mezzo alla grande bellezza del Duomo.
L’indiziato numero uno è Phi- lippe Daverio, consigliere (e già presidente) del Museo del Duo- mo. Dotato, in effetti, di una sua allegra spregiudicatezza. Ma capace, fino a prova contraria, di di- stinguere il grano del bello dal lo- glio del brutto. E infatti: «Io non c’entro nulla, non mi hanno nep- pure avvertito» giura il critico, assente l’altra mattina all’inaugurazione.
DOV’ERANO presenti un paio di direttori di musei milanesi. Il loro sguardo perplesso, sebbene educatamente dissimulato, valeva più di mille recensioni.
Assolto Daverio per non aver commissionato il fatto, i responsabili risultano il professor Gianni Baratta e monsignor Gianantonio Borgonovo, direttore e presidente della Veneranda Fabbrica. Il professore assicura che «di fronte a quest’opera ognuno di noi può ricontattare un sentire inconsapevole, ancestrale». Il monsignore spiega che «la Veneranda Fabbrica ha scelto sin dalle sue origini l’arte come momento di espressione privilegiato per raccontare la contemporaneità». Basta intendersi su che cosa è arte. E su che cosa è arte sacra contemporanea. Già la scultura di Tony Cragg in Duomo appare casuale e incongrua, e più compiacente che plausibile suona la dichiarata ispirazione alla Madonnina di un’opera molto simile a tante altre dell’artista. A proposito di madonnine, la copia in scala 1:1 esibita nel padiglione della Veneranda Fabbrica all’Expo strizza l’occhio al grande pubblico (cui viene offerta a 27,90 euro anche una scadente riproduzione) senza sforzo alcuno di fantasia estetica e pedagogica.
Eppure non mancano nella chiesa milanese tentativi seri di coniugare arte sacra e linguaggio contemporaneo. L’installazione di Wolf Wostell nel padiglione Caritas all’Expo. Le mostre curate da padre Andrea Dall’Asta a San Fedele e da Paolo Biscottini al Diocesano. Monsignor Borgonovo presentando l’Enigma Primordiale ha citato l’arcivescovo Montini, futuro Paolo VI, appassionato di arte contemporanea. Ma è lecito dubitare che un uomo che amava Matisse e Chagall avrebbe approvato una scelta di così basso profilo. In un bellissimo discorso del 1964 nella Cappella Sistina Paolo VI rifletteva sul doloroso distacco tra la Chiesa e gli artisti. Imputava loro di avere perduto per strada la vera bellezza. Ma riconosceva le responsabilità della Chiesa. «Siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza e - ciò che è peggio per noi - il culto di Dio, sono male serviti».

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