giovedì 17 settembre 2015

In libreria

Io sto coi marabù.
L'altro Bugatti. L'artista dello zoo di Anversa.

da La Repubblica di mercoledì 16 settembre


Si chiamava Rembrandt, come il più grande pittore del secolo d'oro olandese. E Bugatti, come il papà Carlo, noto designer di mobili libery, e (soprattutto) il fratello Ettore, fondatore del mitico marchio d'auto di lusso. Con un nome così, poteva crescere in due modi. Vanitoso e guidato da un segno del destino. O insicuro e schiacciato dal peso delle aspettative. Rembrandt Bugatti (1884-1916) optò per la seconda ipotesi. Timido, introverso, era ripiegato su se stesso come un giunco, alto e dinoccolato come uno di quei fenicotteri che plasmava nel gesso, piccoli capolavori di scultura selvatica, creati da un uomo che preferiva gli animali rispetto ai suoi simili. Un po' gobbo, «camminava dando l’impressione di voler schivare la gente» diceva l'amico poeta André Salmon. «Bugatti aveva vissuto nella vita come un estraneo» scrisse l'architetto Giulio Ulisse Arata in un coccodrillo commosso all'indomani della sua morte, avvenuta a trentadue anni, stroncato dal male vivere, dalla tubercolosi e da un suicidio che lo liberò dal peso dell'esistenza. «Questa vita tuttavia mi pesa molto» è infatti la sua ultima, lapidaria confessione, in una lettera intimissima spedita al fratello e diventata oggi il titolo di un libro (edito da Adelphi) che Edgardo Franzosini, narratore di biografie sconosciute, ha dedicato a questo personaggio oscuro alle cronache. Noto per le sue ricostruzioni immaginarie delle vite degli altri, Franzosini sceglie sempre anti-eroi dalle storie dolorose. «Sono attratto dalle figure più eccentriche e dalla loro sofferenza umana. Se sono stati felici e contenti non mi interessano». E infatti i suoi gialli irrisolti, un po' alla Dürrenmatt, procedono per episodi amari. Senza eccesso di nozioni. Di Rembrandt dice tutto, non dicendo niente. Che era un artista ipersensibile (nipote, non a caso, di Giovanni Segantini), cresciuto nell'ambiente culturale della Milano scapigliata, passato da Parigi, stabilitosi ad Anversa, segnato dai drammi della grande guerra, dove prestava assistenza ai feriti come barelliere nel corpo dei “dispensati dal servizio militare in tempo di pace”. Le descrizioni dei suoi modi eleganti ma irrigiditi fanno sognare un bell'uomo, fronte alta e occhi nervosi, avvolto in strane giacche con lunghe file di bottoni e stivali dalla doppia fibbia. Era un po' ferino, come gli animali che ritraeva con ossessione. «L’autoritratto più sincero che Bugatti abbia realizzato – si legge in un passo velato di ironia e tenerezza - fu quello per cui usò come modello il babbuino amadriade dello zoo di Anversa. Ma, lui personalmente preferiva quello con le fattezze di un marabù». In quell'uccello africano, simile a una cicogna, vedeva rispecchiata la sua natura guardinga. E, in ogni belva dei giardini zoologici che frequentava (invece dei soliti café-chantant amati dai colleghi), vedeva riflesso un mondo esotico, lontano dalla realtà che lo affliggeva. Come Rousseau, il Doganiere dell'impressionismo francese, Bugatti creò una jungla, culla delle sue fobie, crollata tragicamente quando, allo scoppio della guerra, i militari rasero al suolo lo zoo di Anversa, in una scena che Franzosini descrive con delicata ferocia.

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