giovedì 23 luglio 2015

La recensione

La peste è finita!
Il Barocco a Novara è un capolavoro di armonia

(da La Repubblica di martedì 21 luglio)



L'arte dopo la peste. Dopo San Carlo e dopo la Controriforma. L'arte di un Seicento uscito dai tempi bui dei contagi, dei pentimenti e delle flagellazioni. È l'arte di un secolo d'oro della pittura italiana, di una creatività felice, edificante, popolare, quella che racconta la mostra “Capolavori del Barocco: il trionfo della pittura nelle terre novaresi” allestita nell'Arengo del Broletto e nella Sala Casorati di Novara. Curato da Annamaria Bava e da Francesco Gonzales, il percorso, costruito intorno a una sessantina di pezzi museali, è un viaggio al termine della notte, fra pale d'altare con Madonne incoronate e ritratti di Santi che hanno smesso di soffrire (come piaceva al cuore penitente del Borromeo) e svelano, al contrario, le proprie virtù, come una lezione di vita ai fedeli di buon animo. Archiviati i dettami del cattolicesimo post tridentino, che imponevano toni mesti, ambienti lividi e dubbi amletici, ecco allora pittori dal tocco leggero, coloristi meravigliosi, capaci di trasformare ogni scena evangelica in una sfilata di moda. Il San Michele Arcangelo del Ceranino è un dandy con l'armatura lucida e le ali morbide di balsamo. L'Immacolata di Carlo Francesco Nuvolone ha un manto turchese, gonfio e croccante, come un modello di Roberto Capucci. I loro maestri – che Giovanni Testori aveva battezzato “i pestanti”, perché vissero a cavallo fra la peste di San Carlo e l'epidemia del cugino Federico – avevano lasciato un segno per l'intensità di un dolore condiviso, ma la svolta barocca portò con sé una ventata di fiducia e una finalità pedagogica mai vista. Bando alle figure luttuose, ogni opera doveva parlare ai credenti, attraverso scene di episodi devozionali che potessero trascinare verso l'alto – con un colpo di teatro! – lo spirito degli umili. Un coinvolgimento popolare destinato a raccogliere proprio nelle terre novaresi un alto gradimento. Novara, che viveva in simbiosi con Milano, controllata dalla lunga mano dei principi Borromeo, i feudatari del Lago, e da quella dei vescovi di una diocesi espansa, assorbì il gusto e le tendenze in voga in città. Lo stile raffinato delle committenze milanesi raggiunse le sue chiese, insieme a pattuglie di artisti che si spostavano regolarmente lungo l'asse Bologna Milano Genova, seminando novità. Una su tutte: il fascino distillato in Liguria dai fiamminghi Rubens e Van Dyck, i signori degli anelli e dei tessuti ricamati, che influenzarono i colleghi italiani (e piemontesi) con i loro modi sontuosi. Lo si vede dal trionfo di gioielli che Federico Bianchi dipinge nel suo Ritrovamento di Mosè, dagli abiti vaporosi dei Santi di Abbiati o Zanatta, dai bimbi floridi con le carni burrose di Carlo Preda. Questa gioia di vivere culmina con l'esordio sulla scena dell'arte di Guido Reni, Guercino, Pietro da Cortona e Maratta, maestri assoluti del genere, che la mostra cala in chiusura come un poker di re, eredi ideali di un'arte nata come antidoto alla peste manzoniana.

Capolavori del Barocco: il trionfo della pittura nelle terre novaresi, Arengo del Broletto e Sala Casorati di Novara, fino al 27 settembre, ingresso libero, mar-dom 10-18.30, tel. 0321.394059.





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