venerdì 19 giugno 2015

L'intervista

Marina Pugliese, su La Repubblica di ieri
Basta con i musei milanesi, me ne vado in America.
Ho bisogno di nuove sfide.

Marina Pugliese se ne va. Il direttore del polo dei musei di arte moderna e contemporanea, e cioè del trio Novecento, Gam e Mudec, lascia il suo incarico e parte per l'America. Direzione San Francisco, con un biglietto di sola andata. La notizia era nell'aria, ma si parlava di tempi più lunghi. Invece, da oggi, è ufficialmente in ferie. Fra due settimane, in volo. Alle sue spalle, quindici anni di lavoro per il Comune di Milano. Prima come conservatore all'ombra delle collezioni, quando ancora si chiamavano Cimac e stavano nei depositi di Palazzo Reale, poi eletta alla guida del Novecento e alla fine di tutta la rete. Laureata e specializzata a Genova, la sua città di origine, con una borsa dell'Accademia dei Lincei, un dottorato a Udine e uno Scholar Grant al Getty di Los Angeles, ha deciso all'improvviso di cambiare vita e spiega la sua scelta.
«Che è soprattutto familiare. Mio marito si è trasferito con un figlio in America, chiamato come art director della rivista Wired. Io, con gli altri due ragazzi, avevo intenzione di raggiungerlo fra un paio d'anni. Ma, sono passati sei mesi, e non resisto più».
Ci lascia per amore.
«Si, ma dal punto di vista del lavoro sento di aver concluso un ciclo. Ho aperto due musei, il Novecento e il Mudec, ho assistito al rilancio della Galleria d'arte moderna, ho tenuto a battesimo un polo culturale, ho vissuto cinque anni da dirigente e cinque da direttore. Sono serena, credo nel turnover dei ruoli, per cui avanti il prossimo».
Cosa farà là?
«Ho un incarico dell'Istituto italiano di cultura di San Francisco. Dovrò curare una mostra itinerante fra Usa e Europa. Farò ricerca. Sarà un po' come prendersi un anno sabbatico. Un po' più lungo. Dopo tanti anni di amministrazione, ho voglia di tornare a studiare».
Facciamo un bilancio: di cosa è orgogliosa?
«Del modello di museo che ho voluto per il Novecento. È stato il primo museo civico ad avere un comitato scientifico, un programma di membership, un main sponsor; il primo ad essere social e sostenibile. Che ha varato public program per ogni mostra, lezioni di storia dell'arte in inglese e francese in pausa pranzo, accolto nuove comunità con visite speciali, ospitato corsi di yoga nelle sale e concerti di musica sperimentale».
Nessun difetto?
«Un percorso complicato: ogni tanto s'inciampa nelle scale mobili. E una collezione con alcuni buchi importanti. Ma, chi prenderà il mio posto, potrà aggiustare il tiro. Rifare l'allestimento che sta già invecchiando, come le strutture in Corian, datate e poco flessibili».
Un rimpianto?
«Non essere riuscita ad acquisire la raccolta di Munari dalla Fondazione Vodoz-Danese. Avremmo potuto comperarla a un terzo del valore di mercato, ma la Soprintendenza l'ha vincolata al resto della collezione, che è molto ampia e nessuno potrà mai incamerarla tutta».
Passiamo al Mudec, che non decolla. Qual'è il problema?
«È uno spazio enorme, non centrale, nascosto dentro un cortile e con collezioni etnografiche. Nessun museo etnografico al mondo fa pubblico, a parte il musée du quai Branly a Parigi; ma sta sulla Senna e ha una collezione eccezionale. Io ho studiato il progetto che mi aveva affidato Boeri per farne un luogo interdisciplinare. Per partire, avrebbe avuto bisogno di più tempo, più attenzione, più energie. Expo ha accelerato le tappe. E il rapporto fra pubblico e privato, fra Comune e 24 Ore cultura, che ha in gestione mostre e servizi, deve essere equilibrato».
Con il Comune come si lavora?
«I tempi della burocrazia non vanno d'accordo con il dinamismo di cui hanno bisogno i musei. Il bilancio annuale non permette di fare previsioni a lungo termine perché non si sa mai quanti soldi ci saranno. Per fortuna al budget minuscolo concesso al Novecento, parente ai 100mila euro annui, si sommano le sponsorizzazioni. Sono contenta che Bank of America e Finmeccanica abbiamo riconfermato per due anni il loro appoggio. Vuol dire che abbiamo lavorato bene».
Come ha collaborato con due amministrazioni diverse?
«Gli assessori Boeri e Del Corno mi hanno sempre dato fiducia. Ricordo la Moratti che ha seguito quotidianamente il cantiere nel Novecento. Non posso dire lo stesso di Pisapia al Mudec».
Chi prenderà il suo posto?
«Spero vivamente si faranno i concorsi. Parliamo di musei importanti, hanno bisogno di figure preparate e riconosciute all'estero. E il Mudec ha bisogno di un direttore tutto suo».




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