sabato 20 giugno 2015

La replica (da La Repubblica di ieri)

"Un solo direttore per tre musei"
L'assessore Filippo Del Corno risponde ai dubbi di Marina Pugliese, alla vigilia della partenza.

«Ci mancherà molto, ma siamo contenti per lei. I dirigenti non devono essere figure sedute; la mobilità è importante e i cambiamenti sono stimolanti per tutti». All'indomani dell'annuncio a sorpresa di Marina Pugliese, pronta a lasciare a giorni il suo incarico di direttore del polo dei musei d'arte moderna e contemporanea di Milano, per cercare nuove sfide oltreoceano, l'assessore alla cultura Filippo Del Corno si dice tranquillo. Anzi, lusingato. «In due anni abbiamo perso tre dirigenti. Oltre alla Pugliese, Laura Galimberti e Antonio Calbi. Io la leggo in termini positivi. Vuol dire che abbiamo lavorato con persone in gamba, richieste in altri luoghi e che, al loro posto, ne seguiranno altre».
Chi avrà il suo ruolo adesso?
«Visto l'importanza della posizione e il valore del polo museale, non potrà che esserci un concorso. Bisognerà però aspettare il momento opportuno, visto che la giunta è ormai a fine mandato; bandiremo il concorso in coincidenza con la nuova amministrazione».
Un direttore per tre musei o il Mudec correrà da solo?
«Uno per tutti. Il Museo delle culture è nato con una vocazione che mescola etnografia e contemporaneità. Deve far parte del polo e deve avere una stessa direzione».
La Pugliese auspicava la figura di uno studioso di livello internazionale.
«Su questo sposo la linea del ministro Franceschini. Penso al giusto mix fra competenze scientifiche e spirito imprenditoriale. Un manager che non sia a digiuno di conoscenze specifiche. E che abbia l'intelligenza di valorizzare i suoi conservatori. Valuteremo comunque un profilo ideale».
È d'accordo sulla necessità di ripensare il Museo del Novecento?
«L'acquisizione di due collezioni enormi, le 640 opere della raccolta Bertolini e il nucleo donato dall'associazione dei collezionisti di Acacia, reclama un altro respiro e spinge il percorso alle soglie del contemporaneo. Il Novecento, per il museo, non può essere un secolo breve. Ridefiniremo i volumi e, entro la primavera, ci allargheremo verso Palazzo Reale, nell'ala est, destinata alle mostre temporanee del Novecento che, fino ad ora, non hanno mai goduto di un ambiente giusto, costringendo il pubblico a seguire tragitti tortuosi fra le sale».
Sul mancato decollo del Mudec cosa risponde?
«Che, veramente, non è ancora partito. Abbiamo solo inaugurato due mostre in anteprima, per celebrare i temi di Expo. Ma il museo inaugurerà quando si inaugureranno gli spazi delle collezioni. Ovvero in autunno. Allora salperà anche tutta l'attività collaterale, i programmi del Forum delle culture, l'unico laboratorio di restauro in Italia votato ai materiali etnografici e le iniziative per i bambini. Abbiamo uno staff di conservatori molto motivati che opera a pieno ritmo».
E terrà testa alla presenza invasiva del partner privato, il 24Ore Cultura?
«Stiamo testando un modello di gestione spartita fra pubblico e privato che è ancora sperimentale; è naturale che vada rodato. Il museo è stato progettato in altri tempi e in altri contesti. Poi le condizioni sono cambiate. Non è facile, ma noi non rinunciamo a cercare strategie».
È vero che il sindaco Moratti è stata più sensibile di Pisapia al tema musei?
«La Moratti ha presidiato il cantiere del Novecento quando – fra la cacciata di Sgarbi e la nomina in corner di Finazzer – ha tenuto per sé la delega alla cultura. Ci mancava pure che non seguisse i lavori. È stata l'unica cosa buona uscita da quella gestione. Pisapia ha delegato l'assessore alla cultura a monitorare il Mudec ed è stato presente nei momenti necessari».
Come finirà la famosa guerra dei pavimenti?
«Sono in corso un accertamento tecnico sulle opere di posa e un procedimento giudiziario. Queste pratiche hanno tempi lunghi, alla fine sapremo chi ha sbagliato. Se il progettista, le imprese oppure la direzione lavori. Una situazione poco felice ma, soltanto dopo aver sentito il parere di un magistrato, sapremo di chi è la colpa».





venerdì 19 giugno 2015

L'intervista

Marina Pugliese, su La Repubblica di ieri
Basta con i musei milanesi, me ne vado in America.
Ho bisogno di nuove sfide.

Marina Pugliese se ne va. Il direttore del polo dei musei di arte moderna e contemporanea, e cioè del trio Novecento, Gam e Mudec, lascia il suo incarico e parte per l'America. Direzione San Francisco, con un biglietto di sola andata. La notizia era nell'aria, ma si parlava di tempi più lunghi. Invece, da oggi, è ufficialmente in ferie. Fra due settimane, in volo. Alle sue spalle, quindici anni di lavoro per il Comune di Milano. Prima come conservatore all'ombra delle collezioni, quando ancora si chiamavano Cimac e stavano nei depositi di Palazzo Reale, poi eletta alla guida del Novecento e alla fine di tutta la rete. Laureata e specializzata a Genova, la sua città di origine, con una borsa dell'Accademia dei Lincei, un dottorato a Udine e uno Scholar Grant al Getty di Los Angeles, ha deciso all'improvviso di cambiare vita e spiega la sua scelta.
«Che è soprattutto familiare. Mio marito si è trasferito con un figlio in America, chiamato come art director della rivista Wired. Io, con gli altri due ragazzi, avevo intenzione di raggiungerlo fra un paio d'anni. Ma, sono passati sei mesi, e non resisto più».
Ci lascia per amore.
«Si, ma dal punto di vista del lavoro sento di aver concluso un ciclo. Ho aperto due musei, il Novecento e il Mudec, ho assistito al rilancio della Galleria d'arte moderna, ho tenuto a battesimo un polo culturale, ho vissuto cinque anni da dirigente e cinque da direttore. Sono serena, credo nel turnover dei ruoli, per cui avanti il prossimo».
Cosa farà là?
«Ho un incarico dell'Istituto italiano di cultura di San Francisco. Dovrò curare una mostra itinerante fra Usa e Europa. Farò ricerca. Sarà un po' come prendersi un anno sabbatico. Un po' più lungo. Dopo tanti anni di amministrazione, ho voglia di tornare a studiare».
Facciamo un bilancio: di cosa è orgogliosa?
«Del modello di museo che ho voluto per il Novecento. È stato il primo museo civico ad avere un comitato scientifico, un programma di membership, un main sponsor; il primo ad essere social e sostenibile. Che ha varato public program per ogni mostra, lezioni di storia dell'arte in inglese e francese in pausa pranzo, accolto nuove comunità con visite speciali, ospitato corsi di yoga nelle sale e concerti di musica sperimentale».
Nessun difetto?
«Un percorso complicato: ogni tanto s'inciampa nelle scale mobili. E una collezione con alcuni buchi importanti. Ma, chi prenderà il mio posto, potrà aggiustare il tiro. Rifare l'allestimento che sta già invecchiando, come le strutture in Corian, datate e poco flessibili».
Un rimpianto?
«Non essere riuscita ad acquisire la raccolta di Munari dalla Fondazione Vodoz-Danese. Avremmo potuto comperarla a un terzo del valore di mercato, ma la Soprintendenza l'ha vincolata al resto della collezione, che è molto ampia e nessuno potrà mai incamerarla tutta».
Passiamo al Mudec, che non decolla. Qual'è il problema?
«È uno spazio enorme, non centrale, nascosto dentro un cortile e con collezioni etnografiche. Nessun museo etnografico al mondo fa pubblico, a parte il musée du quai Branly a Parigi; ma sta sulla Senna e ha una collezione eccezionale. Io ho studiato il progetto che mi aveva affidato Boeri per farne un luogo interdisciplinare. Per partire, avrebbe avuto bisogno di più tempo, più attenzione, più energie. Expo ha accelerato le tappe. E il rapporto fra pubblico e privato, fra Comune e 24 Ore cultura, che ha in gestione mostre e servizi, deve essere equilibrato».
Con il Comune come si lavora?
«I tempi della burocrazia non vanno d'accordo con il dinamismo di cui hanno bisogno i musei. Il bilancio annuale non permette di fare previsioni a lungo termine perché non si sa mai quanti soldi ci saranno. Per fortuna al budget minuscolo concesso al Novecento, parente ai 100mila euro annui, si sommano le sponsorizzazioni. Sono contenta che Bank of America e Finmeccanica abbiamo riconfermato per due anni il loro appoggio. Vuol dire che abbiamo lavorato bene».
Come ha collaborato con due amministrazioni diverse?
«Gli assessori Boeri e Del Corno mi hanno sempre dato fiducia. Ricordo la Moratti che ha seguito quotidianamente il cantiere nel Novecento. Non posso dire lo stesso di Pisapia al Mudec».
Chi prenderà il suo posto?
«Spero vivamente si faranno i concorsi. Parliamo di musei importanti, hanno bisogno di figure preparate e riconosciute all'estero. E il Mudec ha bisogno di un direttore tutto suo».




giovedì 18 giugno 2015

Cervelli in fuga

Marina Pugliese
La super-direttrice del polo dei musei milanesi vola a San Francisco.
"Me ne vado in America, ho bisogno di nuove sfide"
Oggi il mio pezzo su La Repubblica.


martedì 9 giugno 2015

Pillole da Acireale

Dove il barocco sposa l'oriente.

Dove le borgate hanno il colore dei mercati
del pesce e della frutta.
Dove la scogliera è nera come la pece
e le pietre delle case sono dorate come la sabbia.
"La montagna" è il nome ossequioso con cui
i siciliani chiamano l'Etna. Sembra il titolo
di un libro di Verne. Mitico ed esotico
allo stesso tempo.
Una splendida decadenza tinge le facciate
dei palazzi. Che mescolano lo stile liberty
o déco con motivi della cultura moresca.
Un meeting pot di tradizioni e civiltà raccolte
in un unico simbolo prezioso: la cassata.

Che - come dicono gli acesi, con la loro straordinaria ironia - è la sintesi (a strati!)
di ogni elemento giunto da terre diverse.
Dalla glassa del deserto (usata per tenere
al fresco i cibi) ai canditi del medio oriente,
dalle arance di Sicilia
al Pan di Spagna della corte di Madrid,
un retrogusto normanno ...
con una punta di francese.
Mediterraneo surreale.





mercoledì 3 giugno 2015

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Baciarsi fa bene alla salute
Nei giorni di Expo, Brera celebra il capolavoro di Francesco Hayez.
Ma il bacio, nell'arte, ha una lunga storia romantica.

Il bacio alla francese, il bacio appassionato, il bacio innocente, il bacio accademico, il bacio a mulinello, il bacio di Hayez e il bacio di Klimt, il bacio rubato, il bacio sulla fronte, il bacio con lo schiocco, il bacio di dama, il bacio d'addio e il bacio “col rifrullo”, come quello che Francesco Nuti teorizzava con ironia nella sua celebre pellicola Tutta colpa del paradiso.
Se è vero che il bacio è il più romantico fra i gesti d'amore, è pur vero che ogni bacio è diverso. A seconda dei sentimenti, delle epoche... e anche delle latitudini. Proprio Hayez e Klimt ne sono l'esempio classico. Il primo, così cortese e languido nella posa affettata da romanzo d'appendice nell'Italia borghese e beneducata del Risorgimento. Il secondo, vorace e tragico, da tedesco arrabbiato, in bilico fra Sturm und Drang e angosce dei tempi moderni. 
Mentre i francesi hanno dato il meglio di sé con il Bacio di Rodin, tutto anima e corpo, Munch, l'espressionista venuto dal nord, immaginava nel buio baci crudeli di donne vampiro, avvinghiate, come avvoltoi, ai colli dei loro partner . Da urlo! 

Altro che picchi di endorfina con funzione anti-stress. Il bacio può essere un toccasana, ma – a giudicare dagli esempi snocciolati dalla storia dell'arte – anche una calamità.
Chiedetelo a Egon Schiele che, per aver descritto, nei suoi baci licenziosi, le sue liaison con le modelle minorenni, finì in galera con l'accusa di pornografia e abuso. Certamente, vista la sua chioma folta, stile Johnny Depp in salsa austriaca (che i medici oggi annoverano fra gli effetti positivi dello sbaciucchio ripetuto), Egon dovette davvero pomiciare con gusto. Baci galeotti, ma ne valeva la pena.

Anti-cancro, anti-aging, anti-smog, anti-stress e anti-emicrania. A proposito di dottori e di scienza medica odierna, sembra che i benefici del bacio d'amore (quello ricambiato aumenta esponenzialmente i fattori favorevoli) siano tantissimi. A partire dalla ginnastica facciale che, a fronte di 29 muscoli del volto in azione contemporaneamente, rende la pelle più bella, luminosa ed elastica. Meglio di un trattamento all'acido ialuronico. 
Canova già lo sospettava, visto il candore (del marmo) di Amore e Psiche, amanti bambini, senza età... e senza rughe. Mentre Magritte, surreale nel midollo, preferiva lasciare il dubbio sugli effetti collaterali, nascondendo i volti dei suoi innamorati dentro ampi foulard, coprenti. Come a dire che il bacio è un mistero. E, meno si conosce dell'altro, più misterioso è. Un giochetto erotico che gioverà, oltre alla pelle, anche alla fantasia.

Peccato per gli americani che, schizzinosi come sempre, terrorizzati dai bacilli, abbiano frainteso l'immaginazione di Magritte, trasformando il foulard di seta in una mascherina anti-germi, prototipo del design d'ultima generazione: per un bacio asettico e, soprattutto, igienico. E addio passione, addio rifrullo, addio poesia. Quella che, da Biancaneve a Roy Lichtenstein, ci ha incantati e straziati con baci da favola e da fumetto. I baci sotto le lenzuola di Toulouse-Lautrec, i baci volanti di Chagall, il bacio di Robert Doisneau davanti all'Hotel de Ville e persino il bacio fra i due bobby di Londra, dipinti su un muro da Banksy, il re dei graffitati. 
Liberi tutti di baciarsi, insomma. Perché baciarsi è bello, fa bene alla salute, all'umore e agli occhi, anche quando li chiudiamo per sognare qualcosa in più. O, perché no, qualcosa di diverso...
Tanti saluti e baci.