venerdì 8 maggio 2015

Lettere aperte

Concorsi e ricorsi

Elena Pontiggia, storica e critica dell'arte 
denuncia la logica (corrotta) dei concorsi universitari.
La solita (triste) storia.


Cari amici,
scusate se vi faccio perder tempo ma vorrei raccontarvi quello che mi è accaduto e che, al di là del mio insignificante caso, fa capire come vanno le cose nel nostro paese.
Ieri ho letto i risultati del concorso per una cattedra di storia dell'arte all'università di Padova, a cui avevo partecipato. I risultati sono in internet già da qualche mese ma, presa da certe scadenze, non me ne ero più ricordata. E poi non ho mai creduto molto ai concorsi universitari italici, tanto che questo è il primo a cui partecipo. Infatti.
La faccio breve: ha vinto il posto uno studioso che non conosco, ma che ha al suo attivo l'aver collaborato per anni con la presidente della giuria. Strano, vero? Tralascio di dire che ha un centesimo delle mie pubblicazioni: non perché io sia più brava, ma perché sono un po' più vecchia, e in trenta-trentacinque anni di ricerca ho pubblicato un centinaio di libri, di cui alcuni corposi. Non lo dico per lodarmi e quindi imbrodarmi, ma l'elenco dei miei libri è in rete e sfido chiunque a dire che ho lavorato meno e peggio del vincitore.
Ma in Italia il famoso merito non conta, si sa. Quello che dà fastidio, anzi che urta profondamente, è che anche persone che si stimano, e che fanno parte delle commissioni, siano acquiescenti con questi sistemi. Io ho sessant'anni, una cattedra a Brera e dall'anno scorso anche al Politecnico. Non ho bisogno di fare ore di treno per insegnare altrove. E di concorsi mi guarderò bene dal farne ancora. Ma se l'Italia ha un sistema universitario da terzo mondo, fondato in larga parte sulla mafia, è anche colpa di quelli che - anche intellettuali di valore - accettano questi sistemi. 
Fare ricorso? Perdere un sacco di tempo - e non ne ho più così tanto- per ottenere ragione dopo anni, magari a un passo dalla pensione? Per carità!
Meglio lasciar perdere perché, come diceva de Chirico "intanto noi viviamo e lavoriamo, e la vita e il lavoro non dipendono da questi signori".
Vi ringrazio per l'attenzione. Un abbraccio

Elena         

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