mercoledì 20 maggio 2015

Immagini rubate

Il Coro delle Monache
nella Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore.
La più bella (e ricca) chiesa di Milano.

Che, in questi giorni, festeggia anche la riapertura delle torre romane alle sue spalle.
I grattacieli di Massimiano Ereculeo.
Quando Milano era la capitale dell'Impero.

La foto (rubata) è scattata dall'alto dello strettissimo matroneo che corre sopra il coro.
Vietata la visita al pubblico! Peccato. Perché solo da quassù si possono ammirare gli affreschi dei figli di Bernardino Luini, di scuola leonardesca.
Un capolavoro di posto!


Le torri dell'Impero
(da La Repubblica, sabato 16 maggio)


Centodieci scalini per salire a venti metri d'altezza e affacciarsi sul cuore della Milano imperiale. Sono rimaste in due, ma all'origine erano molte di più, le torri che scandivano i bastioni dell'urbe romana, nel quadrilatero compreso fra corso Magenta, via Circo, via Nirone e via Brisa. Le tracce di quell'epoca sontuosa sono state inghiottite, nei secoli, dalla “città che saliva”: capitelli usati come basi per nuovi edifici, mura solide diventate fondamenta per i palazzi nobiliari del centro. C'è ancora tutto, ma non si vede. Nascosto sotto residenze cinquecentesche o cortili dell'Ottocento che bisognerebbe radiografare per vederne lo scheletro antichissimo. In mancanza di cave di pietra o di argilla, la Milano moderna riutilizzava infatti resti di epoche precedenti. Basti pensare che l'Arena (di via Arena) finì separata in blocchi a sostegno della basilica di San Lorenzo. Ma nel quadrilatero del potere, quello che l'imperatore Massimiano scelse come sito ideale della sua corte d'occidente e della sua Mediolanum capitale del regno, le due torri del Circo svettano ancora. E, adesso, fresche di un restauro conservativo, si possono anche visitare. Merito del Museo Archeologico, che sorge proprio nel fulcro di quest'area romana e ha promosso l'intervento (costato 650mila euro a Regione e Comune), se il progetto varato nel 2009 è giunto al termine e se, a detta del direttore Donatella Caporusso, «ora Milano può riappropriarsi di un pezzo di storia straordinaria». Mentre i giornali di mezzo mondo pubblicano immagini del nuovo skyline di Porta Nuova (il Financial Time ha eletto il Bosco verticale di Boeri simbolo di un nuovo rinascimento architettonico), i milanesi sono invitati a riscoprire i suoi primi grattacieli. 

Massimiano, convinto che la grandezza dell'impero fosse proporzionale all'entità dei cantieri, si fece costruire un palazzo imperiale (le rovine sono in via Brisa) a misura del suo prestigio, vicino a un circo per le corse dei cavalli, lungo 500 metri (fino all'attuale via Circo), oltre a un'infilata di torri, che dovevano difendere il territorio dalle invasioni dei barbari, massicce come fortezze inespugnabili. Immaginare tutto questo complesso sembra impossibile, ma il percorso che parte dal Museo, attraversa il giardino di meli, nespoli e iris blu, conducendo il pubblico dentro i torrioni superstiti, è punteggiato di illustrazioni (di Francesco Corni) utili per capire la magnificenza e la funzione di ogni spazio. «A noi piace raccontare tutto, a rischio di essere pedanti, ma preferiamo che sia chiaro» confessa con brio il direttore. E, infatti, la visita è illuminante. Si scopre che via Nirone deve il suo nome al fiume che lambiva le mura a ovest; che il cortiletto affacciato su via Luini era l'ingresso alle gradinate del Circo con l'arcata trionfale per gli aurighi; e che il monastero benedettino venuto dopo, in pieno Medioevo, coronato con la chiesa di San Maurizio nel Cinquecento, inghiottì i resti romani della zona, trasformando una delle due torri (quella quadrata) in campanile e l'altra (poligonale a 24 facce) in luogo di culto per i martiri cristiani, che la leggenda diceva incarcerati lì durante le persecuzioni nel 303 a.C. Sulle pareti affiorano ancora affreschi di scuola giottesca con vescovi e santi. Fu, probabilmente, questa riconversione religiosa a garantire alle due torri la sopravvivenza nel tempo, considerate sacre e intoccabili.






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