venerdì 29 maggio 2015

Immagini rubate

Dalla cima del Duomo di Piacenza.

Un gioiello d'epoca romanica affacciato su tutta la città.
Fino a ottobre, un ascensore porta i visitatori a 71 metri d'altezza. Sul campanile in laterizio, originario del 1330.
Elmetto in testa, si può entrare nel cono della cuspide,
per scoprire il grande Cristo risorto, dipinto da Franco Corradini.

L'interno del Duomo, da solo, merita la gita.
Le tre navate monumentali, scandite da pilastri massicci,
sono coronate, all'altezza del presbiterio, da un ciclo di affreschi sulle vele della doppia cupola, firmati, nel cuore
del Seicento, da Morazzone e da Guercino.

Sulla facciata, in marmo rosa veronese, il protiro è sorretto
da creature fantastiche d'origine medievale.


lunedì 25 maggio 2015

mercoledì 20 maggio 2015

Immagini rubate

Il Coro delle Monache
nella Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore.
La più bella (e ricca) chiesa di Milano.

Che, in questi giorni, festeggia anche la riapertura delle torre romane alle sue spalle.
I grattacieli di Massimiano Ereculeo.
Quando Milano era la capitale dell'Impero.

La foto (rubata) è scattata dall'alto dello strettissimo matroneo che corre sopra il coro.
Vietata la visita al pubblico! Peccato. Perché solo da quassù si possono ammirare gli affreschi dei figli di Bernardino Luini, di scuola leonardesca.
Un capolavoro di posto!


Le torri dell'Impero
(da La Repubblica, sabato 16 maggio)


Centodieci scalini per salire a venti metri d'altezza e affacciarsi sul cuore della Milano imperiale. Sono rimaste in due, ma all'origine erano molte di più, le torri che scandivano i bastioni dell'urbe romana, nel quadrilatero compreso fra corso Magenta, via Circo, via Nirone e via Brisa. Le tracce di quell'epoca sontuosa sono state inghiottite, nei secoli, dalla “città che saliva”: capitelli usati come basi per nuovi edifici, mura solide diventate fondamenta per i palazzi nobiliari del centro. C'è ancora tutto, ma non si vede. Nascosto sotto residenze cinquecentesche o cortili dell'Ottocento che bisognerebbe radiografare per vederne lo scheletro antichissimo. In mancanza di cave di pietra o di argilla, la Milano moderna riutilizzava infatti resti di epoche precedenti. Basti pensare che l'Arena (di via Arena) finì separata in blocchi a sostegno della basilica di San Lorenzo. Ma nel quadrilatero del potere, quello che l'imperatore Massimiano scelse come sito ideale della sua corte d'occidente e della sua Mediolanum capitale del regno, le due torri del Circo svettano ancora. E, adesso, fresche di un restauro conservativo, si possono anche visitare. Merito del Museo Archeologico, che sorge proprio nel fulcro di quest'area romana e ha promosso l'intervento (costato 650mila euro a Regione e Comune), se il progetto varato nel 2009 è giunto al termine e se, a detta del direttore Donatella Caporusso, «ora Milano può riappropriarsi di un pezzo di storia straordinaria». Mentre i giornali di mezzo mondo pubblicano immagini del nuovo skyline di Porta Nuova (il Financial Time ha eletto il Bosco verticale di Boeri simbolo di un nuovo rinascimento architettonico), i milanesi sono invitati a riscoprire i suoi primi grattacieli. 

Massimiano, convinto che la grandezza dell'impero fosse proporzionale all'entità dei cantieri, si fece costruire un palazzo imperiale (le rovine sono in via Brisa) a misura del suo prestigio, vicino a un circo per le corse dei cavalli, lungo 500 metri (fino all'attuale via Circo), oltre a un'infilata di torri, che dovevano difendere il territorio dalle invasioni dei barbari, massicce come fortezze inespugnabili. Immaginare tutto questo complesso sembra impossibile, ma il percorso che parte dal Museo, attraversa il giardino di meli, nespoli e iris blu, conducendo il pubblico dentro i torrioni superstiti, è punteggiato di illustrazioni (di Francesco Corni) utili per capire la magnificenza e la funzione di ogni spazio. «A noi piace raccontare tutto, a rischio di essere pedanti, ma preferiamo che sia chiaro» confessa con brio il direttore. E, infatti, la visita è illuminante. Si scopre che via Nirone deve il suo nome al fiume che lambiva le mura a ovest; che il cortiletto affacciato su via Luini era l'ingresso alle gradinate del Circo con l'arcata trionfale per gli aurighi; e che il monastero benedettino venuto dopo, in pieno Medioevo, coronato con la chiesa di San Maurizio nel Cinquecento, inghiottì i resti romani della zona, trasformando una delle due torri (quella quadrata) in campanile e l'altra (poligonale a 24 facce) in luogo di culto per i martiri cristiani, che la leggenda diceva incarcerati lì durante le persecuzioni nel 303 a.C. Sulle pareti affiorano ancora affreschi di scuola giottesca con vescovi e santi. Fu, probabilmente, questa riconversione religiosa a garantire alle due torri la sopravvivenza nel tempo, considerate sacre e intoccabili.






giovedì 14 maggio 2015

Lost in Venice

The snow and the leopard
The works by Coco for Milarepa
Tibet Pavilion - Padiglione Tibet

«It is at night that is nice to believe in the light» Edmond Rostand, the French playwright father of the famous Cyrano de Bergerac, said. His, at the same time, lyrical and historical romanticism made him think for a long time on the shadows of mind and on the doubts of heart, on the darkness and on the light as complementary aspects of existence. The same duality enliven into the deep the cycle of paintings that Giuseppe Coco (Biancavilla, Catania 1936 – 2012) realized between the late eighties and the two thousand, the hypnotic figure of Milarepa. Coco, who was brilliant and versatile artist able to compete with the bitterest satire and simultaneously with the most poetic themes of the human comedy, pursued – away from the clamour of public and critics, from the glossy pages of lifestyle magazines and from the irony of his hand illustrator – a deep attachment to the Tibetan spirituality and to the oriental culture.

In the background of his daily activity, punctuated by collaborations with major magazines such as Comix, il Corriere della Sera, Epoca, Horror, l’Espresso, la Repubblica, La Settimana Enigmistica, Panorama, Relax and Zoom, in addition to the hugely popular Playmen and Playboy, Punch or the French humour magazine Hara Kiri (precursor of Charlie Hebdo), Coco deepened in the private the mystical themes of an epic tale such as the spiritual rebirth of Milarepa, his retirement and his meditation. Different times of inner growth that the artist has translated into powerful works with lysergic colours and suffered shapes. As much as painful was the struggle of the monk against evil.
Here then his Mystical Body engulfed in flames emerging from the earth, fluid as a tongue of fire. Here it is changing appearance, armed angel or feline creature, a leopard hidden in the Cave of the Demons, where it consumes the battle between the order and the case, the sun and the darkness. And here he is again, ascetic yogi, on the edge of a cliff, silent in his recollection.

Coco portrayed him with the same emotion of those who perceive the intimate drama of man in front of the life’s martial hardness, of sin and of violence. An almost eschatological instinct dominates theatrical and frenetic scenes, full of people crowded into the dark, skeletons and monkeys, skulls and snakes. Representations of fears, of storms that shake the conscience, of spirits that torment the body and the reason. The Sleep of the Reason Produces Monsters is the title of one of the graphic masterpieces by Francisco Goya. And, once again, the romantic aftertaste of Coco’s research emerges in the sublime charge of his imagery. The monsters take the power when the mind does not react. But Milarepa’s mind never sleeps. Alone among Tibet’s mountains, between ice and snow, it fights the demons that try to overthrow it, strong of that mystical heat that Coco has been able to evoke through the hot tones of his palette: the sulphur yellow, the red as fire, the black like pitch. The meditation’s heat warms the body that does not fear any more cold. «My dress fell as worn by the fire» Milarepa wrote on his Demon of the Snow and Coco portrayed him, in fact, shaken by a blaze burning with faith and magic.
The Navel of Milarepa, a beautiful works of 1996 celebrates the solar plexus as site of an outbreak hidden under the skin and between the bowels that only a deep inhalation can turn like a fuse. The backbone conveys the spark and the flaming body reaches a supernatural dimension. A process of moral enlightenment that Coco has masterfully transformed into painting, entrusting to his liquid sign, to his instinctive gesture, mindful of the ways of the great European informal, of Jean Dubuffet or Karel Appel, mixed to the volume voltage, typical instead of Francis Bacon, to his scream of meat that becomes thought.


An expressive wisdom gained in himself since the seventies, from the first painting exhibition at the Milan Art Center, forward to the maturity, when in addition to the vocation for the drawing as a way of communication with the world, the painting remained for Coco a means of communication with himself and with his soul. Such as happened with the extraordinary cycle (and contemporary) of the works for the Milan underground. Another journey into the bowels of the earth, looking for other demons dreaming – as claimed Rostand – another light beyond the night.

lunedì 11 maggio 2015

Pillole di Biennale / Biennale Gems

Lost in Venice
my favorite things...
Thanks to the artist Alessandro Busci who suggested to me places to visit and splendid exhibitions to explore. 

Jaume Plensa at Basilica di San Giorgio Maggiore & Officina dell'arte spirituale
What wonderful works!

Glass from Finland
Alvar Aalto... Unforgettable...













Magdalena Abakanowicz
The polish artist: myth and tragedy together



Giuseppe Coco in the Tibet Pavilion
I wrote the text... coming soon on line!
The Coco's drawings for Milarepa.










venerdì 8 maggio 2015

Lettere aperte

Concorsi e ricorsi

Elena Pontiggia, storica e critica dell'arte 
denuncia la logica (corrotta) dei concorsi universitari.
La solita (triste) storia.


Cari amici,
scusate se vi faccio perder tempo ma vorrei raccontarvi quello che mi è accaduto e che, al di là del mio insignificante caso, fa capire come vanno le cose nel nostro paese.
Ieri ho letto i risultati del concorso per una cattedra di storia dell'arte all'università di Padova, a cui avevo partecipato. I risultati sono in internet già da qualche mese ma, presa da certe scadenze, non me ne ero più ricordata. E poi non ho mai creduto molto ai concorsi universitari italici, tanto che questo è il primo a cui partecipo. Infatti.
La faccio breve: ha vinto il posto uno studioso che non conosco, ma che ha al suo attivo l'aver collaborato per anni con la presidente della giuria. Strano, vero? Tralascio di dire che ha un centesimo delle mie pubblicazioni: non perché io sia più brava, ma perché sono un po' più vecchia, e in trenta-trentacinque anni di ricerca ho pubblicato un centinaio di libri, di cui alcuni corposi. Non lo dico per lodarmi e quindi imbrodarmi, ma l'elenco dei miei libri è in rete e sfido chiunque a dire che ho lavorato meno e peggio del vincitore.
Ma in Italia il famoso merito non conta, si sa. Quello che dà fastidio, anzi che urta profondamente, è che anche persone che si stimano, e che fanno parte delle commissioni, siano acquiescenti con questi sistemi. Io ho sessant'anni, una cattedra a Brera e dall'anno scorso anche al Politecnico. Non ho bisogno di fare ore di treno per insegnare altrove. E di concorsi mi guarderò bene dal farne ancora. Ma se l'Italia ha un sistema universitario da terzo mondo, fondato in larga parte sulla mafia, è anche colpa di quelli che - anche intellettuali di valore - accettano questi sistemi. 
Fare ricorso? Perdere un sacco di tempo - e non ne ho più così tanto- per ottenere ragione dopo anni, magari a un passo dalla pensione? Per carità!
Meglio lasciar perdere perché, come diceva de Chirico "intanto noi viviamo e lavoriamo, e la vita e il lavoro non dipendono da questi signori".
Vi ringrazio per l'attenzione. Un abbraccio

Elena         

sabato 2 maggio 2015

Un minuto di silenzio

Milano devastata dall'ignoranza.
Ma l'amor proprio vince sulla miseria del pensiero.

Nei giorni scorsi stavo pensando a un nuovo post tempestato di domande su questioni di attualità che meriterebbero una risposta. 
Una cosa del tipo:
Perché McDonalds sfoggia il marchio di Expo quando dovrebbe essere l'ultimo marchio al mondo a fregiarsi di un logo di qualità, sostenibilità e rispetto delle risorse naturali?
Perché l'assessore alla cultura di Milano continua a parlare di “autorevolezza della curatela” riferendosi a personaggi che non hanno mai scritto una riga scientifica in tutta la loro vita?
Perché vantarsi che i musei milanesi sono quelli meno cari d'Europa e poi lagnarsi del fatto che non ci siano i soldi per pagare i custodi, mentre le sale restano chiuse?
Perché, se dico Morandi, tutti pensano al cantante?
Perché, da noi, i monumenti storici crollano, mentre in mezzo mondo ce li copiano costruendo falsi dalla California a Tokyo, e ci guadagnano pure sui visitatori?
Perché il guardiano dei cessi di un museo londinese è più elegante e professionale di ogni nostro addetto all'accoglienza?
Potrei andare avanti per ore, poi, però, penso a quello che è successo a Milano, alla forza devastatrice dell'ignoranza e alla mancanza di qualsiasi rispetto, oltre che di qualsiasi idea che possa giustificare (ma anche no!) un atto di violenza del genere, e le mie domande diventano futili.
Vedo le foto dei milanesi che puliscono le strade costellate di bombolette, che raccolgono vetri di auto e vetrine rotte, imbiancano muri imbrattati da scritte insignificanti e penso che l'amore per il bene comune sia superiore a ogni diatriba.
Penso che, l'altro giorno, attraversando la città a piedi, ho visto terminati quasi tutti i cantieri di ripristino nei quartieri pedonali e non. A Porta Ticinese, sui Navigli, sembrava di essere sulla Senna. Piazza Sant'Alessandro pareva un angolo di Montparnasse. Garibaldi era più pulita di Notting Hill. Oggi, la Fondazione Prada, che sta aprendo i battenti in Largo Isarco, fa impallidire la Serpentine Gallery e persino il nuovo Whitney Museum, disegnato da Renzo Piano (altro motivo d'orgoglio).
Insomma, per un giorno, trattengo la vena polemica e ammetto che la cultura, a volte, non sta solo dentro le mostre e i musei, ma anche per le strade, fra la gente che ama e onora il suo paese, mentre i poveri di idee cercano di offenderlo, confermando solo la propria pochezza. 
Retorica? Sì, e ne vado fiera.