lunedì 13 aprile 2015

La mostra (da non perdere)


Juan Muñoz all'Hangar Bicocca
La macchia umana
Uomini trottola e mezz'uomini. L'umanità instabile del maestro spagnolo della scultura. 


Nel 1992, a Kassel, per Documenta IX, presentò un corteo di uomini-trottola, ominidi avvolti in lunghi impermeabili e ondeggianti su grandi sfere gonfiate al posto delle gambe, allusione surreale all'instabilità dell'esistenza. Così Juan Muñoz, spagnolo di Madrid, classe 1953, scomparso nel 2001 a Ibiza, si fece notare, alla celebre manifestazione tedesca, come il primo scultore contemporaneo ad aver saputo orchestrare un realismo figurativo con elementi astratti, installati in ambienti reali, immersi in un'atmosfera metafisica. Un melting pot di ingredienti stranamente armonici, considerati fino a pochi anni prima inavvicinabili e che, grazie all'abilità narrativa di Muñoz, finivano per andare d'accordo. Non per nulla lui amava definirsi uno “storyteller”, un narratore di storie, popolate di personaggi grotteschi, mezz'uomini dai lineamenti orientali e i gesti goffi, fumettoni fatti di cartapesta, resina o bronzo. Proprio come quelli che oggi arrivano all'Hangar Bicocca per la prima mostra allestita in Italia, curata da Vicente Todolí, nello spazio sostenuto da Pirelli. Quindici sono le opere che animano il percorso espositivo, costellato di sculture complesse, gruppi simili a coreografie, episodi cristallizzati nello spazio, fra cui il celebre Double Bind, il doppio legame, secondo la definizione psicologica del termine, opera colossale realizzata nel 2001 per la Tate Modern di Londra, poco prima della sua scomparsa e ora ricostruita integralmente. Accanto a lei sfilano decine di figure inquiete, protagoniste di installazioni ambigue. Acrobati, nani, marionette, ballerine e strani manager dall'aria seriosa, yuppies chiusi nei loro abiti grigi, inghiottiti da poltrone rigide come gabbie. È uno sguardo sulle situazioni alienanti del vivere quotidiano, figlie della cultura figurativa degli anni Ottanta, del ritorno all'immagine (in Italia c'era la Transavanguardia) e dell'indagine sui problemi del disadattamento, abbinata alla critica sociale in pieno edonismo reaganiano. Il risultato è un viaggio angoscioso dentro le nostre paure. Tanto più che le installazioni ambientali richiedono di essere attraversate, trasformando il visitatore in un attore della scena. «La scultura avvolge lo spazio che occupa, restringendolo dall’estremità al centro in tutta la sua estensione, come un foglio che volteggia nell’aria prima di posarsi sul suolo». Se il coinvolgimento scatta subito nella prima sala, bisogna arrivare all'ultima per digerire il mattone di un messaggio universale sul destino dell'uomo in tempi di crisi. E, per questo, Muñoz è bravissimo nell'evitare il didascalico, proiettando ogni situazione in una dimensione assoluta. Complice la sua conoscenza del linguaggio classico della scultura e del concetto greco di teatro e di catarsi: la tragedia per Muñoz costringe tutti a sfogare i propri impulsi, in una sorta di esorcismo di massa.

Juan Muñoz, Double Bind & Around
HangarBicocca, via Chiese 2. Fino al 23 agosto. Orari: gio-dom 11-23.
Ingresso gratuito. Info 0266111573
(da Tuttomilano, La Repubblica, aprile 2015)

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