martedì 28 aprile 2015

Il museo ritrovato


Riaperta, a Bergamo, l'Accademia Carrara.
I capolavori del conte per un piccolo Louvre in terra lombarda. 

Giovanni Bellini, Ritratto di giovane uomo.
Un nastro d'oro sulla bella facciata neoclassica come su un pacco da scartare. Dopo sette anni di chiusura, di lavori e di restauri, l'Accademia Carrara di Bergamo riapre le porte al pubblico e svela i suoi tesori in un assetto da grande museo. Come, di fatto, è. Un piccolo Louvre in terra lombarda che, da 250 anni, custodisce capolavori di cinque secoli di storia dell'arte italiana. Il lungo periodo di inattività, dovuto agli interventi che hanno ribaltato impianti, finiture e servizi, sembra – a questo punto – fin troppo breve rispetto alla mole del risultato. Un po' di numeri aiutano a farsi un'idea: 2mila metri quadrati di spazio, 610 pezzi esposti su 2mila opere in collezione, 28 sale, 11milioni di euro di investimento e 1milione e mezzo solo per gli allestimenti, per luci e pareti, tre nuovi libri, la guida breve, la guida per bambini e i Cento capolavori in cofanetto, editi dalla milanese Officina Libraria. «La quantità è tale che la vastità non basta» si legge all'inizio del percorso. È una frase uscita da una cronaca del Settecento che celebrava, già allora, la sfida del conte collezionista Giacomo Carrara innamorato di un sogno: quello di regalare alla sua città una pinacoteca costruita attorno al suo patrimonio di quadri e sculture e di coronarla con una accademia per giovani artisti, pronti a formarsi sull'esempio illustre dei maestri del passato. Sbirciando sulle pareti che decorano la hall, si vedono i graffiti degli allievi dell'epoca che lasciarono le loro firme fra i marmi dell'antica aula di disegno, ora destinata all'accoglienza. Mettono i brividi. E fanno riflettere sulla continuità di una storia ancora viva nei laboratori della scuola d'arte e nelle sale del museo. Qui i gioielli di Giacomo Carrara, arricchiti da quelli degli altri 240 donatori succeduti nel tempo (tutti nominati all'ingresso, come fanno i musei americani per gratificare i benefattori) godono adesso di un ambiente vellutato, nei toni del grigio, perfetto per non stancare gli occhi in un tour serrato di opere da manuale. La partenza è col botto: la grande pittura fra gotico e rinascimento allinea subito i Tre crocefissi di Foppa, la Madonna con bambino di Mantegna, il Ritratto di giovane uomo di Bellini, un tondo di Donatello, una Madonna di Antonello da Messina, tutti inginocchiati davanti all'esile ma preziosissimo Ritratto di Leonello d'Este di Pisanello, il colto marchese di Ferrara che, nel famoso regesto inglese 1001 quadri da vedere nella vita, edito da Universe, è schedato fra i masterpieces del mondo. Passando dalla Toscana di Botticelli e Raffaello, con un San Sebastiano eletto a icona del museo, e dalla Lombardia di Bergognone e Luini, prima e dopo Leonardo, si approda alle sale monumentali, all'infilata di pale d'altare del Cinquecento maturo, ai volti ipnotici di Lorenzo Lotto, alle Madonne burrose di Tiziano, avanti fino ai cavalieri oscuri di Giovanni Battista Moroni, la risposta bergamasca agli enigmi della Gioconda. Barocco e Rococò trionfano sotto le arcate settecentesche del piano nobile, dove Fra' Galgario, il frate-pittore dei potenti, che li dipinse impomatati per sferzare la loro pochezza, precede il boom della natura morta seicentesca, con gli strumenti musicali di Baschenis, signore della polvere e del tempo che scorre. Dribblando le sculture uscite dalla raccolta del grande storico dell'arte Federico Zeri, gessi fastosi e bizzarri, s'incontra un nucleo di ritratti dagli occhi profondi di Cesare Tallone e Giovanni Carnovali, l'ultimo romantico, padre degli Scapigliati, impressionista prima degli impressionisti francesi. Struggente il finale – forse un po' affollato – in cui giace l'amore spezzato di Paolo e Francesca, capolavoro di Previati (gli inglesi dovrebbero aggiungerlo alla guida!) e il Ricordo di un dolore di Pellizza da Volpedo, commuovente fino al midollo. Anche se si esce col cuore in mano, la festa per il museo ritrovato contagia d'allegria.  

da La Repubblica, giovedì 23 aprile 2015

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