sabato 7 marzo 2015

Questioni burocritiche

Un diavolo per cavillo.
Gli incassi dei musei ostacolati dalle scartoffie.
Perché guadagnare sembra (quasi) un reato.

Il Museo del Castello Sforzesco è il caso più eclatante. Per modificare il costo del biglietto di ingresso, e passarlo dai tre euro d'un tempo ai cinque attuali, ha dovuto aspettare dieci anni. Dieci anni di delibere, proposte, progetti, piani di budget e consigli comunali. Il tutto per una cifra che, comunque, resta offensiva per una complesso museale degno della Torre di Londra. Dove l'ingresso si paga ben 25 euro. Qui, con 5, si posso vendere tutte le raccolte d'arte antica, compreso Michelangelo e la Sala delle Asse di Leonardo, oltre al museo degli strumenti musicali e quello delle arti applicate; la sezione sul design e tutta l'area archeologica, il Museo egizio, il Museo della preistoria e protostoria. Senza calcolare i servizi dati dalle biblioteche e le raccolte specifiche (Trivulziana e Bertarelli) con le loro mostre temporanee che, ogni tanto – grazie a dio – si pagano.
Non lamentiamoci se poi le casse son vuote, mancano i soldi per i restauri o, banalmente, per pagare i custodi. Calcolate le file di giapponesi all'ingresso, non ci vuole un economista (oramai è il mio motto) per capire che, con un po' di marketing e di adeguamento delle tariffe, si potrebbero finanziare lavori e ricerche, da qui all'eternità.
Ma se Milano resta in ogni caso una grande città con risorse in grado di sostenere ogni museo civico nonostante le strategie di incasso ridotte al minimo, le situazioni più paradossali si manifestano in provincia dove, al contrario, i piccoli musei sopravvivono a stento, vessati da logiche burocratiche comunali così surreali che sembrano uscite da un romanzo di Dürrenmatt. Un esempio per tutti è quello che riguarda la vendita di cataloghi e di gadget nei bookshop. Il concetto di base sembra davvero fantomatico. Guadagnare è una brutta cosa. Il museo deve dimostrare all'amministrazione di turno di essere una realtà attraente, frequentato dalla collettività, piacione, allegro e moderno. Ma deve farlo “a gratis” (come direbbe l'assessore). Non deve pesare sul bilancio del Comune e, allo stesso tempo, deve snocciolare un elenco di attività da fare invidia al MoMa. Meglio ancora se, i nomi in programma per le mostre, sono quelli degli impressionisti o di Picasso, così il pubblico capisce (più o meno...) cosa c'è attaccato ai muri.
Tutto questo – ripeto – senza avanzare esigenze, accontentandosi di impegni di spesa tagliati all'osso, personale volontario, direttori che appendono i quadri e fanno pure le pulizie. Neanche Mary Poppins saprebbe fare meglio di certi impiegati comunali (rarissimi) così affezionati al proprio museo da sentirsi uno zelig, campione di trasformismo. E in cambio di questa dedizione, neanche la gioia di stampare quattro cartoline da rivendere per fare cassetta. Quelle che, secondo certe delibere antichissime, dovrebbero rispettare ancora il prezzo imposto di 25 centesimi (alla Torre di Londra la più urfida costa 3 sterline). E se qualche gadget divertente – ma imprevisto – sfugge disgraziatamente alla delibera di vendita, il povero museo è costretto a tenerlo nei cassetti (o a regalarlo ai visitatori) per non rischiare una provvedimento disciplinare per smercio non autorizzato. Il portachiavi kitschissimo col girasole di Van Gogh deve, insomma, finire in un elenco con tutte le caratteristiche che lo distinguono, passare dall'ufficio del direttore del museo a quello del dirigente del servizio cultura, che si confronta con l'economato, stabiliscono insieme che debba costare meno di un caffè (altrimenti la gente non lo compra) e consegnano la pratica al consiglio comunale affinché si esprima sulla necessità o la sconvenienza di metterlo in vendita. Che tristezza.

Risultato: al museo, in provincia, generalmente si entra gratis, non c'è uno straccio di cartolina, borsetta di stoffa, poster o calamita di gomma che faccia “il gesto dell'ombrello” a chi non capisce che, guadagnando, si tengono aperte le sale e, magari, si organizzano mostre più decenti di quelle degli attrezzi agricoli.  










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