giovedì 12 marzo 2015

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Il richiamo della foresta

Il Museo d'Orsay di Parigi al centro del ciclone per il capolavoro di Courbet
L'origine del mondo. La bellezza dell'arte... come mamma l'ha fatta.
Moralismo e pruderie son fuori luogo.
(vietato ai minori, ma anche no!) 


Quando, nel 1866, Gustave Courbet diede l'ultima pennellata al suo capolavoro L'origine del mondo già sapeva che quella rappresentazione così piccola ma sfacciata di un pube femminile divaricato in primo piano avrebbe scandalizzato i borghesi. E la Parigi bigotta non lo deluse. Cori di critiche e nasi arricciati misero all'angolo lui e il suo committente spregiudicato. Il diplomatico turco-egiziano Khalil-Bey, un eccentrico personaggio mezzosangue col pallino per la pittura erotica che, prima di crollare, sommerso da debiti di gioco, riuscì a convincere alcuni artisti del suo tempo a ritrarre angoli inverecondi di corpi senza veli e senza tabù.

Courbet, autore di una pittura votata al realismo duro e crudo, non se lo fece ripetere. Scelse, come protagonista della sua ricerca “anatomica”, l'inguine oscuro di una modella disinibita, di cui ancora non si conosce il nome, sebbene un'indizio ci sia! Merito infatti della sua criniera nera, arruffata sulla pelle algida, se alcune ipotesi sull'identità dell'allegra madmoiselle sono state fatte. Joanna Hiffernan, “la belle irlandaise”, musa e (forse) amante del pittore, è sempre sembrata la figura più propensa – per via della libertà d'animo e di costumi – a svelare le proprie grazie al maestro. Peccato che i toni ramati come il corallo della sua splendida capigliatura nordica, poco ci azzecchino con quelli cupi e profondi del misterioso pube.

Mentre il dubbio rimane, una certezza avanza. Courbet ritrasse il fatidico monticello per due ragioni evidenti: dimostrare quanto la sua pittura potesse essere fotografica, fedele a un soggetto... penetrato a fondo. E quanto, allo stesso tempo, potesse risultare fotogenico, fascinoso, pieno di grazia e sensualità un pube folto e frondoso come quello della sua modella espansiva. «D'inverno la donna è tutta più segreta e sola, più morbida e pelosa» cantava Paolo Conte in controtendenza alla moda oggi dilagante della ceretta nelle zone d'ombra. Che, davanti all'opera di Courbet, inno alla gioia del pelo in libertà, sembra un'offesa a un dono di natura, a un'identità che – laggiù – si manifesta intimamente.

Non è un caso che autori di tutti i secoli abbiano reso omaggio alla bellezza della vagina non depilata. A partire da Tiziano e Botticelli che, nelle loro “veneri” discinte giocarono a nascondino, celando ciuffi setosi fra mani appoggiate con pudore fra le cosce, o ciocche di capelli sparsi per confondersi col vello. Anche Klimt e Schiele dichiararono il loro amore per le donne pelose in disegni conturbanti di vulve calorose. Esattamente come quelle che Marina Abramović, la celebre body artist di Belgrado, ha fatto sventolare, qualche anno fa, alle attrici del suo video Balkan Erotic Epic, donne-contadine alle prese con un rito di fecondazione dedicato alla dea madre e alla natura come fonte benigna di procreazione. Un'orda di fattoresse si strusciava su prati in fiore. Tutte rigorosamente senza mutandine e con la vagina «fully dressed», ovvero “vestita” allo stato naturale, come dicono gli inglesi.


E così, mentre Vanessa Beecroft, altra signora della performance, continua a fare posare le sue modelle in déshabillé, bandendo la depilazione laser a favore di un «natural style», la giovane fotografa Rhiannon Schneiderman ha sollevato un vespaio con una serie di auto-scatti che ironizzano sui nuovi standard di bellezza, sfoderando un pube capelluto, phonato, corredato di toupet dalla lunghezza variabile e la messa in piega fresca di “parrucco”. Come a dire la femminilità è valorizzata dai misteri della foresta. Courbet lo aveva dimostrato un secolo e mezzo fa.  

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