lunedì 16 marzo 2015

In edicola

Come eravamo. L'allestimento nel 1956. Bello.
La nuova casa della Pietà

Michelangelo lascia lo storico allestimento delle BBPR per gli spazi dell'Ospedale Spagnolo.
Grandi manovre al Castello Sforzesco per mobilitare il suo capolavoro.
Su La Repubblica, due capitoli di storia di Milano,
dalla corona di Spagna ai restauri di Beltrami.
Un paio di dubbi soltanto:
cosa ne sarà della sala studiata dai grandi architetti
del razionalismo?
E perché il biglietto del nuovo museo sarà cumulativo con quello degli altri musei del Castello?
Cinque euro all inclusive.
Low cost low value. Peccato.



giovedì 12 marzo 2015

Hot-Spot

Il richiamo della foresta

Il Museo d'Orsay di Parigi al centro del ciclone per il capolavoro di Courbet
L'origine del mondo. La bellezza dell'arte... come mamma l'ha fatta.
Moralismo e pruderie son fuori luogo.
(vietato ai minori, ma anche no!) 


Quando, nel 1866, Gustave Courbet diede l'ultima pennellata al suo capolavoro L'origine del mondo già sapeva che quella rappresentazione così piccola ma sfacciata di un pube femminile divaricato in primo piano avrebbe scandalizzato i borghesi. E la Parigi bigotta non lo deluse. Cori di critiche e nasi arricciati misero all'angolo lui e il suo committente spregiudicato. Il diplomatico turco-egiziano Khalil-Bey, un eccentrico personaggio mezzosangue col pallino per la pittura erotica che, prima di crollare, sommerso da debiti di gioco, riuscì a convincere alcuni artisti del suo tempo a ritrarre angoli inverecondi di corpi senza veli e senza tabù.

Courbet, autore di una pittura votata al realismo duro e crudo, non se lo fece ripetere. Scelse, come protagonista della sua ricerca “anatomica”, l'inguine oscuro di una modella disinibita, di cui ancora non si conosce il nome, sebbene un'indizio ci sia! Merito infatti della sua criniera nera, arruffata sulla pelle algida, se alcune ipotesi sull'identità dell'allegra madmoiselle sono state fatte. Joanna Hiffernan, “la belle irlandaise”, musa e (forse) amante del pittore, è sempre sembrata la figura più propensa – per via della libertà d'animo e di costumi – a svelare le proprie grazie al maestro. Peccato che i toni ramati come il corallo della sua splendida capigliatura nordica, poco ci azzecchino con quelli cupi e profondi del misterioso pube.

Mentre il dubbio rimane, una certezza avanza. Courbet ritrasse il fatidico monticello per due ragioni evidenti: dimostrare quanto la sua pittura potesse essere fotografica, fedele a un soggetto... penetrato a fondo. E quanto, allo stesso tempo, potesse risultare fotogenico, fascinoso, pieno di grazia e sensualità un pube folto e frondoso come quello della sua modella espansiva. «D'inverno la donna è tutta più segreta e sola, più morbida e pelosa» cantava Paolo Conte in controtendenza alla moda oggi dilagante della ceretta nelle zone d'ombra. Che, davanti all'opera di Courbet, inno alla gioia del pelo in libertà, sembra un'offesa a un dono di natura, a un'identità che – laggiù – si manifesta intimamente.

Non è un caso che autori di tutti i secoli abbiano reso omaggio alla bellezza della vagina non depilata. A partire da Tiziano e Botticelli che, nelle loro “veneri” discinte giocarono a nascondino, celando ciuffi setosi fra mani appoggiate con pudore fra le cosce, o ciocche di capelli sparsi per confondersi col vello. Anche Klimt e Schiele dichiararono il loro amore per le donne pelose in disegni conturbanti di vulve calorose. Esattamente come quelle che Marina Abramović, la celebre body artist di Belgrado, ha fatto sventolare, qualche anno fa, alle attrici del suo video Balkan Erotic Epic, donne-contadine alle prese con un rito di fecondazione dedicato alla dea madre e alla natura come fonte benigna di procreazione. Un'orda di fattoresse si strusciava su prati in fiore. Tutte rigorosamente senza mutandine e con la vagina «fully dressed», ovvero “vestita” allo stato naturale, come dicono gli inglesi.


E così, mentre Vanessa Beecroft, altra signora della performance, continua a fare posare le sue modelle in déshabillé, bandendo la depilazione laser a favore di un «natural style», la giovane fotografa Rhiannon Schneiderman ha sollevato un vespaio con una serie di auto-scatti che ironizzano sui nuovi standard di bellezza, sfoderando un pube capelluto, phonato, corredato di toupet dalla lunghezza variabile e la messa in piega fresca di “parrucco”. Come a dire la femminilità è valorizzata dai misteri della foresta. Courbet lo aveva dimostrato un secolo e mezzo fa.  

martedì 10 marzo 2015

Arte... culinaria

Il direttore ai fornelli
Alessandro Furiesi, archeologo e direttore della Pinacoteca di Volterra
racconta i sapori dell'antica Roma. 
La salsa agro-dolce per il tonno al salto.

Ricostruire la cucina antica è un processo complicato. Nonostante esistano alcuni ricettari e molte ricette siano riportate in opere letterarie, racconti e commedie, ci mancano dati importanti per comprendere quale fosse esattamente il gusto e, soprattutto, quali fossero le modalità di cottura! Pertanto, qualunque ricetta (tranne quelle più semplici) è frutto di interpretazione e del gusto del cuoco moderno.
Ci sono però alcune cose che possiamo dire.
La cucina romana, ad esempio, ci è nota dal famoso ricettario di Apicio, gastronomo dell'antica Roma, vissuto nel I secolo d.C. Leggendo le sue ricette, scopriamo due cose singolari.
La prima è che non vi sono indicati i tempi di cottura e, in molti casi, nemmeno le quantità.
Le istruzioni non sono, dunque, altro che un canovaccio intorno la quale il cuoco del tempo costruiva la sua pietanza, in base alle capacità personali. Questo elemento è provato anche dal fatto che, in varie ricette, si trova sempre l'alternativa fra l'uso di spezie tout court (che dovevano dare gusto al piatto), oppure di una deliziosa salsina d'accompagnamento, come quella che oggi vi proponiamo.
La seconda cosa interessante è che i romani amavano i contrasti di sapore. Infatti mescolavano con facilità aspro e amaro, salato, dolce o piccante. Questo non dipendeva solo dalla qualità della carne, ma anche dalla quantità di vivande fresche e diversissime che, nel I secolo, Roma poteva permettersi di usare, complici i suoi mercati e anche l'utilizzo della neve per conservare e raffreddare gli alimenti, custodita in apposite cantine, dall’inverno fino all’estate successiva.

In questa ricetta che trascrivo, potete notare bene tutte le caratteristiche di cui vi ho parlato e che caratterizzano la cucina romana antica.

Salsa per il tonno
Versare l’olio in una padella e cuocere lo scalogno tritato.
Una volta che è imbiondito, mettere a cuocere le fette di tonno.
Sul tonno cotto versate una salsa ottenuta mescolando 1 cucchiaio di aceto, 1 cucchiaino di miele, 1 cucchiaino d’olio di oliva, pepe macinato, erba cipollina tritata o coriandolo, santoreggia o timo, 1 uovo sodo macinato.
(ricetta ricavata da Brigitte Leprêtre, La cuisine Romaine antique)

Per chi non lo sapesse
La “santoreggia” è un'erba che appartiene alla famiglia della menta. Ideale per condire legumi, nella produzione di miele o nella preparazione dei liquori o come erba medicinale.

A scuola di cucina dal direttore
Alessandro Furiesi, archeologo e direttore della Pinacoteca di Volterra, tiene lezioni pubbliche sul tema della cucina nel mondo antico, con tanto di dimostrazioni pratiche!
Tutti gli enti, pubblici o privati, interessati si possono rivolgere alle pagine di questo blog per un contatto diretto con lui.

sabato 7 marzo 2015

Questioni burocritiche

Un diavolo per cavillo.
Gli incassi dei musei ostacolati dalle scartoffie.
Perché guadagnare sembra (quasi) un reato.

Il Museo del Castello Sforzesco è il caso più eclatante. Per modificare il costo del biglietto di ingresso, e passarlo dai tre euro d'un tempo ai cinque attuali, ha dovuto aspettare dieci anni. Dieci anni di delibere, proposte, progetti, piani di budget e consigli comunali. Il tutto per una cifra che, comunque, resta offensiva per una complesso museale degno della Torre di Londra. Dove l'ingresso si paga ben 25 euro. Qui, con 5, si posso vendere tutte le raccolte d'arte antica, compreso Michelangelo e la Sala delle Asse di Leonardo, oltre al museo degli strumenti musicali e quello delle arti applicate; la sezione sul design e tutta l'area archeologica, il Museo egizio, il Museo della preistoria e protostoria. Senza calcolare i servizi dati dalle biblioteche e le raccolte specifiche (Trivulziana e Bertarelli) con le loro mostre temporanee che, ogni tanto – grazie a dio – si pagano.
Non lamentiamoci se poi le casse son vuote, mancano i soldi per i restauri o, banalmente, per pagare i custodi. Calcolate le file di giapponesi all'ingresso, non ci vuole un economista (oramai è il mio motto) per capire che, con un po' di marketing e di adeguamento delle tariffe, si potrebbero finanziare lavori e ricerche, da qui all'eternità.
Ma se Milano resta in ogni caso una grande città con risorse in grado di sostenere ogni museo civico nonostante le strategie di incasso ridotte al minimo, le situazioni più paradossali si manifestano in provincia dove, al contrario, i piccoli musei sopravvivono a stento, vessati da logiche burocratiche comunali così surreali che sembrano uscite da un romanzo di Dürrenmatt. Un esempio per tutti è quello che riguarda la vendita di cataloghi e di gadget nei bookshop. Il concetto di base sembra davvero fantomatico. Guadagnare è una brutta cosa. Il museo deve dimostrare all'amministrazione di turno di essere una realtà attraente, frequentato dalla collettività, piacione, allegro e moderno. Ma deve farlo “a gratis” (come direbbe l'assessore). Non deve pesare sul bilancio del Comune e, allo stesso tempo, deve snocciolare un elenco di attività da fare invidia al MoMa. Meglio ancora se, i nomi in programma per le mostre, sono quelli degli impressionisti o di Picasso, così il pubblico capisce (più o meno...) cosa c'è attaccato ai muri.
Tutto questo – ripeto – senza avanzare esigenze, accontentandosi di impegni di spesa tagliati all'osso, personale volontario, direttori che appendono i quadri e fanno pure le pulizie. Neanche Mary Poppins saprebbe fare meglio di certi impiegati comunali (rarissimi) così affezionati al proprio museo da sentirsi uno zelig, campione di trasformismo. E in cambio di questa dedizione, neanche la gioia di stampare quattro cartoline da rivendere per fare cassetta. Quelle che, secondo certe delibere antichissime, dovrebbero rispettare ancora il prezzo imposto di 25 centesimi (alla Torre di Londra la più urfida costa 3 sterline). E se qualche gadget divertente – ma imprevisto – sfugge disgraziatamente alla delibera di vendita, il povero museo è costretto a tenerlo nei cassetti (o a regalarlo ai visitatori) per non rischiare una provvedimento disciplinare per smercio non autorizzato. Il portachiavi kitschissimo col girasole di Van Gogh deve, insomma, finire in un elenco con tutte le caratteristiche che lo distinguono, passare dall'ufficio del direttore del museo a quello del dirigente del servizio cultura, che si confronta con l'economato, stabiliscono insieme che debba costare meno di un caffè (altrimenti la gente non lo compra) e consegnano la pratica al consiglio comunale affinché si esprima sulla necessità o la sconvenienza di metterlo in vendita. Che tristezza.

Risultato: al museo, in provincia, generalmente si entra gratis, non c'è uno straccio di cartolina, borsetta di stoffa, poster o calamita di gomma che faccia “il gesto dell'ombrello” a chi non capisce che, guadagnando, si tengono aperte le sale e, magari, si organizzano mostre più decenti di quelle degli attrezzi agricoli.  










mercoledì 4 marzo 2015

In edicola


Due metri sotto il cielo. 
E due metri sopra il quadro che ispirò Caravaggio!
Nella cappella di Santa Maria presso San Celso a Milano.
Gli studenti della Statale scoprono gli affreschi dimenticati di Moretto. 





Il quadro che ha ispirato Caravaggio in una cappella ricca di affreschi inediti. È merito degli studenti del corso di storia dell'arte moderna dell'Università Statale, se nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso, in corso Italia, è rispuntato un ciclo di dipinti fino a oggi custoditi nell'ombra e ora attribuibili a una mano famosa. Quella di Alessandro Bonvicino, meglio noto come Moretto (1498-1554), il pittore bresciano considerato un maestro del Rinascimento lombardo, che ha lasciato un segno importante nella Milano del Cinquecento. Reduci da un lavoro di studio svolto in occasione della mostra su Berbardino Luini, allestita l'anno scorso a Palazzo Reale, e coordinato dai curatori, i professori Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, questo team di allievi ha continuato – anche a mostra finita – le ricerche sul panorama di una città che, dopo l'onda d'urto di Luini e Bramantino (prima di loro, di Leonardo e Bramante), divenne la piazza più appetibile d'Italia, capace di richiamare Tiziano, autore della celebre Incoronazione di spine per Santa Maria delle Grazie (oggi al Louvre), e lo stesso Moretto, che nell'antico santuario di Santa Maria, in una cappella del deambulatorio, lasciò la sua splendida Caduta di San Paolo, con quello scorcio spericolato del Santo franato a terra, sotto la stazza del cavallo e un cielo in tempesta, che incantò il giovane Caravaggio deciso a replicare l'effetto vertigo nel suo capolavoro, la Conversione di Paolo, in Santa Maria del Popolo a Roma. Ma se questa è storia arcinota, il merito dei ragazzi, armati di una macchina fotografica acquistata per loro dall'Università, una Canon con un'obiettivo potente puntato sul soffitto altissimo e cupo della cappella, è di aver scoperto un collegamento fra l'intera decorazione dello spazio e l'opera del Moretto. Sembra infatti che il maestro di Brescia – documenti alla mano – avesse firmato un contratto vincolante per la «peintura de una cappella», e non di una sola pala d'altare, impegnato dunque a progettare la realizzazione di un ambiente intero, dove la tela costituiva il fulcro di un cantiere ben più ampio. Federico Giani, che ha condotto le ricerche, e Alessandro Uccelli, che ha avuto l'idea di restituire al maestro la paternità degli affreschi, hanno zoomato sui dettagli di una pittura a tutto campo, una specie di opera d'arte totale. Dove la figura di Cristo, affrescata in una vela, proietta raggi di luce che attraversano la cornice della pala, dritti verso lo sguardo di Paolo, colpito dall'illuminazione. E dove gli angeli, avvolti in panneggi rosa e croccanti, festeggiano la conversione con cartigli gloriosi. Una scoperta che aggiunge un tassello alla storia dell'arte (uno vero, finalmente, in epoca di Leonardi posticci) e, soprattutto, un'opera in più al curriculum del Moretto, di cui a Milano sono custoditi le ante di un polittico a Brera (diviso col Louvre) e la Sant'Orsola con le vergini al Castello Sforzesco. Peccato per lo stato di conservazione, le cadute e le muffe, che meriterebbero un intervento di restauro solerte.
(da La Repubblica, 4 marzo 2015)

martedì 3 marzo 2015

Belle scoperte

Il quadro di Moretto che ispirò Caravaggio 
la cappella dimenticata.
Nel cuore di Milano.
In epoca di falsi ritrovamenti, di Leonardi posticci, bufale e patacche,
una verità nascosta che aggiunge un tassello importante alla storia dell'arte.
Su "Repubblica". Da non perdere, in edicola.