mercoledì 28 gennaio 2015

Non serve essere economisti per capire che...

Secondo capitolo della saga

Se il fisco fa paura, il mondo dell'arte fa le valigie.

  • MONEY ART BY DONOVAN CLARK

  • Un amico collezionista mi ha mostrato di recente una piccola, splendida incisione di Kandinsky. All'interno della sua raccolta sarebbe, per la verità, solo un ago in un pagliaio, ma lui mi ha confessato di essere particolarmente affezionato a quel pezzo per un motivo particolare. È l'unico che abbia acquistato in vita sua uscendo dal negozio con una ricevuta in mano! Preciso che il mio amico ha sessant'anni e colleziona da quando ne aveva venticinque.

    Non mi rimbrottino i galleristi per questa spifferata poco esemplare, perché – nonostante le premesse – sarà un articolo in loro difesa. O meglio, in difesa di certe regole che, se fossero eque e rispettate da tutti (datemi pure dell'idealista!), anche il sistema dell'arte in Italia funzionerebbe meglio. Perché la legge del furbetto, messa in pratica anche negli spazi che si occupano di cultura, dove con una mano si firmano autentiche e, con l'altra, si intascano contanti senza scontrino, nuoce al mercato invece di agevolarlo. Tanto da aver causato quella strigliata fiscale che ora costringe molte galleria a chiudere, oppure a trasferirsi oltreconfine. Ricordiamo che nel 2014, quindici attività milanesi hanno serrato i battenti e li hanno riaperti a Lugano.
    In un articolo recente sul Giornale dell'arte si parlava delle indagini fiscali che costringono i galleristi a segnalare i dati degli acquirenti ogni volta che gli acquisti superano i 3.600 euro (iva inclusa), ovvero 2.950 euro d'imponibile. La bacchettata del giornale andava al redditometro che ha scoraggiato le aziende quanto i privati a investire in opere d'arte, complice la paura dei controlli e anche l'assenza di una defiscalizzazione dell’acquisto e un'iva arrivata al 22%. Inutile dire che questo giro di vite, invece di migliorare la situazione, ha generato l'effetto contrario: i collezionisti, frenati nell'acquisto, comprano sui mercati esteri, il commercio clandestino ribolle, le diaspora aumenta, la cultura nazionale ne risente e gli artisti italiani tracollano (ad eccezione di quelli sostenuti da gallerie straniere).
    Non stupisce che, in vista di Expo, molti mercanti milanesi abbiano deciso di affittare gli spazi ad attività temporanee sbarcate in città per seguire il richiamo del cibo. E così ci troveremo con un'infilata di kebabberie, tex mex, sushi e sashimi laddove c'erano algide pareti punteggiate di piccoli capolavori, votate allo stile, alla classe, alla cultura. Una bella immagine per il Bel Paese dalla storia antica, il Paese del design, della moda e del contemporaneo che, per adeguarsi all'abbassamento di livello e di qualità delle cose, gode da pochi giorni anche di un sito turistico istituzionale con un titolo - “VeryBello” - che sembra, non a caso, il nome di una pizzeria di Little Italy a New York. Continuiamo pure a farci del male e a veicolare un'immagine di noi che sa di cialtronaggine, mafia, evasione e spaghetti alla carbonara.
    Sarà davvero impossibile invertire la tendenza prima che vada distrutta una risorsa patrimoniale unica, ammirata e invidiata da mezzo mondo? E sarà mai possibile che si trovi una quadra fra le esigenze dei galleristi e le regole del fisco, rinunciando alle frodi e, allo stesso tempo, alle vessazioni. I mercanti di ritorno dalle fiere estere, da Miami, Basilea e affini, raccontano di paradisi del mercato dell'arte, dove i collezionisti acquistano e i galleristi emettono ricevute che i clienti usano per scaricare gli importi dalla dichiarazione dei redditi. Tutti felici, compreso il governo che incassa comunque le tasse previste dalla vendita.
    Qui, viceversa, strangolati dalla morsa fiscale che, a loro volta, hanno contribuito a fomentare, i galleristi fanno i conti sul vendite ormai ridotte all'osso. Il 56,7% di carico fiscale sta decimando il settore. Non basta il 43,3% di utile per coprire le spese d’affitto, di gestione, di promozione e valorizzazione. Ecco le ragioni di un mercato che si sta arenando portando con sé una fetta importante di cultura nazionale, affidata al commercio e al suo potere nel sostenere il nostro prodotto.
    Valga, in questo senso, un esempio semplice: mentre un'incisione di Giorgio Morandi, genio assoluto della grafica italiana celebrato nei maggiori musei del mondo, Metropolitan di New York in testa (nel 2008 gli ha dedicato un'antologica coi fiocchi) ha un valore medio di 60mila euro, un'incisione di un maestro americano, onesto, ma senza guizzi, si aggira su cifre parenti ai 100mila dollari. Perché gli americani difendono le quotazioni dei propri autori sul mercato, in asta, nelle mostre, sui listini. Noi, non possiamo esportare il prodotto per timore della notifica di un ministero che preferisce custodire nell'ombra; non vendiamo perché il guadagno su 60mila euro sarebbe meno della metà (senza considerare il diritto di seguito) e, oltretutto, obbligherebbe a segnalare l'acquirente al fisco. Di conseguenza, Morandi vale come l'ultimo degli yankee, le gallerie vendono opere minori come cartoline postali e il mercato si sposta all'estero per la felicità degli svizzeri (da loro l'aliquota è all'8% contro il nostro 22). Evviva.
    Dunque, con regole meno ferree e controlli più ragionevoli, il mercato dell'arte riuscirebbe a festeggiare una pacifica convivenza con l’agenzia delle entrate? E la finanza potrebbe mai focalizzare i proprio controlli laddove il dente duole davvero, scendendo a più miti consigli con galleristi che rischiano la sopravvivenza? E sarà mai possibile – “in questa vita o nell'altra” come diceva il Gladiatore – rendersi conto che l’opera d’arte, merita di essere tassata, ma andrebbe considerata, non alla stregua di un comune bene di consumo (un'auto o una barca), ma come un valore culturale, storico e sociale che meriterebbe un occhio di riguardo? Ai posteri l'ardua sentenza.  

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