lunedì 28 dicembre 2015

Moore a Roma

Alle Terme di Diocleziano.
Le sculture di Henry Moore.
Un'esperienza surreale!
Ancora fino al 10 gennaio, le forme sode dell'artista inglese dialogano con i reperti antichi.
Gli ambienti dagli ampi soffitti voltati accolgono corpi di donne liquide.
Nel piccolo chiostro brilla un Ritratto femminile del IV secolo che merita una gita, 
anche a mostra finita.




domenica 20 dicembre 2015

Giotto in Milan


The master of God.
The protagonist of the fourteenth century star system.

The first room is a leap into the unknown. Deep shadows and the darkest of iron used to cover the floors and volumes, according to the project of setting up “in black” by Mario Bellini, welcome visitors into a gloomy forest illuminated by the light of faith. The Madonna of San Giorgio alla Costa and the Badia Polyptych emerge from the shade like apparitions: an epiphany of painting. Giotto di Bondone (1267-1337), known simply as Giotto, was the Dante of Italian art, the father of a modern language, a divine comedy comprised of saints and Madonna’s that widens the heart and mind with its open spaces, living nature, profound humanity. A dolce stil novo (sweet new style) told by the “Giotto, l'Italia” (“Giotto, Italy”) exhibition, open beginning today at the Royal Palace, through 14 major works, masterpieces that have been familiar to us since high school. Curated by Serena Romano and Pietro Petraroia, produced by the city hall and by Electa, with an investment of 1.6 million euro, this exhibition has the great advantage of being monographic, a “one man show” without flaws or replacements, no minor works, uncertain attributions, friends, relatives or future heirs. Just Giotto and a selected group of pieces for a never-before-seen itinerary. The exhibition held at the Uffizi Museum in 1937 gathered eight works. It seemed like a miracle. Today, there are almost twice as many and it is a record. In fact, during his lifetime, in fifty years of work, Giotto signed about twenty individual works, including crosses, altarpieces and polyptychs, beyond the illustrious frescoes spirited throughout Italy. This also explains the national slant of the title: “Giotto, Italy”, in the sense that, at the dawn of the Renaissance, his figure, halfway between craftsman and entrepreneur, courtier and intellectual, became the symbol of an entire country, a testimonial of a shared culture. “The protagonist of the fourteenth century star system,” explains Serena Romano, “Giotto embodies the model of the entrepreneur, of the creative who conceives ideas and entrusts them to others to execute. A forefather of Jeff Koons and all of contemporary art where genius counts and not the execution.” So, it is useless to look for his imprint between the heads of angels that crowd the coronation of the Virgin in the splendid Baroncelli Polyptic of Santa Croce in Florence. Giotto, prince of a medieval factory, invented the revolutionary formula of the continuous narration, a single scene that breaks through the limits of the doors, but who then assigns the task of completing the painting to his staff. From the first room to the last, the invitation is clear: look for signs of a revolution. In God the Father, which came from the Scrovegni Chapel in Padua, the depth of the throne seems to ‘pierce the wall’, as Mario Sironi said, and the foreshortened hand anticipates the famous feet in the foreground of the Dead Christ by Mantegna by nearly two centuries. In the polyptych of Santa Reparata in Florence, the tenderness of baby Jesus and the loving glance of the Saints bring true sentiments on stage. In the Stefaneschi Polyptych, the altarpiece painted for the Basilicata of St. Peter that has never left the Vatican in 700 years of history, there is a chessboard perspective, an altarpiece within an altarpiece, put together like a Russian doll, which deceives the senses. In a journey that crosses Italy and meets with the most illustrious patrons, from the order of the Franciscans to the papacy, from Roberto d’Angiò to the Florentine bankers, we discover the fortune of his talent and the long wave of his fame, which reached Milan and the court of Azzone Visconti, for whom he painted, right in the Royal Palace, a cycle of frescoes now lost. The exhibition ends with a medley of quotes by modern authors bowed to his genius: De Chirico was enchanted by his ‘metaphysical spaces’, and Rothko by his ‘disintegration of unity’, Klein by his ‘entirely blue monochromes’.

sabato 12 dicembre 2015

Opening

Essere è tessere
100 fili d'artista dalla Collezione Canclini
100 artist's threads from the Canclini Collection

Fondazione Stelline, Milano
Mercoledì 16 dicembre ore 18.30

Il tessuto come forma d’arte. Dall’antichità ai giorni nostri. Una lunga e affascinante storia di stoffa, cucita e ricucita da artisti di ogni epoca e geografia, sedotti da un mestiere affidato alla sapienza delle mani. E dal filo come metafora di unione, appartenenza, vitalità.

Textile as a form of art. From the ancient times to the pres- ent day. A long and fascinating history of fabric sewed and resewed by artists from every era and geographical origin. Captivated by a craft that relies on the prowess of hands. And by the thread as a metaphor for union, belonging, liveliness.


  

venerdì 4 dicembre 2015

Happy Birthday

Al Museo del Novecento di Milano
Cinque anni di mostre e attività
Un resoconto fra luci e ombre
da La Repubblica di mercoledì 2 dicembre



Novemila persone in coda sotto la piaggia. Dalle quattro del pomeriggio all'una di notte. Come a un concerto rock. Fa impressione il numero di visitatori con cui, il 6 dicembre del 2010, il Museo del Novecento ha inaugurato la sua storia. L'allora sindaco Letizia Moratti, dopo una preview per pochi (500) intimi, accolse il pubblico nella hall e varò quei tre mesi di ingressi gratuiti che assicurarono al museo la palma d'oro del luogo d'arte più visitato d'Italia: 400mila presenze registrate fino a marzo, una media giornaliera che superava le 4.600. Oggi, a cinque anni di distanza, il Novecento apparecchia una festa, in agenda domenica, stilando un programma di iniziative, fra visite guidate, laboratori, musica, teatro, performance e un rinfresco offerto dal ristorante Giacomo. In attesa di (ri)mettersi in coda per un'altra affollata giornata di gala, si possono ripercorre questi anni di attività che hanno restituito a Milano il patrimonio prezioso delle collezioni d'arte moderna e regalato alla città un museo allegro e vitale. Ecco allora un primo bilancio. Positivo, con qualche punto debole da inserire nella lista delle urgenze. Partiamo dal percorso, ricco di 400 opere, selezionate da un nucleo di 2.500, dipanato fra le avanguardie storiche del secolo breve e il fatidico 1968, anno di svolta sociale in cui l'arte moderna ha ceduto il passo al contemporaneo duro e puro. I pezzi sono capolavori da manuale: il Ritratto di Guillaume di Modigliani, Elasticità di Boccioni, Il cavaliere rosso di Carrà (la Moratti lo volle come immagine-guida, preferendolo al più proletario Quarto Stato di Pellizza), la Natura Morta con Manichino di Morandi, La sete di Martini, fino al neon di Fontana che illumina ogni sera piazza Duomo dall'alto. Peccato che l'allestimento, poco agile, non permetta turnover dai depositi, rotazione delle opere o inversioni di rotta. A proposito del Quarto Stato, resta irrisolta la sua collocazione nella nicchia lungo la rampa elicoidale progettata da Italo Rota: un loculo buio che ne restringe la visione. S'è parlato più volte di spostarlo, anche con una techno teca all'ingresso, ma per ora rimane nell'ombra. In sospeso pure l'ipotesi di un collegamento col pianoterra di Palazzo Reale, per aggiungere nuovi spazi al museo. Bell'idea, ma insabbiata. E così, mentre i visitatori si perdono in un cammino difficoltoso, che manca di indicazioni e abbonda di scale mobili, si discute di come trovare sale per le esposizioni temporanee. Fino ad ora, mostre splendide come “Tecnica mista” o la liaison creativa fra Fontana e Klein, “Munari politecnico” o la polvere di stelle di Warhol, sono state distribuite lungo il percorso e nella manica lunga che affaccia su via Marconi. Ma l'ultima importante donazione (su 80 lasciti siglati in questi anni), ovvero le 600 opere della collezione Bertolini, verranno (in parte) collocate proprio nella manica, ingessando l'unico spazio elastico. «Quello delle mostre è il lato critico che va affrontato. Il Museo ha bisogno di affermare la sua identità con offerte precise» dice Claudio Salsi direttore del Settore musei delegato a gestire il Novecento fino al cambio di Giunta. Suo il compito di sostituire Marina Pugliese che, partita per gli States, ha lasciato il posto vacante. E che, da San Francisco commenta: «Spero che la prossima amministrazione indica subito un concorso. I milanesi sono fieri di questo museo e bisogna continuare a coinvolgerli». Pugno di ferro in guanto di velluto, la Pugliese ha distinto con acume i programmi del Polo Otto e Novecento, nei progetti di mostre scientifiche e nelle vivaci attività collaterali, dai corsi di yoga alla scrittura creativa con la scuola Holden di Baricco. Purtroppo, per ora di altri progetti si parla poco. A parte di una mostra su Boccioni che, a primavera, sposterà il cuore della sala sul futurismo a Palazzo Reale. Speriamo non sia solo un trasloco.



martedì 24 novembre 2015

La recensione

domani, sulle pagine de La Repubblica
la mia anteprima alla mostra di
Adolfo Wildt
Il poeta maledetto della scultura italiana.

Una mostra alla Gam di Milano racconta il suo cuore di tenebra.
Volti di anime salve e demoni dell'inconscio.
Io non ho paura. E voi?




martedì 17 novembre 2015

La recensione

Vivian Maier. 
La faccia triste dell'America

La bambinaia reporter
che ha raccontato in bianco nero
la New York del dopoguerra.
Domani il mio articolo
su La Repubblica.


venerdì 6 novembre 2015

La mostra

Hayez a Milano.
Alle Gallerie d'Italia, in piazza Scala.
Un inguaribile romantico

La mia recensione, domani,
sulle pagine de La Repubblica.
Per voi, l'anteprima di un quadro
che si lascia guardare.

Un Ajace che mostra il più bel fondoschiena maschile
della storia dell'arte!

Il lato b della pittura dell'Ottocento italiano.

Da non perdere.





sabato 31 ottobre 2015

the review

Anthony McCall’s. Solid Light Works
At the LAC in Lugano.
Walk in the Light!



Your first impression is dizzying. In the dark that envelops everything, you are afraid you might stumble over something that isn’t there. Anthony McCall’s “Solid Light Works” solo exhibition, curated by Bettina Della Casa, is made up of just that, works of solid light in the vast underground environment of the LAC in Lugano (until 31 January). The British artist, New Yorker by adoption, who has studied light, spaces and volumes as the basic elements of art since the 1970’s, invites you to experience the exhibition as a physical experience. As your pupils dilate in the darkness, five projectors trace luminous beams in the air that coil very slowly together to create profiles of inexistent sculptures and suspended ectoplasms. Entering into the fluorescent cones, instinct tells you to reach out your hand to grab the void, made dense by a vaporous haze created by old fog machines and smoke machines used in theaters and cinemas for black and white films.
The play of shadow and fog create (non-)bodily sensations and McCall has obtained his goal: put the viewer in the centre of the “frame”, stimulate his perceptions, conceptualize on the eternal themes of passing time and movement that changes things. In the span of an hour, a point of light expands to become a circle; this is the first historic work entitled Line Describing a Cone from 1973. This concept does not change in more recent works: ellipses, spirals, lemniscates (once he drew them on film, now he entrusts them to sophisticated digital animation) generate hypnotic images in space and in the mind of those who cross through the silence. The immersion into Meeting You Halfway and Face to Face leads the viewer to a subtle reflection on communication, on the possible dialogue between those you might meet in the light.

(from La Repubblica, ottobre 2015)

mercoledì 14 ottobre 2015

L'opinione (di Eugenio Bitetti)

L'arte contemporanea puzza... di banalità

da una invettiva di Eugenio Bitetti, gallerista milanese, contro i piedi nudi (e pelosi) usati da Amaci per promuovere la Giornata del Contemporaneo.


“Friederich Fischer… disse una volta che esistono dipinti che uno potrebbe veder puzzare. Il concerto per violino di Tchaikowsky ci pone per la prima volta di fronte alla rivoltante idea che esistano composizioni musicali che uno potrebbe sentir puzzare”. Il brano testé citato è tratto dalla recensione che Eduard Hanslick scrisse, del tutto giustamente, sul concerto per violino di P. I. Tchiaikowsky, e noi ci chiediamo, a questo punto, come mai nella critica d’arte contemporanea non sia mai più possibile imbattersi in giudizi simili. Prendiamo ad esempio i piedi fotografati da Alfredo Pirri e scelti dall’Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani quale immagine simbolo della Giornata del Contemporaneo, celebratasi sabato 10 Ottobre. Che dire di questa foto, oltre al fatto che implora disperatamente di essere coperta con un paio di calzini, anche bianchi e corti, purché siano?
Il trattamento della luce non pare proprio all’altezza dei grandi maestri della fotografia, l’inquadratura ricorda comicamente quelle vignette degli anni Sessanta, col grassone in bagno su una bilancia che si riempie di crepe; i piedi, va bene che naturalia non sunt turpia, però li poteva scegliere meno pelosi e ordinari; così non è proprio un bello spettacolo. Invece, per AMACI, Passi … rappresenta un gesto semplice e allo stesso tempo inquietante: sfidare a piedi nudi una superficie fredda e (forse) tagliente. Pirri costringe tutti noi spettatori a un atto di fiducia, ci invita ad abbandonarci, a metterci in relazione con qualcosa di cui percepiamo la pericolosità senza coglierne esattamente la portata”, ecc. ecc.
Praticamente il solito pippone del messaggio usato come toppa giustificativa per un’opera banale e, ci sia consentito, brutta. E la critica, invece di stroncare, tace, o commenta con le stesse parole dell’AMACI.
Questa accondiscendenza si motiva di solito con l’argomento che l’arte contemporanea è qualcosa di diverso da quella che l’ha preceduta (a me invece piacerebbe stabilire un confronto tra Alfredo Pirri e Man Ray o Tina Modotti, guarda un poco); praticamente con la tacita ammissione che l’arte sarebbe morta, come secondo l’opinione di Hegel il buontempone.
Ma se è veramente morta - come con sempre maggiore evidenza pare - o la si leva dai piedi (è qui il caso di dirlo), con la puzza e tutto il resto, oppure si infierisce sul cadavere, come Achille sul corpo di Ettore: legato al carro per le caviglie e trascinato intorno alle mura di Troia.

È questo che chiediamo alla critica d’arte contemporanea.  

sabato 10 ottobre 2015

In libreria

In uscita, edito da Officina Libraria
La Milano scolpita da Leone Lodi
un viaggio sulla pelle della città
presentazione al Palazzo della Borsa sabato 24 ottobre ore 11
con Armando Besio e Giuseppe Frangi
nell'ambito di Bookcity 2015






mercoledì 7 ottobre 2015

La replica

Palazzo Reale è in crescita
Reazione secca dal Comune

"Abbiamo registrato dal 20 al 40% in più di ingressi".
Conti alla mano, non si può definirlo un successo.
L'osservatorio del turismo italiano registra una affluenza turistica media annua di circa 6milioni di turisti in arrivo a Milano. 
Se con Expo ne sono arrivati 17milioni, ovvero 
il 200% in più rispetto allo standard, significa che un aumento dal 20 al 40% è comunque scarso.
Meglio al Castello Sforzesco, dove il nome di Michelangelo e della Pietà Rondanini, hanno conquistato lo straniero, raggiungendo la quota del 64% extra rispetto al passato.
La matematica non è un'opinione.

martedì 6 ottobre 2015

Il reportage

Lo sboom delle mostre
oggi in edicola, su la Repubblica, un resoconto dalle mostre di Expo.
Tutti i numeri, fra alti e bassi.
Le ragioni del flop. Che non dipende dalla qualità, ma da una serie di misteriosi eventi...


I numeri quotidiani
Leonardo ha chiuso con una media di 2.415 al giorno, per 235mila ingressi totali.
Giotto ne conquista (solo) 1.200.
Arts&Food in Triennale, giostra milionaria, arriva a stento a 730.
I Visconti e gli Sforza ne hanno raggiunti appena 400 (peccato).
Disfatta per il Mudec da 300 persone al dì.
La Grande Madre della Fondazione Trussardi tocca i 410, che per l'arte contemporanea non è male.


Numeri a parte, le mie preferite restano Giotto e La Grande Madre, dal 300 al 2000, arte antica e ultime frontiere. Meritano di essere viste in tandem. Anche se il biglietto abbinato non c'è. Sob!

mercoledì 30 settembre 2015

In edicola

Oggi su La Repubblica


Tutti pazzi per Michelangelo

La fortuna di un brand
che ha conquistato il mercato del Cinquecento.

Storie di copisti che replicarono (a centinaia)
i suoi soggetti più famosi.
Meglio se erotici o in odore di santità.
Sacro e profano, le due anime del genio.

In mostra, due carte originali del Buonarroti, Cleopatra e la Caduta di Fetonte.

Il mio commento sulle pagine di cultura.






La recensione


Alla mostra dell'est
I capolavori dei magiari al Palazzo Reale di Milano

da La Repubblica del 17 settembre

L'elenco dei nomi fa impressione. Leonardo, Tiziano, Rembrandt, Tiepolo, Goya, Rodin, sono solo alcuni degli old master riuniti sotto un titolo che cerca pubblico, “Da Raffaello a Schiele. Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”, e fa pensare al formato all inclusive di certe mostre pop. Qui però il curatore Stefano Zuffi, esperto milanese d'alta epoca – astuzia a parte – sui capolavori non mente. Settantasei sono le opere uscite in blocco dal museo ungherese che, chiuso per un restyling destinato a durare due anni, ha deciso di spedire le collezioni in tour. Gli accordi con Milano risalgono all'inverno scorso quando, per il tradizionale evento di Natale a Palazzo Marino, proprio da Budapest è arrivata la Madonna Esterhazy di Raffaello che oggi, infatti, ritorna in apertura di percorso affiancata da altri esemplari raccolti dal museo magiaro in cent'anni di storia. A metà Ottocento, Lajos Kossuth, eroe indipendentista e padre della patria, cominciò a rastrellare pezzi, sognando un tesoro museale che sdoganasse l'Ungheria come nazione a livello delle altre potenze. Tempo vent'anni, i principi Esterhazy (da cui il nome della Madonna) accettarono di vendere al governo 600 dipinti inestimabili, appartenuti da secoli alla famiglia. Nel Novecento, il regime comunista arricchì il fondo con altre acquisizioni, fra impressionismo francese ed espressionismo tedesco. Detto fatto, l'andamento cronologico della mostra rispecchia questa evoluzione e mette in fila un tesoro da re. Si parte dal Cinquecento di El Greco e Tintoretto, autore di una Cena in Emmaus spettinata da una folata di vento improvvisa, e si attraversa il Rinascimento passando da Raffaello e Leonardo (un disegno della Battaglia di Anghiari) alla dolcezza del Luini e a una Venere elastica del manierista Parmigianino. Testimonial della sezione fiamminga è il Ritratto di giovane di Dürer che sembra un demonio dagli occhi di bragia, esposto accanto a un'altra perfida signora: la Salomé di Cranach, icona della mostra, campeggia sui manifesti col viso innocente, mentre fra le mani la testa del Battista respira ancora. I colori a olio di questi maestri venuti da nord brillano nel buio di un allestimento ovattato. Protagonisti del Seicento, Velázquez e Rubens si rubano la scena con immagini dalla precisione lenticolare, mentre nel Settecento luminoso di Tiepolo e Canaletto si incontra una testa strillante di Uomo che sbadiglia firmata da Messerschmidt, scultore teutonico, celebre per una serie maniacale di smorfie fuse nello stagno. Superata la sezione romantica con la stella inquieta di Goya, il simbolismo infila un poker d'assi, da Rodin a Böcklin e (finalmente) due ungheresi: József Rippl-Rónai e Vaszary János, lugubri come le leggende dei Balcani. Si chiude sui papà della modernità, Manet, Cézanne, Schiele: cronaca di una fine annunciata, fatta eccezione per un altro oscuro ungarico Ödön Márffy, cubista di Budapest, che aggiunge alla trasloco dei big, il piacere della scoperta.

giovedì 17 settembre 2015

In libreria

Io sto coi marabù.
L'altro Bugatti. L'artista dello zoo di Anversa.

da La Repubblica di mercoledì 16 settembre


Si chiamava Rembrandt, come il più grande pittore del secolo d'oro olandese. E Bugatti, come il papà Carlo, noto designer di mobili libery, e (soprattutto) il fratello Ettore, fondatore del mitico marchio d'auto di lusso. Con un nome così, poteva crescere in due modi. Vanitoso e guidato da un segno del destino. O insicuro e schiacciato dal peso delle aspettative. Rembrandt Bugatti (1884-1916) optò per la seconda ipotesi. Timido, introverso, era ripiegato su se stesso come un giunco, alto e dinoccolato come uno di quei fenicotteri che plasmava nel gesso, piccoli capolavori di scultura selvatica, creati da un uomo che preferiva gli animali rispetto ai suoi simili. Un po' gobbo, «camminava dando l’impressione di voler schivare la gente» diceva l'amico poeta André Salmon. «Bugatti aveva vissuto nella vita come un estraneo» scrisse l'architetto Giulio Ulisse Arata in un coccodrillo commosso all'indomani della sua morte, avvenuta a trentadue anni, stroncato dal male vivere, dalla tubercolosi e da un suicidio che lo liberò dal peso dell'esistenza. «Questa vita tuttavia mi pesa molto» è infatti la sua ultima, lapidaria confessione, in una lettera intimissima spedita al fratello e diventata oggi il titolo di un libro (edito da Adelphi) che Edgardo Franzosini, narratore di biografie sconosciute, ha dedicato a questo personaggio oscuro alle cronache. Noto per le sue ricostruzioni immaginarie delle vite degli altri, Franzosini sceglie sempre anti-eroi dalle storie dolorose. «Sono attratto dalle figure più eccentriche e dalla loro sofferenza umana. Se sono stati felici e contenti non mi interessano». E infatti i suoi gialli irrisolti, un po' alla Dürrenmatt, procedono per episodi amari. Senza eccesso di nozioni. Di Rembrandt dice tutto, non dicendo niente. Che era un artista ipersensibile (nipote, non a caso, di Giovanni Segantini), cresciuto nell'ambiente culturale della Milano scapigliata, passato da Parigi, stabilitosi ad Anversa, segnato dai drammi della grande guerra, dove prestava assistenza ai feriti come barelliere nel corpo dei “dispensati dal servizio militare in tempo di pace”. Le descrizioni dei suoi modi eleganti ma irrigiditi fanno sognare un bell'uomo, fronte alta e occhi nervosi, avvolto in strane giacche con lunghe file di bottoni e stivali dalla doppia fibbia. Era un po' ferino, come gli animali che ritraeva con ossessione. «L’autoritratto più sincero che Bugatti abbia realizzato – si legge in un passo velato di ironia e tenerezza - fu quello per cui usò come modello il babbuino amadriade dello zoo di Anversa. Ma, lui personalmente preferiva quello con le fattezze di un marabù». In quell'uccello africano, simile a una cicogna, vedeva rispecchiata la sua natura guardinga. E, in ogni belva dei giardini zoologici che frequentava (invece dei soliti café-chantant amati dai colleghi), vedeva riflesso un mondo esotico, lontano dalla realtà che lo affliggeva. Come Rousseau, il Doganiere dell'impressionismo francese, Bugatti creò una jungla, culla delle sue fobie, crollata tragicamente quando, allo scoppio della guerra, i militari rasero al suolo lo zoo di Anversa, in una scena che Franzosini descrive con delicata ferocia.

mercoledì 16 settembre 2015

La polemica


Il dipinto che non vale una messa

Da leggere, l'articolo di Armando Besio 
sul tema eterno dell'arte sacra.
Parole sante!

Il mistero doloroso del quadro in Duomo
da La Repubblica di lunedì 14 settembre

LE VIE del Signore sono infinite. E così una modesta pittrice francese è riuscita a conquistare, grazie alla sorprendente complicità della Veneranda Fabbrica e alla distratta generosità della Provvidenza, nientemeno che la vetrina del Duomo. Dove mica di passaggio, ma fino al 6 gennaio, è stata invitata a esporre un’opera di sconcertante mediocrità. Si chiama Kathy Toma, vive e lavora a Parigi. «Il suo lavoro pittorico costituisce la sintesi di un linguaggio semi figurativo e di body art» informa un comunicato stampa dalla sin- tassi incerta come la poetica della signora. Che sostiene di esse- re «toccata da una mano invisibile». Ma l’ingombrante polittico, alto quattro metri, che occupa la quarta campata della navata me- diana destra, più che ispirato dalla grazia divina sembra dettato da una confusa vanità.
S’intitola “Enigma primordiale. Il mistero delle origini”. Interpreta (a modo suo) la Leggenda della Vera Croce, un presunto Sacro Chiodo della quale (ed ecco il gancio liturgico che giustifica la presenza del quadro) figura tra le più popolari reliquie del Duomo. Ma il vero enigma, l’autentico mistero doloroso, è come un’opera di qualità così scadente sia riuscita a ritagliarsi uno spazio di prim’ordine in mezzo alla grande bellezza del Duomo.
L’indiziato numero uno è Phi- lippe Daverio, consigliere (e già presidente) del Museo del Duo- mo. Dotato, in effetti, di una sua allegra spregiudicatezza. Ma capace, fino a prova contraria, di di- stinguere il grano del bello dal lo- glio del brutto. E infatti: «Io non c’entro nulla, non mi hanno nep- pure avvertito» giura il critico, assente l’altra mattina all’inaugurazione.
DOV’ERANO presenti un paio di direttori di musei milanesi. Il loro sguardo perplesso, sebbene educatamente dissimulato, valeva più di mille recensioni.
Assolto Daverio per non aver commissionato il fatto, i responsabili risultano il professor Gianni Baratta e monsignor Gianantonio Borgonovo, direttore e presidente della Veneranda Fabbrica. Il professore assicura che «di fronte a quest’opera ognuno di noi può ricontattare un sentire inconsapevole, ancestrale». Il monsignore spiega che «la Veneranda Fabbrica ha scelto sin dalle sue origini l’arte come momento di espressione privilegiato per raccontare la contemporaneità». Basta intendersi su che cosa è arte. E su che cosa è arte sacra contemporanea. Già la scultura di Tony Cragg in Duomo appare casuale e incongrua, e più compiacente che plausibile suona la dichiarata ispirazione alla Madonnina di un’opera molto simile a tante altre dell’artista. A proposito di madonnine, la copia in scala 1:1 esibita nel padiglione della Veneranda Fabbrica all’Expo strizza l’occhio al grande pubblico (cui viene offerta a 27,90 euro anche una scadente riproduzione) senza sforzo alcuno di fantasia estetica e pedagogica.
Eppure non mancano nella chiesa milanese tentativi seri di coniugare arte sacra e linguaggio contemporaneo. L’installazione di Wolf Wostell nel padiglione Caritas all’Expo. Le mostre curate da padre Andrea Dall’Asta a San Fedele e da Paolo Biscottini al Diocesano. Monsignor Borgonovo presentando l’Enigma Primordiale ha citato l’arcivescovo Montini, futuro Paolo VI, appassionato di arte contemporanea. Ma è lecito dubitare che un uomo che amava Matisse e Chagall avrebbe approvato una scelta di così basso profilo. In un bellissimo discorso del 1964 nella Cappella Sistina Paolo VI rifletteva sul doloroso distacco tra la Chiesa e gli artisti. Imputava loro di avere perduto per strada la vera bellezza. Ma riconosceva le responsabilità della Chiesa. «Siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza e - ciò che è peggio per noi - il culto di Dio, sono male serviti».

giovedì 3 settembre 2015

Happy Birthday

La casa editrice Johan&Levi 
compie dieci anni

Le sue edizioni (super)curate, i titoli scelti,
gli autori da Pulitzer
ci hanno fatto sognare e scoprire un mondo
dell'editoria d'arte che crede nella qualità.
La festa, stasera (ore 19) alla GAM di via Palestro.

Memorabili i bestseller nella collana delle biografie
da Hopper a Beuys, da De Kooning a Manzoni.

Il mio pezzo su La Repubblica di oggi.
Buona lettura.


martedì 1 settembre 2015

Giotto a Milano

Il Dante della pittura
e la sua "divina commedia" di Santi e Madonne
Domani, su La Repubblica, la mia recensione alla mostra.

E il cielo è sempre più blu!






giovedì 20 agosto 2015

The exhibition. In Switzerland.

Lady Marcello.
La scultrice che visse due volte.

Una donna coi pantaloni e la marsina. Una Lady Oscar della scultura moderna. Adèle d’Affry, duchessa di Castiglione Colonna (1836-1879), voleva fare l'artista. Ma, a metà dell'Ottocento, misurarsi con tele e scalpelli non era opportuno per una signora. E così lei, da buona tedesca volitiva (era nata a Friburgo da un papà militare), cambiò nome e si trasformò in “Marcello”: un marmista dalle mani piccole ma forzute, capaci di scolpire busti e ritratti, figure sacre o mitologiche che il Museo Vela di Ligornetto, in Canton Ticino, allinea oggi in una mostra romantica come la storia di questa virago votata alla lotta per l'emancipazione. Sotto falsa identità, Adèle incassò così committenze insperate per una femmina che, a causa dei pregiudizi sul gentil sesso e delle costrizioni del tempo, fu respinta dall’École des Beaux-Arts di Parigi. Era il 1961. Due anni dopo, si prese la rivincita: dietro le mentite spoglie di Marcello, presentò allo snobbissimo Salon - la famosa expo biennale delle arti allestita al Louvre - l'effigie in bronzo dorato di Bianca Cappello, prima amante e poi moglie del Granduca di Toscana Francesco I de' Medici, nota alle cronache per essere stata al centro di numerosi intrighi internazionali. Il suo ritratto, versione in rosa di un Apollo greco, fece impazzire l’imperatrice Eugenia che volle Marcello a corte. Lei, con garbo, gestì la personalità bisex in modo ironico e usando intelligentemente i vantaggi dati dalla nascita aristocratica. Tanto che i gossip sull'identità ambigua della scultrice nobildonna fecero il giro d'Europa, favorendo altri successi. La Royal Academy di Londra la premiò nel 1866 per un'immagine ferina della Gorgone. All’Esposizione universale del 1867, nella sala dello Stato Pontificio, espose otto opere, fra cui i soggetti richiesti dall’imperatore Napoleone III per i giardini di Compiègne. L'idea di avere un ritratto firmato da una duchessa che si faceva passare per un uomo divenne un vezzo esotico e lo scandalo divenne moda. Tanto più che i critici d'arte apprezzavano il classicismo presuntuoso della sue opere e i colleghi famosi, come il grande Gustave Courbet e, più tardi, Manet la accolsero nei loro circoli come un collega di qualità. Ecco allora, nelle sale del museo progettato da Mario Botta intorno all'atelier di Vincenzo Vela – lo scalpellino del Duomo di Milano, diventato portavoce degli ideali risorgimentali – messi in fila una sessantina di pezzi di Marcello e degli autori che incrociò nel corso della sua carriera. Un'infilata di ritratti blasonati, dall'Imperatrice a Napoleone III, dallo storico Louis-Adolphe Thiers al compositore Franz Liszt, dai generali alle marchese, testimoniano l'ascesa di una figura caparbia, che superò anche la perdita del marito in giovane età (il conte italiano Carlo Colonna) ritagliandosi un ruolo moderno in una società spigolosa ma attratta dal diverso. Nella solennità androgina dei suoi personaggi, La bella Elena o La baccante stanca, si intravede lo spirito battagliero di questa donna che visse due volte.

(da La Repubblica, 8 agosto 2015)

Marcello
Adèle d’Affry (1836-1879) duchessa di Castiglione Colonna
fino al 30 agosto.
Museo Vincenzo Vela, Largo Vela 5, Ligornetto (CH)
mar-dom 10-18
Info 0041.584813040/44
www.museo-vela.ch

lunedì 3 agosto 2015

Cibo per gli occhi

Margherita e il tempo delle mele 
al veleno
Antonio Donghi, Margherita, Museo del Novecento



Campione di realismo nella Roma anni Trenta, Antonio Donghi (1897-1963) fu artista insidioso. Capace di imbellettare la realtà con la cipria di una pittura lucida, per nascondere strani misteri. Come l'identità di questa donna, di nome Margherita che, al Museo del Novecento, posa con lentezza le sue mele sul tavolo, quasi fossero avvelenate. Lo stile e l'atmosfera ricordano Veermer e la sua Ragazza con l'orecchino di perla. L'aria da casa delle bambole fa pensare a un piccolo mondo antico, con molti segreti sepolti nell'ombra. «Non fatevi ingannare, qui è l'illusione, qui sta il trucco» avvertiva l'amico Luigi Bartolini. «Trasuda uno spirito diabolico, che mostra ciò che sta celato dietro al volto».

(da La Repubblica, Cibo per gli occhi)

lunedì 27 luglio 2015

Da domani, su Repubblica

L'arte è servita. 
Opere, oggetti e ricette per una tavola da manuale.
Onde evitare l'indigestione (visto che, di cibo, ne abbiamo fin sopra i capelli), la portata principale sarà condita d'ironia. Aspettatevi manicaretti al veleno e cucine da incubo!
Da domani, nelle pagine estive di Repubblica. 














venerdì 24 luglio 2015

Faccia d'angelo

La nuova rubrica dell'estate racconta, in pillole, storie di opere celestiali.
Luoghi paradisiaci, fra mostre da vedere e scorci di una natura vergine.
Libri divini per sognare e toccare il cielo con un dito.
Una rubrica che mette le ali!

Si comincia con questo capolavoro di Raffaello conservato all'Accademia Carrara di Bergamo.
Fresca di restauri, ha riaperto le porte da poche settimane e sembra un piccolo Louvre in terra lombarda.
Il volto di San Sebastiano del maestro d'Urbino è l'immagine di copertina del catalogo "Cento Capolavori", edito da Officina Libraria. La qualità del volume è splendida. Legatura cartonata. Fotografie dai colori impeccabili. Schede narrative da leggere con piacere. Il prezzo è pop: 19 euro e 90. Meno di un romanzo da ombrellone.
Fra le mie opere preferite: La Madonna col Bambino di Andrea Mantegna, occhi da gatta e pelle di pesca. Il Ritratto di giovane uomo di Lorenzo Lotto, magnetico come il Conte Vlad da piccolo. Paolo e Francesca di Previati, un drammone romantico che strappa il cuore. Angeli caduti. Fall in love.


giovedì 23 luglio 2015

La recensione

La peste è finita!
Il Barocco a Novara è un capolavoro di armonia

(da La Repubblica di martedì 21 luglio)



L'arte dopo la peste. Dopo San Carlo e dopo la Controriforma. L'arte di un Seicento uscito dai tempi bui dei contagi, dei pentimenti e delle flagellazioni. È l'arte di un secolo d'oro della pittura italiana, di una creatività felice, edificante, popolare, quella che racconta la mostra “Capolavori del Barocco: il trionfo della pittura nelle terre novaresi” allestita nell'Arengo del Broletto e nella Sala Casorati di Novara. Curato da Annamaria Bava e da Francesco Gonzales, il percorso, costruito intorno a una sessantina di pezzi museali, è un viaggio al termine della notte, fra pale d'altare con Madonne incoronate e ritratti di Santi che hanno smesso di soffrire (come piaceva al cuore penitente del Borromeo) e svelano, al contrario, le proprie virtù, come una lezione di vita ai fedeli di buon animo. Archiviati i dettami del cattolicesimo post tridentino, che imponevano toni mesti, ambienti lividi e dubbi amletici, ecco allora pittori dal tocco leggero, coloristi meravigliosi, capaci di trasformare ogni scena evangelica in una sfilata di moda. Il San Michele Arcangelo del Ceranino è un dandy con l'armatura lucida e le ali morbide di balsamo. L'Immacolata di Carlo Francesco Nuvolone ha un manto turchese, gonfio e croccante, come un modello di Roberto Capucci. I loro maestri – che Giovanni Testori aveva battezzato “i pestanti”, perché vissero a cavallo fra la peste di San Carlo e l'epidemia del cugino Federico – avevano lasciato un segno per l'intensità di un dolore condiviso, ma la svolta barocca portò con sé una ventata di fiducia e una finalità pedagogica mai vista. Bando alle figure luttuose, ogni opera doveva parlare ai credenti, attraverso scene di episodi devozionali che potessero trascinare verso l'alto – con un colpo di teatro! – lo spirito degli umili. Un coinvolgimento popolare destinato a raccogliere proprio nelle terre novaresi un alto gradimento. Novara, che viveva in simbiosi con Milano, controllata dalla lunga mano dei principi Borromeo, i feudatari del Lago, e da quella dei vescovi di una diocesi espansa, assorbì il gusto e le tendenze in voga in città. Lo stile raffinato delle committenze milanesi raggiunse le sue chiese, insieme a pattuglie di artisti che si spostavano regolarmente lungo l'asse Bologna Milano Genova, seminando novità. Una su tutte: il fascino distillato in Liguria dai fiamminghi Rubens e Van Dyck, i signori degli anelli e dei tessuti ricamati, che influenzarono i colleghi italiani (e piemontesi) con i loro modi sontuosi. Lo si vede dal trionfo di gioielli che Federico Bianchi dipinge nel suo Ritrovamento di Mosè, dagli abiti vaporosi dei Santi di Abbiati o Zanatta, dai bimbi floridi con le carni burrose di Carlo Preda. Questa gioia di vivere culmina con l'esordio sulla scena dell'arte di Guido Reni, Guercino, Pietro da Cortona e Maratta, maestri assoluti del genere, che la mostra cala in chiusura come un poker di re, eredi ideali di un'arte nata come antidoto alla peste manzoniana.

Capolavori del Barocco: il trionfo della pittura nelle terre novaresi, Arengo del Broletto e Sala Casorati di Novara, fino al 27 settembre, ingresso libero, mar-dom 10-18.30, tel. 0321.394059.





venerdì 3 luglio 2015

La mostra

Alberto Ghinzani. OPEN AIR
Apre, nel cuore della Lomellina, un parco di sculture all'aperto.
Al Castello d'Agogna, le opere di Ghinzani sposano gli umori del creato.


sabato 20 giugno 2015

La replica (da La Repubblica di ieri)

"Un solo direttore per tre musei"
L'assessore Filippo Del Corno risponde ai dubbi di Marina Pugliese, alla vigilia della partenza.

«Ci mancherà molto, ma siamo contenti per lei. I dirigenti non devono essere figure sedute; la mobilità è importante e i cambiamenti sono stimolanti per tutti». All'indomani dell'annuncio a sorpresa di Marina Pugliese, pronta a lasciare a giorni il suo incarico di direttore del polo dei musei d'arte moderna e contemporanea di Milano, per cercare nuove sfide oltreoceano, l'assessore alla cultura Filippo Del Corno si dice tranquillo. Anzi, lusingato. «In due anni abbiamo perso tre dirigenti. Oltre alla Pugliese, Laura Galimberti e Antonio Calbi. Io la leggo in termini positivi. Vuol dire che abbiamo lavorato con persone in gamba, richieste in altri luoghi e che, al loro posto, ne seguiranno altre».
Chi avrà il suo ruolo adesso?
«Visto l'importanza della posizione e il valore del polo museale, non potrà che esserci un concorso. Bisognerà però aspettare il momento opportuno, visto che la giunta è ormai a fine mandato; bandiremo il concorso in coincidenza con la nuova amministrazione».
Un direttore per tre musei o il Mudec correrà da solo?
«Uno per tutti. Il Museo delle culture è nato con una vocazione che mescola etnografia e contemporaneità. Deve far parte del polo e deve avere una stessa direzione».
La Pugliese auspicava la figura di uno studioso di livello internazionale.
«Su questo sposo la linea del ministro Franceschini. Penso al giusto mix fra competenze scientifiche e spirito imprenditoriale. Un manager che non sia a digiuno di conoscenze specifiche. E che abbia l'intelligenza di valorizzare i suoi conservatori. Valuteremo comunque un profilo ideale».
È d'accordo sulla necessità di ripensare il Museo del Novecento?
«L'acquisizione di due collezioni enormi, le 640 opere della raccolta Bertolini e il nucleo donato dall'associazione dei collezionisti di Acacia, reclama un altro respiro e spinge il percorso alle soglie del contemporaneo. Il Novecento, per il museo, non può essere un secolo breve. Ridefiniremo i volumi e, entro la primavera, ci allargheremo verso Palazzo Reale, nell'ala est, destinata alle mostre temporanee del Novecento che, fino ad ora, non hanno mai goduto di un ambiente giusto, costringendo il pubblico a seguire tragitti tortuosi fra le sale».
Sul mancato decollo del Mudec cosa risponde?
«Che, veramente, non è ancora partito. Abbiamo solo inaugurato due mostre in anteprima, per celebrare i temi di Expo. Ma il museo inaugurerà quando si inaugureranno gli spazi delle collezioni. Ovvero in autunno. Allora salperà anche tutta l'attività collaterale, i programmi del Forum delle culture, l'unico laboratorio di restauro in Italia votato ai materiali etnografici e le iniziative per i bambini. Abbiamo uno staff di conservatori molto motivati che opera a pieno ritmo».
E terrà testa alla presenza invasiva del partner privato, il 24Ore Cultura?
«Stiamo testando un modello di gestione spartita fra pubblico e privato che è ancora sperimentale; è naturale che vada rodato. Il museo è stato progettato in altri tempi e in altri contesti. Poi le condizioni sono cambiate. Non è facile, ma noi non rinunciamo a cercare strategie».
È vero che il sindaco Moratti è stata più sensibile di Pisapia al tema musei?
«La Moratti ha presidiato il cantiere del Novecento quando – fra la cacciata di Sgarbi e la nomina in corner di Finazzer – ha tenuto per sé la delega alla cultura. Ci mancava pure che non seguisse i lavori. È stata l'unica cosa buona uscita da quella gestione. Pisapia ha delegato l'assessore alla cultura a monitorare il Mudec ed è stato presente nei momenti necessari».
Come finirà la famosa guerra dei pavimenti?
«Sono in corso un accertamento tecnico sulle opere di posa e un procedimento giudiziario. Queste pratiche hanno tempi lunghi, alla fine sapremo chi ha sbagliato. Se il progettista, le imprese oppure la direzione lavori. Una situazione poco felice ma, soltanto dopo aver sentito il parere di un magistrato, sapremo di chi è la colpa».





venerdì 19 giugno 2015

L'intervista

Marina Pugliese, su La Repubblica di ieri
Basta con i musei milanesi, me ne vado in America.
Ho bisogno di nuove sfide.

Marina Pugliese se ne va. Il direttore del polo dei musei di arte moderna e contemporanea, e cioè del trio Novecento, Gam e Mudec, lascia il suo incarico e parte per l'America. Direzione San Francisco, con un biglietto di sola andata. La notizia era nell'aria, ma si parlava di tempi più lunghi. Invece, da oggi, è ufficialmente in ferie. Fra due settimane, in volo. Alle sue spalle, quindici anni di lavoro per il Comune di Milano. Prima come conservatore all'ombra delle collezioni, quando ancora si chiamavano Cimac e stavano nei depositi di Palazzo Reale, poi eletta alla guida del Novecento e alla fine di tutta la rete. Laureata e specializzata a Genova, la sua città di origine, con una borsa dell'Accademia dei Lincei, un dottorato a Udine e uno Scholar Grant al Getty di Los Angeles, ha deciso all'improvviso di cambiare vita e spiega la sua scelta.
«Che è soprattutto familiare. Mio marito si è trasferito con un figlio in America, chiamato come art director della rivista Wired. Io, con gli altri due ragazzi, avevo intenzione di raggiungerlo fra un paio d'anni. Ma, sono passati sei mesi, e non resisto più».
Ci lascia per amore.
«Si, ma dal punto di vista del lavoro sento di aver concluso un ciclo. Ho aperto due musei, il Novecento e il Mudec, ho assistito al rilancio della Galleria d'arte moderna, ho tenuto a battesimo un polo culturale, ho vissuto cinque anni da dirigente e cinque da direttore. Sono serena, credo nel turnover dei ruoli, per cui avanti il prossimo».
Cosa farà là?
«Ho un incarico dell'Istituto italiano di cultura di San Francisco. Dovrò curare una mostra itinerante fra Usa e Europa. Farò ricerca. Sarà un po' come prendersi un anno sabbatico. Un po' più lungo. Dopo tanti anni di amministrazione, ho voglia di tornare a studiare».
Facciamo un bilancio: di cosa è orgogliosa?
«Del modello di museo che ho voluto per il Novecento. È stato il primo museo civico ad avere un comitato scientifico, un programma di membership, un main sponsor; il primo ad essere social e sostenibile. Che ha varato public program per ogni mostra, lezioni di storia dell'arte in inglese e francese in pausa pranzo, accolto nuove comunità con visite speciali, ospitato corsi di yoga nelle sale e concerti di musica sperimentale».
Nessun difetto?
«Un percorso complicato: ogni tanto s'inciampa nelle scale mobili. E una collezione con alcuni buchi importanti. Ma, chi prenderà il mio posto, potrà aggiustare il tiro. Rifare l'allestimento che sta già invecchiando, come le strutture in Corian, datate e poco flessibili».
Un rimpianto?
«Non essere riuscita ad acquisire la raccolta di Munari dalla Fondazione Vodoz-Danese. Avremmo potuto comperarla a un terzo del valore di mercato, ma la Soprintendenza l'ha vincolata al resto della collezione, che è molto ampia e nessuno potrà mai incamerarla tutta».
Passiamo al Mudec, che non decolla. Qual'è il problema?
«È uno spazio enorme, non centrale, nascosto dentro un cortile e con collezioni etnografiche. Nessun museo etnografico al mondo fa pubblico, a parte il musée du quai Branly a Parigi; ma sta sulla Senna e ha una collezione eccezionale. Io ho studiato il progetto che mi aveva affidato Boeri per farne un luogo interdisciplinare. Per partire, avrebbe avuto bisogno di più tempo, più attenzione, più energie. Expo ha accelerato le tappe. E il rapporto fra pubblico e privato, fra Comune e 24 Ore cultura, che ha in gestione mostre e servizi, deve essere equilibrato».
Con il Comune come si lavora?
«I tempi della burocrazia non vanno d'accordo con il dinamismo di cui hanno bisogno i musei. Il bilancio annuale non permette di fare previsioni a lungo termine perché non si sa mai quanti soldi ci saranno. Per fortuna al budget minuscolo concesso al Novecento, parente ai 100mila euro annui, si sommano le sponsorizzazioni. Sono contenta che Bank of America e Finmeccanica abbiamo riconfermato per due anni il loro appoggio. Vuol dire che abbiamo lavorato bene».
Come ha collaborato con due amministrazioni diverse?
«Gli assessori Boeri e Del Corno mi hanno sempre dato fiducia. Ricordo la Moratti che ha seguito quotidianamente il cantiere nel Novecento. Non posso dire lo stesso di Pisapia al Mudec».
Chi prenderà il suo posto?
«Spero vivamente si faranno i concorsi. Parliamo di musei importanti, hanno bisogno di figure preparate e riconosciute all'estero. E il Mudec ha bisogno di un direttore tutto suo».




giovedì 18 giugno 2015

Cervelli in fuga

Marina Pugliese
La super-direttrice del polo dei musei milanesi vola a San Francisco.
"Me ne vado in America, ho bisogno di nuove sfide"
Oggi il mio pezzo su La Repubblica.


martedì 9 giugno 2015

Pillole da Acireale

Dove il barocco sposa l'oriente.

Dove le borgate hanno il colore dei mercati
del pesce e della frutta.
Dove la scogliera è nera come la pece
e le pietre delle case sono dorate come la sabbia.
"La montagna" è il nome ossequioso con cui
i siciliani chiamano l'Etna. Sembra il titolo
di un libro di Verne. Mitico ed esotico
allo stesso tempo.
Una splendida decadenza tinge le facciate
dei palazzi. Che mescolano lo stile liberty
o déco con motivi della cultura moresca.
Un meeting pot di tradizioni e civiltà raccolte
in un unico simbolo prezioso: la cassata.

Che - come dicono gli acesi, con la loro straordinaria ironia - è la sintesi (a strati!)
di ogni elemento giunto da terre diverse.
Dalla glassa del deserto (usata per tenere
al fresco i cibi) ai canditi del medio oriente,
dalle arance di Sicilia
al Pan di Spagna della corte di Madrid,
un retrogusto normanno ...
con una punta di francese.
Mediterraneo surreale.





mercoledì 3 giugno 2015

Hot-spot

Baciarsi fa bene alla salute
Nei giorni di Expo, Brera celebra il capolavoro di Francesco Hayez.
Ma il bacio, nell'arte, ha una lunga storia romantica.

Il bacio alla francese, il bacio appassionato, il bacio innocente, il bacio accademico, il bacio a mulinello, il bacio di Hayez e il bacio di Klimt, il bacio rubato, il bacio sulla fronte, il bacio con lo schiocco, il bacio di dama, il bacio d'addio e il bacio “col rifrullo”, come quello che Francesco Nuti teorizzava con ironia nella sua celebre pellicola Tutta colpa del paradiso.
Se è vero che il bacio è il più romantico fra i gesti d'amore, è pur vero che ogni bacio è diverso. A seconda dei sentimenti, delle epoche... e anche delle latitudini. Proprio Hayez e Klimt ne sono l'esempio classico. Il primo, così cortese e languido nella posa affettata da romanzo d'appendice nell'Italia borghese e beneducata del Risorgimento. Il secondo, vorace e tragico, da tedesco arrabbiato, in bilico fra Sturm und Drang e angosce dei tempi moderni. 
Mentre i francesi hanno dato il meglio di sé con il Bacio di Rodin, tutto anima e corpo, Munch, l'espressionista venuto dal nord, immaginava nel buio baci crudeli di donne vampiro, avvinghiate, come avvoltoi, ai colli dei loro partner . Da urlo! 

Altro che picchi di endorfina con funzione anti-stress. Il bacio può essere un toccasana, ma – a giudicare dagli esempi snocciolati dalla storia dell'arte – anche una calamità.
Chiedetelo a Egon Schiele che, per aver descritto, nei suoi baci licenziosi, le sue liaison con le modelle minorenni, finì in galera con l'accusa di pornografia e abuso. Certamente, vista la sua chioma folta, stile Johnny Depp in salsa austriaca (che i medici oggi annoverano fra gli effetti positivi dello sbaciucchio ripetuto), Egon dovette davvero pomiciare con gusto. Baci galeotti, ma ne valeva la pena.

Anti-cancro, anti-aging, anti-smog, anti-stress e anti-emicrania. A proposito di dottori e di scienza medica odierna, sembra che i benefici del bacio d'amore (quello ricambiato aumenta esponenzialmente i fattori favorevoli) siano tantissimi. A partire dalla ginnastica facciale che, a fronte di 29 muscoli del volto in azione contemporaneamente, rende la pelle più bella, luminosa ed elastica. Meglio di un trattamento all'acido ialuronico. 
Canova già lo sospettava, visto il candore (del marmo) di Amore e Psiche, amanti bambini, senza età... e senza rughe. Mentre Magritte, surreale nel midollo, preferiva lasciare il dubbio sugli effetti collaterali, nascondendo i volti dei suoi innamorati dentro ampi foulard, coprenti. Come a dire che il bacio è un mistero. E, meno si conosce dell'altro, più misterioso è. Un giochetto erotico che gioverà, oltre alla pelle, anche alla fantasia.

Peccato per gli americani che, schizzinosi come sempre, terrorizzati dai bacilli, abbiano frainteso l'immaginazione di Magritte, trasformando il foulard di seta in una mascherina anti-germi, prototipo del design d'ultima generazione: per un bacio asettico e, soprattutto, igienico. E addio passione, addio rifrullo, addio poesia. Quella che, da Biancaneve a Roy Lichtenstein, ci ha incantati e straziati con baci da favola e da fumetto. I baci sotto le lenzuola di Toulouse-Lautrec, i baci volanti di Chagall, il bacio di Robert Doisneau davanti all'Hotel de Ville e persino il bacio fra i due bobby di Londra, dipinti su un muro da Banksy, il re dei graffitati. 
Liberi tutti di baciarsi, insomma. Perché baciarsi è bello, fa bene alla salute, all'umore e agli occhi, anche quando li chiudiamo per sognare qualcosa in più. O, perché no, qualcosa di diverso...
Tanti saluti e baci.


venerdì 29 maggio 2015

Immagini rubate

Dalla cima del Duomo di Piacenza.

Un gioiello d'epoca romanica affacciato su tutta la città.
Fino a ottobre, un ascensore porta i visitatori a 71 metri d'altezza. Sul campanile in laterizio, originario del 1330.
Elmetto in testa, si può entrare nel cono della cuspide,
per scoprire il grande Cristo risorto, dipinto da Franco Corradini.

L'interno del Duomo, da solo, merita la gita.
Le tre navate monumentali, scandite da pilastri massicci,
sono coronate, all'altezza del presbiterio, da un ciclo di affreschi sulle vele della doppia cupola, firmati, nel cuore
del Seicento, da Morazzone e da Guercino.

Sulla facciata, in marmo rosa veronese, il protiro è sorretto
da creature fantastiche d'origine medievale.


lunedì 25 maggio 2015

mercoledì 20 maggio 2015

Immagini rubate

Il Coro delle Monache
nella Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore.
La più bella (e ricca) chiesa di Milano.

Che, in questi giorni, festeggia anche la riapertura delle torre romane alle sue spalle.
I grattacieli di Massimiano Ereculeo.
Quando Milano era la capitale dell'Impero.

La foto (rubata) è scattata dall'alto dello strettissimo matroneo che corre sopra il coro.
Vietata la visita al pubblico! Peccato. Perché solo da quassù si possono ammirare gli affreschi dei figli di Bernardino Luini, di scuola leonardesca.
Un capolavoro di posto!


Le torri dell'Impero
(da La Repubblica, sabato 16 maggio)


Centodieci scalini per salire a venti metri d'altezza e affacciarsi sul cuore della Milano imperiale. Sono rimaste in due, ma all'origine erano molte di più, le torri che scandivano i bastioni dell'urbe romana, nel quadrilatero compreso fra corso Magenta, via Circo, via Nirone e via Brisa. Le tracce di quell'epoca sontuosa sono state inghiottite, nei secoli, dalla “città che saliva”: capitelli usati come basi per nuovi edifici, mura solide diventate fondamenta per i palazzi nobiliari del centro. C'è ancora tutto, ma non si vede. Nascosto sotto residenze cinquecentesche o cortili dell'Ottocento che bisognerebbe radiografare per vederne lo scheletro antichissimo. In mancanza di cave di pietra o di argilla, la Milano moderna riutilizzava infatti resti di epoche precedenti. Basti pensare che l'Arena (di via Arena) finì separata in blocchi a sostegno della basilica di San Lorenzo. Ma nel quadrilatero del potere, quello che l'imperatore Massimiano scelse come sito ideale della sua corte d'occidente e della sua Mediolanum capitale del regno, le due torri del Circo svettano ancora. E, adesso, fresche di un restauro conservativo, si possono anche visitare. Merito del Museo Archeologico, che sorge proprio nel fulcro di quest'area romana e ha promosso l'intervento (costato 650mila euro a Regione e Comune), se il progetto varato nel 2009 è giunto al termine e se, a detta del direttore Donatella Caporusso, «ora Milano può riappropriarsi di un pezzo di storia straordinaria». Mentre i giornali di mezzo mondo pubblicano immagini del nuovo skyline di Porta Nuova (il Financial Time ha eletto il Bosco verticale di Boeri simbolo di un nuovo rinascimento architettonico), i milanesi sono invitati a riscoprire i suoi primi grattacieli. 

Massimiano, convinto che la grandezza dell'impero fosse proporzionale all'entità dei cantieri, si fece costruire un palazzo imperiale (le rovine sono in via Brisa) a misura del suo prestigio, vicino a un circo per le corse dei cavalli, lungo 500 metri (fino all'attuale via Circo), oltre a un'infilata di torri, che dovevano difendere il territorio dalle invasioni dei barbari, massicce come fortezze inespugnabili. Immaginare tutto questo complesso sembra impossibile, ma il percorso che parte dal Museo, attraversa il giardino di meli, nespoli e iris blu, conducendo il pubblico dentro i torrioni superstiti, è punteggiato di illustrazioni (di Francesco Corni) utili per capire la magnificenza e la funzione di ogni spazio. «A noi piace raccontare tutto, a rischio di essere pedanti, ma preferiamo che sia chiaro» confessa con brio il direttore. E, infatti, la visita è illuminante. Si scopre che via Nirone deve il suo nome al fiume che lambiva le mura a ovest; che il cortiletto affacciato su via Luini era l'ingresso alle gradinate del Circo con l'arcata trionfale per gli aurighi; e che il monastero benedettino venuto dopo, in pieno Medioevo, coronato con la chiesa di San Maurizio nel Cinquecento, inghiottì i resti romani della zona, trasformando una delle due torri (quella quadrata) in campanile e l'altra (poligonale a 24 facce) in luogo di culto per i martiri cristiani, che la leggenda diceva incarcerati lì durante le persecuzioni nel 303 a.C. Sulle pareti affiorano ancora affreschi di scuola giottesca con vescovi e santi. Fu, probabilmente, questa riconversione religiosa a garantire alle due torri la sopravvivenza nel tempo, considerate sacre e intoccabili.






giovedì 14 maggio 2015

Lost in Venice

The snow and the leopard
The works by Coco for Milarepa
Tibet Pavilion - Padiglione Tibet

«It is at night that is nice to believe in the light» Edmond Rostand, the French playwright father of the famous Cyrano de Bergerac, said. His, at the same time, lyrical and historical romanticism made him think for a long time on the shadows of mind and on the doubts of heart, on the darkness and on the light as complementary aspects of existence. The same duality enliven into the deep the cycle of paintings that Giuseppe Coco (Biancavilla, Catania 1936 – 2012) realized between the late eighties and the two thousand, the hypnotic figure of Milarepa. Coco, who was brilliant and versatile artist able to compete with the bitterest satire and simultaneously with the most poetic themes of the human comedy, pursued – away from the clamour of public and critics, from the glossy pages of lifestyle magazines and from the irony of his hand illustrator – a deep attachment to the Tibetan spirituality and to the oriental culture.

In the background of his daily activity, punctuated by collaborations with major magazines such as Comix, il Corriere della Sera, Epoca, Horror, l’Espresso, la Repubblica, La Settimana Enigmistica, Panorama, Relax and Zoom, in addition to the hugely popular Playmen and Playboy, Punch or the French humour magazine Hara Kiri (precursor of Charlie Hebdo), Coco deepened in the private the mystical themes of an epic tale such as the spiritual rebirth of Milarepa, his retirement and his meditation. Different times of inner growth that the artist has translated into powerful works with lysergic colours and suffered shapes. As much as painful was the struggle of the monk against evil.
Here then his Mystical Body engulfed in flames emerging from the earth, fluid as a tongue of fire. Here it is changing appearance, armed angel or feline creature, a leopard hidden in the Cave of the Demons, where it consumes the battle between the order and the case, the sun and the darkness. And here he is again, ascetic yogi, on the edge of a cliff, silent in his recollection.

Coco portrayed him with the same emotion of those who perceive the intimate drama of man in front of the life’s martial hardness, of sin and of violence. An almost eschatological instinct dominates theatrical and frenetic scenes, full of people crowded into the dark, skeletons and monkeys, skulls and snakes. Representations of fears, of storms that shake the conscience, of spirits that torment the body and the reason. The Sleep of the Reason Produces Monsters is the title of one of the graphic masterpieces by Francisco Goya. And, once again, the romantic aftertaste of Coco’s research emerges in the sublime charge of his imagery. The monsters take the power when the mind does not react. But Milarepa’s mind never sleeps. Alone among Tibet’s mountains, between ice and snow, it fights the demons that try to overthrow it, strong of that mystical heat that Coco has been able to evoke through the hot tones of his palette: the sulphur yellow, the red as fire, the black like pitch. The meditation’s heat warms the body that does not fear any more cold. «My dress fell as worn by the fire» Milarepa wrote on his Demon of the Snow and Coco portrayed him, in fact, shaken by a blaze burning with faith and magic.
The Navel of Milarepa, a beautiful works of 1996 celebrates the solar plexus as site of an outbreak hidden under the skin and between the bowels that only a deep inhalation can turn like a fuse. The backbone conveys the spark and the flaming body reaches a supernatural dimension. A process of moral enlightenment that Coco has masterfully transformed into painting, entrusting to his liquid sign, to his instinctive gesture, mindful of the ways of the great European informal, of Jean Dubuffet or Karel Appel, mixed to the volume voltage, typical instead of Francis Bacon, to his scream of meat that becomes thought.


An expressive wisdom gained in himself since the seventies, from the first painting exhibition at the Milan Art Center, forward to the maturity, when in addition to the vocation for the drawing as a way of communication with the world, the painting remained for Coco a means of communication with himself and with his soul. Such as happened with the extraordinary cycle (and contemporary) of the works for the Milan underground. Another journey into the bowels of the earth, looking for other demons dreaming – as claimed Rostand – another light beyond the night.

lunedì 11 maggio 2015

Pillole di Biennale / Biennale Gems

Lost in Venice
my favorite things...
Thanks to the artist Alessandro Busci who suggested to me places to visit and splendid exhibitions to explore. 

Jaume Plensa at Basilica di San Giorgio Maggiore & Officina dell'arte spirituale
What wonderful works!

Glass from Finland
Alvar Aalto... Unforgettable...













Magdalena Abakanowicz
The polish artist: myth and tragedy together



Giuseppe Coco in the Tibet Pavilion
I wrote the text... coming soon on line!
The Coco's drawings for Milarepa.










venerdì 8 maggio 2015

Lettere aperte

Concorsi e ricorsi

Elena Pontiggia, storica e critica dell'arte 
denuncia la logica (corrotta) dei concorsi universitari.
La solita (triste) storia.


Cari amici,
scusate se vi faccio perder tempo ma vorrei raccontarvi quello che mi è accaduto e che, al di là del mio insignificante caso, fa capire come vanno le cose nel nostro paese.
Ieri ho letto i risultati del concorso per una cattedra di storia dell'arte all'università di Padova, a cui avevo partecipato. I risultati sono in internet già da qualche mese ma, presa da certe scadenze, non me ne ero più ricordata. E poi non ho mai creduto molto ai concorsi universitari italici, tanto che questo è il primo a cui partecipo. Infatti.
La faccio breve: ha vinto il posto uno studioso che non conosco, ma che ha al suo attivo l'aver collaborato per anni con la presidente della giuria. Strano, vero? Tralascio di dire che ha un centesimo delle mie pubblicazioni: non perché io sia più brava, ma perché sono un po' più vecchia, e in trenta-trentacinque anni di ricerca ho pubblicato un centinaio di libri, di cui alcuni corposi. Non lo dico per lodarmi e quindi imbrodarmi, ma l'elenco dei miei libri è in rete e sfido chiunque a dire che ho lavorato meno e peggio del vincitore.
Ma in Italia il famoso merito non conta, si sa. Quello che dà fastidio, anzi che urta profondamente, è che anche persone che si stimano, e che fanno parte delle commissioni, siano acquiescenti con questi sistemi. Io ho sessant'anni, una cattedra a Brera e dall'anno scorso anche al Politecnico. Non ho bisogno di fare ore di treno per insegnare altrove. E di concorsi mi guarderò bene dal farne ancora. Ma se l'Italia ha un sistema universitario da terzo mondo, fondato in larga parte sulla mafia, è anche colpa di quelli che - anche intellettuali di valore - accettano questi sistemi. 
Fare ricorso? Perdere un sacco di tempo - e non ne ho più così tanto- per ottenere ragione dopo anni, magari a un passo dalla pensione? Per carità!
Meglio lasciar perdere perché, come diceva de Chirico "intanto noi viviamo e lavoriamo, e la vita e il lavoro non dipendono da questi signori".
Vi ringrazio per l'attenzione. Un abbraccio

Elena