lunedì 17 novembre 2014

Non serve essere economisti per capire che...


La cultura a costo zero non produce cultura.
Ma volontari volenterosi e specialisti disoccupati.

Nel caos delle novità (più o meno felici) varate dal ministero, spunta in questi giorni la proposta d'incremento dei servizi di volontariato.
Mentre, a Milano, si cercano ancora volontari per un Expo che ha bruciato i suoi fondi in maxi-compensi ingiustificati, a Roma la Soprintendenza sta inseguendo volontari per i musei pubblici e anche associazioni disponibili a occuparsi di aree archeologiche comunali. Mentre i volontari del FAI e del Touring tengono aperte le dimore storiche, le amministrazioni comunali continuano ad affidare le pratiche dei settori-cultura a stagisti e obiettori.
Premesso che il volontariato è importante, crediamo che debba tuttavia affiancare e non sostituire cariche specifiche. Tanto più che, con la scusa dei volontari, le cariche ricoperte da free lance o da personale qualificate assunte a contratto, vengono oggi tagliate per ridurre drasticamente i costi. E così ci ritroviamo con servizi di accoglienza, vigilanza, catalogazione e persino di ricerca inadeguati e improvvisati, a causa della presenza di figure volenterose, ma non necessariamente preparate e organizzate.
Questo fa tornare a riflettere sul nervo scoperto di tutta la questione culturale, eternamente irrisolta in Italia: come guadagnare dalla cultura, per non ricorrere a soluzioni a costo zero. Mortificanti.
Va benissimo parlare di conservazione e valorizzazione, ma sarebbe utile imparare a ragionare in termini di introiti, di ricavo, di profitto. E persino di speculazione, se questo significa sfruttare al meglio le nostre risorse, per aiutarle a rendere e per reinvestire il gettito proprio negli stessi processi di conservazione e valorizzazione.
Ancora una volta, tocca citare l'esempio anglosassone, dove il volontariato (nei musei sono attivi servizi di formazione accuratissimi per volontari efficienti, che sfoggiano divise lucidate e non si appisolano sulle poltrone in tenuta da camera), spalleggia le attività ordinarie di gestione, curate dagli specialisti di ogni settore. E questo accade, non perché inglesi e americani sia più ricchi, ma perché ci credono e basta! Credono che il museo sia un luogo sociale, sia un patrimonio della collettività. Amano la “cosa pubblica” e investono nelle risorse culturali. Anche quando sono poche, come nel caso dei musei a nord della west-coast, costruiti con niente sul niente, eppure dotati di sevizi e staff da favola.
Come fanno? Semplice, guadagnano.
Dai biglietti, che non costano 5 euro come al Castello Sforzesco di Milano, ma 15 dollari, come nelle grandi mostre a Palazzo Reale che – guarda caso – non finiscono nelle casse di Palazzo Reale, ma nelle tasche delle società produttrici, incistate come organismi alieni. In sintesi: Palazzo Reale non ci ha messo un ghello, non ci guadagna un ghello.
E guadagnano anche dai servizi: caffetterie attraenti e bookshop zeppi di gadget che, in Italia, il Mibact controlla e censura se ritenuti troppo ludici o ameni da squalificare il profilo della nostra cultura superiore. Snobismo decisamente fuori luogo.
Guadagnano, soprattutto, dalle donazioni che i visitatori (innamorati e rispettosi, appunto, della “cosa pubblica”) firmano a sostegno di un luogo che li rappresenta. All'ingresso di molti istituti stranieri, anche in Francia e Germania, brillano le targhe d'ottone con l'elenco dei benefattori e la cifra esatta che è stata versata a sostegno del museo.
Volete sapere il paradosso? Nel nostro paese questo non sarebbe possibile, perché le donazioni non sono, per legge, veicolate verso il destinatario della donazione stessa. Ovvero, un museo non ha il diritto di introitare i fondi che gli vengono generosamente destinati. E neppure quelli che ha guadagnato da solo, con l'olio di gomito di specialisti e pure di volontari. Al museo del Novecento di Milano, gli incassi delle splendide Card dedicate alle attività culturali, finiscono nelle casse del Comune, che può decidere come spenderli a suo piacimento. A Brera, per la grande mostra in arrivo a dicembre su Bramante, la soprintendente Sandrina Bandera ha dovuto ricorrere all'avvocatura di Stato, inventandosi una formula giuridica di collaborazione speciale, per incamerare i 300mila euro che Giorgio Armani ha scucito come sponsor unico della mostra. Altrimenti, anche quelli, sarebbero finiti nelle casse generali. E buonanotte sognatori.
Vizi di un sistema che continua a raggirare l'ostacolo. Che parla di riforme e non affronta questo punto fragile. Per cecità o per furbizia. Con il risultato che i musei avvizziscono, i volontari dormono, i professionisti preferiscono investire il tempo in incarichi paralleli e privati (meglio retribuiti), sottraendolo alla cura di un luogo che non restituisce nulla all'impegno.
Io non so gli altri, ma se a me chiedessero di farmi in quattro per guadagnare soldi destinati a finire altrove, probabilmente limiterei la fatica e delegherei il resto al volontario di turno, consapevole, sin dall'inizio, di non guadagnarci nulla.

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