lunedì 27 ottobre 2014

Pillole da Nuoro

Alberto Giacometti e l'arcaico al Museo MAN.
Trenta capolavori del maestro svizzero dialogano con reperti egizi, etruschi, nuragici, africani.
Quando passato e presente si toccano.
Per voi, la storia (a puntate) di una mostra che merita il viaggio.

Nel maggio del 1920, durante il suo soggiorno di studio a Padova e a Venezia, in visita alle opere di Giotto e Tintoretto, Giacometti rimase folgorato da una visione che, anni dopo, si tradusse nella serie delle Femmes de Venise. «La sera tutte queste sensazioni contraddittorie vennero vanificate dalla vista di due o tre fanciulle che camminavano davanti a me. Mi parvero immense, al di là di ogni nozione di misura e tutto il loro essere e i loro movimenti erano carichi di una violenza spaventosa. Le guardavo come in preda a un'allucinazione, invaso da una sensazione di terrore. Era come uno squarcio nella realtà. Il senso e i rapporti fra le cose erano cambiati. Nello stesso tempo i Tintoretto e i Giotto si facevano piccoli, deboli, muti e inconsistenti, simili a un ingenuo balbettio, timido e goffo. Eppure ciò a cui tanto tenevo nel Tintoretto era un pallido riflesso di quella apparizione e compresi allora perché, a ogni costo, non lo volevo perder. Quello stesso bagliore lo ritrovai, ma molto più intenso, lo stesso autunno, dapprima a Firenze, in un busto egizio, la prima testa che mi parve davvero somigliante e, in seguito, nei Cimabue di Assisi che mi colmarono di una gioia immensa». 

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