venerdì 31 ottobre 2014

Pillole da Nuoro / 3


Fragili e insieme statuarie.
Le figure sedute di Giacometti rievocano gesti e sguardi lontani.
E una solennità, che mette tutti in ginocchio!

Il motivo delle figure sedute – nei ritratti della moglie Annette, del fratello Diego o dell'amico fotografo di origine rumena Elie Lotar – rievoca le pose delle statue templari egizie inginocchiate, l'iconografia degli oranti con le braccia stese sulle cosce e le mani aperte sulle ginocchia, oppure delle prefiche che, nel mondo antico, piangevano i defunti genuflesse sui giacigli.
Niente atti plateali, solo grande austerità e compostezza.
Doti condivise dalla statuaria tipica di altri popoli, fra cui i Baulé della Costa d'Avorio che vedevano nei simulacri del genere blolo bla “gli sposi” e “le spose dell’aldilà”, il culto di un'anima prenatale, lasciata nel regno dei morti al momento della nascita sulla terra e raffigurata come un'entità in trono, una dea dall'espressione malinconica ma solenne. 

martedì 28 ottobre 2014

Pillole da Nuoro/2

A un passo dal tempo. 
Giacometti e gli egizi. Mai così vicini.

Bronzetto di Neferhotep gradiente  
XXVI - XXX dinastia, 
Museo Archeologico di Bologna
Sono molti i disegni di Giacometti ispirati alle sculture egiziane tracciati su carte sparse o a margine dei libri. 
Già nel 1917, all'epoca dei suoi studi alla scuola evangelica di Schiers, l'artista manifestò la passione per questa antica civiltà elaborando una tesina sul valore dell'arte dell'antico Egitto, a suo giudizio superiore rispetto a quella della Grecia classica o del mondo romano. 
Giudizio confermato con forza dopo le visite al Museo Archeologico di Firenze e ai Musei Vaticani, che lo lasciarono stupefatto. 
Preso dall'eccitazione della scoperta, scrisse ai genitori: «Le sculture egiziane hanno una grandezza, un ritmo della linea e della forma, una perfetta tecnica come dopo più nessuno trovò. Tutto è lavorato e ponderato sino all'ultima conseguenza e non c'è un'ombra un po' troppo forte o debole, non una linea o forma che stona, non un buco dove metterci un dito».
Solenni e imperturbabili davanti a lui si stagliavano le effigi della Regina Nefertiti, di Re Chefren o delle dame di corte della III dinastia di cui, al Louvre, nelle sue passeggiate domenicali, ammirò le fogge maestose e assolute. 

lunedì 27 ottobre 2014

Pillole da Nuoro

Alberto Giacometti e l'arcaico al Museo MAN.
Trenta capolavori del maestro svizzero dialogano con reperti egizi, etruschi, nuragici, africani.
Quando passato e presente si toccano.
Per voi, la storia (a puntate) di una mostra che merita il viaggio.

Nel maggio del 1920, durante il suo soggiorno di studio a Padova e a Venezia, in visita alle opere di Giotto e Tintoretto, Giacometti rimase folgorato da una visione che, anni dopo, si tradusse nella serie delle Femmes de Venise. «La sera tutte queste sensazioni contraddittorie vennero vanificate dalla vista di due o tre fanciulle che camminavano davanti a me. Mi parvero immense, al di là di ogni nozione di misura e tutto il loro essere e i loro movimenti erano carichi di una violenza spaventosa. Le guardavo come in preda a un'allucinazione, invaso da una sensazione di terrore. Era come uno squarcio nella realtà. Il senso e i rapporti fra le cose erano cambiati. Nello stesso tempo i Tintoretto e i Giotto si facevano piccoli, deboli, muti e inconsistenti, simili a un ingenuo balbettio, timido e goffo. Eppure ciò a cui tanto tenevo nel Tintoretto era un pallido riflesso di quella apparizione e compresi allora perché, a ogni costo, non lo volevo perder. Quello stesso bagliore lo ritrovai, ma molto più intenso, lo stesso autunno, dapprima a Firenze, in un busto egizio, la prima testa che mi parve davvero somigliante e, in seguito, nei Cimabue di Assisi che mi colmarono di una gioia immensa». 

lunedì 20 ottobre 2014

La mostra (che non ci possiamo permettere)

Bramantino.
L'ermetico lombardo. A Lugano. 

I Santi dalla pelle lunare, la Madonne assorte nei pensieri più inquieti, le atmosfere glaciali, il silenzio metafisico. Le immagini del Bramantino si riconoscono subito dalla dose di ansietà chiusa in ogni dettaglio. Le scogliere aguzze dentro cui sono scavati templi arcaici, come scenografie di un'era futura. I personaggi ambigui che si muovono nell'ombra, estranei alle iconografie classiche, imperatori romani, sibille o poeti greci assiepati ai margini di una natività, sullo sfondo di un compianto. E, ancora, i simboli oscuri, indecifrabili, una conchiglia spezzata, un turbante mediorientale, uno zoo di creature misteriose che giocano a nascondino fra i piedi degli apostoli scalzi. Con un soprannome che tradiva un debito verso il genio (Bramante) marchigiano, di cui fu allievo protetto, sin dal suo approdo da Bergamo a Milano nel 1486, Bartolomeo Suardi (1465-1530) s'è guadagnato nel Novecento – per merito delle sue sciarade elette a forma d'arte – un altro epiteto attraente. “L’ermetico lombardo” lo battezzò infatti lo storico Gian Alberto Dell’Acqua pensando agli enigmi di un autore coltissimo cui si deve la grande svolta della pittura in Lombardia, passata dal naturalismo tradizionale alla maniera moderna, intellettuale, assoluta del suo Rinascimento cerebrale. Lo racconta bene, per tappe e per raffronti con le ricerche di maestri e discepoli, la mostra curata da Mauro Natale al Museo Cantonale di Lugano dove cinquanta opere svelano tutto il suo percorso. La formazione da orafo, la collaborazione con Bramante, il viaggio a Roma e il ritorno umiliato dalle dolcezze “facili” di Raffaello, la maturità di stile e l'influsso che esercitò su Luini e Zenale. Passando dalle tavole giovanili, una Madonna spigolosa del Fine Arts di Boston, ai capolavori come L'adorazione della National di Londra, fino all'ultima Fuga in Egitto, custodita in Ticino, nel santuario di Orselina, e restaurata in occasione della mostra, il dubbio sorge spontaneo: perché, mentre Milano sventola le mostre di Chagall o Van Gogh, tocca agli svizzeri presentare uno studio rigoroso su un talento milanese che, due anni fa, al Castello Sforzesco, conquistò a fatica una mostra con soli pezzi a km zero?

(da La Repubblica, 18 ottobre 2014)
Museo Cantonale, Lugano, via Canova 10, fino al 11 gennaio, mar 14-18 mer-dom 10-18

info 0041.91.8157971.

sabato 18 ottobre 2014

Il dubbio

... del sabato mattina

Perché, nel nostro paese, 
tutti vogliono fare un lavoro che non gli appartiene?



Perché, con tutti i grandi e bravi scultori di cui è ricco il nostro paese (ma anche l'Europa, se volessimo essere comunitari) la Veneranda Biblioteca Ambrosiana ha affidato a un architetto, il polacco Daniel Libeskind, la realizzazione della scultura ispirata agli studi matematici di Leonardo contenuti nel Codice Atlantico. Essere una archistar gettonata non vuol dire sapersi confrontare con un “mestiere” che non è il proprio. E il risultato si vede. La “Leonard Icon” - già il titolo è un capolavoro di anonimato – non dialoga con lo spazio circostante, con l'ambiente che la ospita, è rigida, fredda e insignificante. È un progetto tridimensionale frutto di un (brutto) studio compositivo creato col Cad. Senz'anima, senza pensiero, senza conoscenza dei segreti dello scultore: il sesto senso per la composizione perfetta e insieme espressiva, la sintonia coi materiali forgiati con sapienza e non assemblati in ferramenta.

venerdì 17 ottobre 2014

La mostra (da non perdere)

Nel blu dipinto da Klein.
E camminando nella luce di Fontana.
Al Museo del Novecento di Milano, la storia di un'amicizia creativa... che ha fatto storia.


Uno sognava di firmare il cielo col proprio nome per farne un'opera dai confini infiniti. L'altro tagliava le tele con il gesto netto di un rasoio per lasciar passare l'aria nei quadri, come finestre aperte sullo spazio. Yves Klein (1928-1962) e Lucio Fontana (1899-1968) avevano tante cose in comune. In primo luogo, una sintonia di pensiero a cui il Museo del Novecento, dedicata una mostra capace di rievocare tutte le affinità di questa coppia d'oro dei favolosi anni Sessanta, compresa una amicizia sincera. Quella sbocciata nel gennaio del 1957 quando l'artista di Nizza espose i suoi monocromi blu alla Galleria Apollinaire di Milano, con una presentazione di Restany, e Fontana vi comprò subito un quadro affascinato dalla sua idea di affidare a un solo colore il respiro assoluto del mondo. Fra i due nacque l'intesa. Fontana gli presentò gli amici galleristi italiani, oltre a Bruno Munari che, a sua volta, acquistò un lavoro. E, il francese, ricambiò la cortesia, introducendolo nel mondo dell'arte di Parigi, contribuendo al boom della sua fama in Europa. Entrambi ansiosi di rinnovare il concetto di arte, immaginavano opere senza limiti, andando a caccia del vuoto che frulla intorno alle cose, di una quarta dimensione dove lo spettatore potesse entrare e diventare protagonista. Klein con le sue performance, in cui le modelle nude intinte nel colore (il famoso IKB, International Klein Blue, passato dall'ufficio brevetti!) si spalmavano sulle tele per dimostrare la creazione spontanea della forma. Fontana costruendo ambienti spaziali, stanze da attraversare, illuminate da arabeschi di tubi al neon, come quello storico della IX Triennale del 1951, che oggi si affaccia, dal Novecento, sul sagrato del Duomo. Proprio sotto la sua luce lattiginosa, è ricreata una vasca di pigmento blu oltremare, revival della installazione di Pigment pur, presentata nel 1957 alla Galerie Allendy di Parigi. Una mostra da dieci e lode per un museo che costruisce progetti, valorizza le sue collezioni e i curatori milanesi, visto l'impegno messo da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, coordinati a meraviglia con gli Archives Klein di Parigi.

(dal Tuttomilano di giovedì 16 ottobre 2013)

Klein Fontana. Milano-Parigi, 1957-1962
Museo del Novecento, via Marconi 1
inaugurazione: martedì 21 ore 18
fino al 15 marzo
orari: lun 14.30-19.30 mar-dom 9.30-19.30 gio-sab 9.30-22.30
info 02.884.44061

lunedì 13 ottobre 2014

Un museo da colossal



L’Hermitage di San Pietroburgo, protagonista di una pellicola da Oscar.
Il mio articolo sulla Repubblica di domani.
Una “one night only” in 140 sale italiane.
Rimarrete incollati alla poltrona per 83 minuti di passione e sentimento.




ecco il link per un trailer in stile Hollywood.
http://www.nexodigital.it/1/id_373/La-Grande-Arte-al-cinema.asp

domenica 12 ottobre 2014

Buone notizie dal mondo dell'arte

Arriva al Museo del Novecento di Milano
la grande mostra su Fontana e Klein.
La coppia d'oro (e blu!) degli anni Cinquanta.
Ma la vera novità sta nella coppia dei curatori.
Finalmente milanesi.
Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti.
In risposta alla tendenza esterofila dei soliti musei, spazio ai nostri cervelli!
E i risultati si vedono: la mostra ha un pensiero scientifico alle spalle. Un progetto di ricerca. Una nuova storia da raccontare.
Niente a che vedere con un pacchetto precotto.
In calendario dal 21 ottobre.