mercoledì 24 settembre 2014

La mostra

Segantini. Il gigante della montagna.
Un progetto scientifico che fa fare la pace con Palazzo Reale 
e la sua politica esterofila.

Il pittore della montagna, che sognava di salire in vetta per essere sempre più vicino al cielo. È un Giovanni Segantini (1858-1899) pieno d'aria e di vento quello che è arrivato ieri sera a Palazzo Reale per un'antologica incantevole. Centoventi le opere firmate dal maestro dell'Ottocento italiano, signore delle Alpi e dei prati rigogliosi, della neve e del silenzio. Scenari entrati nell'immaginario comune per gli orizzonti immensi che abbracciano le catene dell'Engadina con la potenza di un grandangolo in pittura. Proprio zoomando sul sentimento panico del creato, sulla sintonia del suo cuore silvestre con le forze della natura, il percorso propone una lettura ragionata che non si limita a mettere in fila capolavori, ma ne spiega la genesi, i simboli, l'evoluzione, complice un fondo di disegni testimoni di ogni fase di studio, di ogni dettaglio costruito in autonomia prima di ricomporsi, come un mosaico, in una visione totale. Un lavoro di analisi reso possibile grazie alla curatela scientifica di chi, Segantini, l'ha esplorato per decenni: Annie-Paule Quinsac, autrice del catalogo generale, e Diana Segantini, la pronipote che, come lui, ha le vette nel sangue. Insieme hanno coordinato l'esposizione prodotta da Skira con la Fondazione Mazzotta (il catalogo è una favola); la più grande da quella di Trento dell'87 e la più importante insieme al recente appuntamento alla Fondazione Beyeler di Basilea. Pochi precedenti per un nome che meritava davvero un «ritorno a Milano», come recita il titolo sui manifesti, pensando alla sua lunga assenza dal sistema delle mostre in città – l'ultima in Permanente negli anni Settanta, ma molti quadri oggi esposti si possono apprezzare in pianta stabile alla Gam di via Palestro – e che allude anche a un ritorno ideale nella Milano che lo accolse da ragazzo, dopo il suo arrivo orfano e disperato dal Tirolo, che lo vide crescere sui banchi di Brera, trasferirsi in Brianza e poi scappare fra i boschi e le cime lontane. Via, per sempre.
Preceduta da un calendario di conferenze sul tema della montagna curate da Pietro Bellasi per il Consolato Svizzero in preparazione della mostra (idea fortunata, visto che la replicheranno gli organizzatori della mostra su Van Gogh), Segantini e il suo inno a un'armonia superiore fanno fare pace con Palazzo Reale e il suo trend esterofilo. Subito, dalla prima sala, dagli autoritratti magnetici che bucano la carta, si capisce che il viaggio è iniziatico; le nature morte giovanili mescolano scuola barocca e senso di precarietà, i primi scorci campestri, i temporali, la fatica di vivere dei contadini gravano come macigni fino al momento in cui la fuga gli spalanca i polmoni e intona la sua ode epica alla valle e al mondo. Se l'istinto, davanti a soggetti come Riposo all'ombra o Mezzogiorno sulle Alpi, è quello di osservarli da vicino per contare le schegge di colore della sua maniera “divisa” per poi indietreggiare e vedere i toni fondersi, la sorpresa viene dall'incontro con opere ipnotiche come A messa prima, dove una scalinata grigia inghiotte un parroco strizzato dalla melanconia, o Ave Maria a trasbordo col suo senso del sacro alle stelle, arrivata dal Museo Segantini di St. Moritz insieme ad altri pezzi importanti. Tranne il celebre Trittico delle Alpi, che non esce mai, ma è evocato dagli studi che lo generarono, lasciati incompiuti quando Giovanni, rapito dalla sua montagna incantata, a picco su Pontresina, morì quarantenne per un attacco di peritonite, troppo lontano dal mondo perché il mondo potesse salvarlo.


Palazzo Reale, fino al 18 gennaio 2015, lun 14.30-19.30; mar-dom 9.30-19.30; gio e sab 9.30-22.30, 12/6 euro, info 02.92800375.

(da La Repubblica, 18 settembre 2014)

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