sabato 27 settembre 2014

Il monopolio culturale

1984, trent'anni dopo.
Le grandi società dettano legge sulla cultura. 
E guai a chi alza la testa.

«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato».
Lo scriveva Orwell nel suo visionario (ma neanche tanto...) «1984», capolavoro di ossessione e di denuncia di un controllo superiore che appiattisce le menti. Può sembrare un po' eccessivo paragonare la situazione culturale del nostro paese a questo gioiello pungente della letteratura ma, davanti a episodi recenti di censura del libero giudizio, mi sento un po' come il signor Winston (il protagonista del libro) impegnato a esprimere il suo malcontento in un diario zeppo di appunti violenti contro l'ideologia dominante.
Commetterò forse uno “psicoreato” opponendomi alla “neolingua” imposta dalla dottrina del “Ingsoc” e al suo motto L'ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù? Pazienza. Fatto sta che, in un paese ricco di tesori come il nostro, coi depositi dei musei che brulicano di opere nascoste e con una storia personale piena di autori da celebrare, scoprire, esporre, tirare fuori dai cassetti ed essere orgogliosi di averlo fatto, è deprimente fare la figura degli spiantati, bisognosi di importare prodotti altrui, di raccontare la storia degli altri in assenza di una propria.
Stabilito che l'Italian Pride non è mai stato il nostro forte, nel mondo dell'arte come in molti altri settori, il biasimo va diritto a quelle amministrazioni che, per non caricarsi di problemi organizzativi e di gestione, oltre che di un minimo di creatività e auto-promozione, preferiscono appaltare la cultura a chi lo fa di mestiere. E che non si preoccupa certo di produrre contenuti qualitativi, ma solo reddito per le proprie casse. Parliamo, nel caso dei musei, delle società che vendono mostre (si definiscono “mostrifici”, quasi a farne un vezzo) e che millantano doti illuminate da mecenati sventolando il rischio d'impresa, ben consapevoli dei numeri garantiti a fronte di grandi nomi in cartellone. È come se la Columbia Pictures si preoccupasse di non raggiungere il break even lanciando nelle sale il supereroe di turno o l'ultimo OO7.
I supereroi dell'arte, come Van Gogh, Chagall, Picasso, Monet, sono successi assicurati. E, per il pubblico, è bello tornare a vederli anche cento volte; The Amazing Spider-man io l'ho rivisto per mesi, ma nessuno ha mai cercato di convincermi che fosse Kubrick! È giusto insomma che il pubblico scelga con cognizione di causa, che conosca il valore di ciò che vede e i meccanismi che si agitano alle spalle. Nulla di grave. Solo trasparenza. Che tuttavia non c'è quando un Comune si dichiara “produttore” di mostre e poi si scopre che, dall'ideazione all'allestimento, è stato tutto subappaltato a società specializzate. Che non c'è neppure quando i giornali ospitano articoli a piene pagine o i telegiornali dedicano servizi interi a questi eventi senza fare luccicare in un angolo la scritta onesta “pubblicità”. E che non c'è, soprattutto, quando le società storcono il naso leggendo le critiche non prezzolate sui quotidiani e magari si permettono di minacciare i giornalisti e i critici che le hanno vergate perché non allineati all'opinione comune (la loro).
Quando nel secondo dopoguerra, la critica sui giornali la facevano personaggi come Testori o Leonardo Borgese, bacchettando le mostre che all'epoca erano davvero frutto di progetti ragionati, costosi e rischiosi, non mi sembra che nessuno abbia rimbrottato le loro riflessioni negative giudicandoli «duri d'orecchi» o «provinciali». Era cultura e basta. Le mostre erano fatte per aggiungere tasselli nuovi alla storia dell'arte. Gli articoli erano scritti per commentare la qualità dei quei tasselli. E il dibattito era aperto. E tutti potevano partecipare con un verso.
Oggi il Grande Fratello delle mostre ci impone pacchetti precotti, ci dice quali autori vedere e cosa pensare di loro. In questo monopolio culturale che stranamente riguarda quasi solo il mondo delle mostre (perché non mi risulta che la Scala sia mai stata affittata alla Sony perché ci faccia concerti in linea con le sue etichette), si salvano alcuni baluardi italiani che, nonostante i tagli alla cultura, preferiscono scommettere su una mostra all'anno (e non quattro in un mese) investendo nei propri brand. Basti pensare alle mostre di Palazzo Madama, ai Musei Civici di Venezia o alla grande antologica del Veronese allestita a Verona promossa e organizzata dal Comune di Verona, dalla Direzione Musei e Monumenti, insieme con l’Università degli Studi di Verona e la Soprintendenza di Verona, Rovigo e Vicenza, in associazione (guarda un po'...) con la National Gallery di Londra, che da sempre insegna al mondo come scommettere con intelligenza e reale rischio d'impresa su prodotti culturali che abbiano un senso, un fine intellettuale e non solo speculativo. Niente subappalti né monopoli per un'istituzione che ha rispetto dei suoi visitatori e delle loro menti libere.  


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