domenica 17 agosto 2014

La (pen)isola del tesoro / 3

L'Adorazione dei Magi in valle Argentina
Il viaggio continua...


Arrampicandosi lungo i caruggi di Taggia, l'entroterra di Arma, incastonato fra il mare della Liguria e le gole verdi della valle Argentina (dal nome del torrente che la attraversa sinuoso), si giunge alle porte del convento quattrocentesco di San Domenico. In questo luogo mistico, zeppo di un fascino antico e immerso in un silenzio claustrale, sono conservati alcuni capolavori della scuola ligure e nizzarda, oltre a un'Adorazione dei Magi turbolenta e insieme estatica. Attribuita dal grande storico dell'arte Roberto Longhi al Parmigianino (1503-1540) – il manierista emiliano celebre per le sue madonne dai colli lunghi, cinquecento anni prima di Modigliani! – l'opera dipinta a olio su tavola e databile al 1529, è un vero miracolo di sospensione, evidente nei gesti lenti e misurati dei protagonisti in primo piano, mescolata a una dose straordinaria di inquietudine che il maestro s'impegnò a distillare sullo sfondo della scena, laddove le nuvole nere come la pece si addensano all'orizzonte peggio che in questa estate senza sole. La ragione di tale cupezza sta forse nel fatto che il dipinto fosse un dono per uno dei frati del convento, attivo come inquisitore. Mah. Fatto sta che la composizione rivela tutto il guizzo creativo dell'artista capace di proiettare in avanti e strizzare in uno spazio denso tutto il dialogo fra la Vergine e i Magi, ritratti con un taglio fotografico a mezzo busto e animati da un gioco di sguardi fortemente ritmato. Alle loro spalle, la vita si agita fra un grande arco dalle colonne classiche che incornicia il bue e l'asino (naturalisticamente sodi e perfetti) oltre al corteo dei re d'Oriente illuminato da lampi di luci sul buio pesto della natura selvatica, memore della lezione “sublime” (in senso british) di Dürer. 

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