martedì 19 agosto 2014

Facce di bronzo

Storici, critici e opinion maker si scontrano sul trasloco dei colossi di Riace a Milano, in vista di Expo.
Ragioni e (ri)sentimenti.
Sgarbi vs Settis sulle pagine di Repubblica.

Dopo le critiche già rivolte alla riforma Franceschini, Salvatore Settis si oppone anche al viaggio dei bronzi in direzione di Milano, giudicandolo pericoloso per la loro incolumità. «Sbandierare le opere superstar non salverà la nostra cultura, sono fragili» esordisce lo studioso e aggiunge «inutile scambiare i bronzi per costosi soprammobili». Della stessa opinione i curatori del Comitato per la valorizzazione dei Bronzi e del museo Magna Grecia di Reggio Calabria che ironizzano sulla decisione di Franceschini di consultare un team di esperti della conservazione prima di mobilitare le opere e accusano «in caso di spostamenti, rischiano il danneggiamento irrimediabile e addirittura la distruzione». È noto infatti che il bronzo possa autodistruggersi e sbriciolarsi all'aria alla minima variazione atmosferica, tant'è che il Museo di Reggio Calabria li conserva in atmosfera protetta... Così protetta che ben pochi li visitano, a parte il fotografo Gerald Bruneau che ha avuto, nei giorni scorsi, il privilegio di agghindarli con veli da sposa, tanga leopardati e boa di struzzo.
Meglio insomma truccarli da drag queen che eleggerli a testimonial di Expo davanti al mondo. È logico. Tanto più che, per i turisti in gita a Milano, sarà facile e piacevole mettere in programma una puntatina a Reggio Calabria nel caso i bronzi non potessero muoversi e restassero al museo in attesa che il lungo braccio di Expo li raggiunga. Balle. Ai curatori del Comitato verrebbe voglia di dire che patrimonio culturale italiano non è un patrimonio privato delle singole istituzioni da gestire come la dispensa di casa. A Settis verrebbe, invece, voglia di chiedere come mai, quando fu lui a chiedere i bronzi per la sua mostra sulla Magna Grecia a Palazzo Te a Mantova, non si preoccupò della loro integrità e dei pericoli del trasloco.
Sgarbi lo ha sottolineato nel suo intervento su Repubblica (vedi link) che – logorrea a parte – evidenzia l'importanza di promuovere l'Italia attraverso la promozione mirata dei suoi capolavori. Che non significa, citando Settis, trasformarli in “opere superstar, fenomeni da baraccone”. Ma significa piuttosto sfoggiare le nostre potenzialità e anche “sfruttarle” se questo vuole dire introitare guadagni utili ad altri restauri, aumentare i flussi di visita ai musei, vivificare le stanze deserte di pubblico che, finalmente, possa entrare in massa e magari scattarsi un selfie davanti ai loro muscoli scolpiti e postarlo sulla rete affinché a molti altri venga voglia di prenotare un biglietto per Reggio Calabria e scoprire quanta roba bella c'è in giro.
Difficile da capire? Meglio mantenere lo status quo, più rassicurante per i conservatori gelosi e senza slanci, felici che i bronzi vegetino nell'ombra e che i depositi pullulino di altri reperti “protetti” come in un feudo personale.

Sono d'accordo con Sgarbi. Ecco, l'ho detto. E voto per un'immagine del nostro paese che si identifichi con gli splendidi corpi dei bronzi e non con il solito piatto di maccheroni, come aveva fatto Tony Blair quando scelse come nostro logo per il Welfare 
una pizza, mentre a primavera, davanti al Colosseo, Barack Obama s'è lasciato scappare il commento intelligente «è più grande di alcuni dei nostri stadi di baseball». Se fossimo capaci di veicolare una immagine diversa di noi stessi e del nostro patrimonio, forse certe opinioni superficiali e diffuse sarebbero evitate e godremmo di un rispetto maggiore all'estero. E se fossimo capaci di quantificare monetariamente il patrimonio pubblico, visibile e occulto, potremmo anche metterlo a garanzia degli investimenti stranieri sul nostro paese. Una terra che vale, in cui credere e da sfoggiare. A rischio di sembrare superstar. 

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