domenica 3 agosto 2014

Chiacchiere e distintivi

Franceschini investe in cultura 
e turismo.
Il decreto è legge.
Un solo appunto: speriamo che i soldi dei musei restino nei musei.

A pochi giorni dalla diffusione della bozza di riforma per la gestione dei beni culturali, il Senato approva la proposta di Franceschini. Davanti a un caso di efficacia politica che mira a un cambiamento necessario, le reazioni del mondo della cultura fanno discutere. E anche un po' incavolare. Eccone alcune.
Mentre i tecnici sbuffano e i reazionari criticano, gli storici insorgono; come Settis o Paolucci, che ha definito il piano di riforma “una macelleria” indignato dalla “speculazione” su arte e cultura e dall'avvento di manager (anche se la riforma non ne parla in modo esplicito) per una gestione fruttifera delle risorse. Sarà mica preoccupato di non essere più il solo a fare quadrare i (propri) conti?
Fra le numerose missive di protesta inviate al Ministro, fanno sorridere quelle firmate dai docenti universitari (quanti di loro hanno gestito, con esiti fecondi, un museo o anche solo un albergo?) amareggiati da modifiche che potrebbero trasformare davvero l'Italia in un paese capace di mettere a frutto (e a reddito) le sue risorse. Detto fra noi, sono gli stessi che l'anno scorso si sono lamentati del fatto che il British Museum avesse stra-guadagnato sulla mostra di Pompei mentre noi eravamo rimasti a bocca asciutta.
Piovono su internet i post che, allarmati, annunciano l'estinzione degli etruschi, abrasi dalla nostra storia solo perché il decreto sancisce l'accorpamento di due soprintendenze; non certo per dimenticare ma, al contrario, per snellire alcune procedure, così da permettere che le mura delle città originariamente etrusche vengano restaurate in fretta... invece di crollare!
Stendiamo un velo pietoso sul dibattito che riguarda la possibilità di fotografare nei musei, che ha visto spesi, on line, fiumi di inchiostro virtuale. Come se fosse il punto principale di una riforma ben più articolata. Ridicoli i commenti idealisti sulla necessità di tornare a guardare dal vero le cose, redatti magari da persone che sono facebook-dipendenti e condividono tutto, senza pudore. La verità e che, nei musei stranieri, se vuoi farti uno scatto con un capolavoro puoi farlo liberamente ed è più coinvolgente che acquistare una cartolina, oltre che utile al museo per farsi pubblicità mediatica. Da noi, visto che non si può fare, tutti lo fanno di nascosto, che è pure peggio.
Fra le reazioni deprimenti, le lettere aperte a Franceschini da parte di ispettori della Soprintendenza, che vantano ruoli multipli, di direzioni museali e direzioni di laboratori di ricerca e di laboratori di restauro, oltre che direzioni generali di poli museali che, dall'alto dei loro incarichi paralleli, di privilegi a vita e poteri illimitati lamentano il rischio di “frammentazione” della dirigenza e della gestione concepite dalla riforma, difendendo le loro posizioni di comando granitiche e ignorando bellamente che, nella logica di agilità sposata da Franceschini, un capitolo importante è dedicato all'assunzione diretta, con contratti a tempo determinato, di giovani under 40 impiegati per rafforzare servizi di accoglienza, interventi di tutela, protezione, conservazione, valorizzazione dei beni culturali. Non darà forse fastidio l'idea di condividere lo spazio con drappelli di giovani volenterosi e pieni di idee fresche?
Detto questo, stupisce (ma neanche tanto) il fatto che le reazioni siano legate ai punti della riforma che discutono lo status quo della gestione, mentre le reali e più lungimiranti intuizioni non hanno sortito commenti. Come la deducibilità al 65% delle donazioni per il restauro di beni culturali, biblioteche e  archivi, per gli investimenti dei teatri e delle fondazioni lirico sinfoniche, fino a arrivare alle agevolazioni fiscali per favorire la competitività del settore turistico attraverso la sua digitalizzazione e la riqualificazione degli alberghi (i francesi hanno metà dei nostri alberghi e vendono il triplo delle camere!). Inutile dire che si tratta del punto più importante, visto che è quello su cui si regge e prolifica tutto il sistema anglosassone della cultura, a fronte di contributi minimi pubblici. Un punto che, non a caso, avevo previsto nel mio post del 19 gennaio… 
Ciò su cui semmai bisognerebbe discutere è l'utilizzo effettivo dei finanziamenti: la riforma non specifica come verranno introitati dalle singole istituzioni e se esse avranno libertà di gestione dei propri fondi, senza vederli insabbiati (come accaduto fino a oggi) nel calderone delle entrate comuni. Si spera, insomma, che i soldi dei musei (di teatri and co...) restino ai musei. Questo favorirebbe anche la volontà di riappropriarsi dei servizi dati in gestione, come i ristoranti e i bookshop, utilissimi alle rendite dell'istituto e attualmente utili solo alle rendite dei concessionari. Meglio ancora sarebbe capire se tutto questo riguardi solo i musei statali, oppure anche tutti gli altri, allargando ai comuni e alle provincie.
Dovendo davvero discutere della riforma, cominciamo da qui. Perché le fotografie, le poltrone per due, gli etruschi e i manager sono solo diversivi per distrarre, come sempre, l'attenzione da problemi reali e per difendere gli interessi di quei pochi aggrappati alle loro chiacchiere e ai loro distintivi.

Vedi anche:
Il mio post del 19 gennaio.
I post su facebook degli amici e colleghi Diego Galizzi e Alessandro Furiesi, sempre puntuali, lucidi e (giustamente) acidi...

L'articolo di Giuliano Volpe che fa il punto sul disappunto (ingiustificato)


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