domenica 9 febbraio 2014

Le parole che non ti ho detto


E che non ti dirò mai. Perché mi fanno un po' schifo.

Contagiano come un virus. Sono peggio di una catena di sant'antonio. Uno comincia, tutti lo seguono. Perché vanno di moda. Sono espressioni attuali, contemporanee. Modi di dire in italiano, che spesso non significano nulla. O vocaboli in inglese. Di tendenza. Che ci fanno sentire fighi. Ma anche un po' scemi.

Cominciamo dai tormentoni italiani più in voga del momento:
Tanta roba (e cioè? Quanta, per la precisione?)
Bella lì (questo è simpatico...)
Anche no (l'ho usato pure io in un vecchio post e me ne vergogno parecchio)
Ci sta (dove esattamente?)
In qualche modo (quale modo?)
Fondamentalmente (nel senso che è fondante? O fondente? Che va a fondo? Che un fondino? O una fondina? boh...)
Aperi-cena (già non sopporto chi dice “colazione” e intende “pranzo”, figuriamoci questo...)

Passiamo ai termini inglesi ormai entrati nel vocabolario:
cool (passi perché non c'è un corrispettivo in italiano che renda altrettanto bene)
friendly
glamour
fashion
selfie (è una novità in espansione)
trendy
tutorial (anche questo dilaga ovunque, sostituendosi al buon vecchio “corso”)
briefing
meeting
outing
running (dilaga pure questo, sostituendosi alla cara vecchia “corsetta”)
dinner
startup
speaking
talks (dire “conferenze” pareva barboso?)

Nel mondo dell'arte, poi, lo snobismo, in una lingua o nell'altra, raddoppia. Non capisco se sia per rendere oscura un'idea inesistente, così da mascherare la sua inesistenza, oppure per allontanare i pochi che vi si avvicinano, o piuttosto per simulare un nozionismo e una dose di erudizione tale da sentirsi superiori.
Cito solo quelli raccolti nel corso dell'ultima settimana fra conferenze, testi critici, presentazioni e via via snobbando:
evento (è il più datato, ma resta sempre il più pruriginoso!)
sistemico
opening
mission
sinergia
educational (la parola “didattica” a molti sembra mortificante e poco contemporanea)
reading
implementare (orribile)
arcipelaghi
emozionali
germinativi
curatoriali
iconici
aniconici
performativi
installativi
relazionali
ibridazioni
funzionalizzanti (è a dir poco cacofonico, bleah)
archetipale (questo è un esempio classico di vocabolo antico plagiato da uno sfoggio di sapienza sbruffona)
oltre naturalmente ai più gettonati:
enciclopedico (adesso che l'ha usato Gioni per la Biennale di Venezia, va bene per tutte le stagioni)
e antropologico (andando di moda l'antropologia, tutto è diventato antropologico, in senso lato, molto lato)

Per concludere, il discorso è doppio.
Da un lato c'è l'uso esasperato della lingua straniera per imbellettare concetti che anche in italiano renderebbero benissimo. Tanto più che la nostra lingua è ben più antica e ricca dell'inglese. Ma l'esterofilia dilaga e ci si sente più allineati ad essere appiattiti. Penso che difendere la lingua – senza eccedere come fanno i francesi che chiamano la homepage, page d'accueil), non sia provincialismo, ma sia una difesa importante della propria identità. Bisognerebbe essere orgogliosi di usare l'italiano. È una questione di senso di appartenenza, di valorizzazione della nostra storia. Non dovremmo lamentarci della mancanza comune di un senso dello stato, della cosa pubblica, della valorizzazione del nostro patrimonio, se siamo i primi a privilegiare il portato degli altri, sponsorizzando parole straniere, abitudini straniere, artisti stranieri, lasciando che molti nostri autori non reggano il confronto, dal punto di vista del mercato. Non c'è difesa del “prodotto” locale, a differenza degli americani che sfoggiano un protezionismo bestiale. Faccio solo un esempio, e chiudo. Una incisione di John Marin, simil-futurista americano di primo Novecento, vanta oggi una quotazione media parente agli 80mila dollari; una acquaforte analoga di Luigi Russolo, futurista coi fiocchi, passa in asta con quotazioni variabili dai 6 agli 8mila euro. Fatevi delle domande.

Dall'altro lato (e chiudo davvero), io credo personalmente nella divulgazione, nel racconto, nella condivisione, nella trasparenza. Il cosiddetto “critichese”, lo sfoggio di sapienza, le frasi complesse, i vocaboli macchinosi nascondono pensieri altrettanto macchinosi. Spesso mi accusano di usare modi giornalistici anche quando mi impegno in testi scientifici. Forse è vero. Ma Italo Calvino (nomen omen, per rimanere in tema!) e le sue Lezione americane corrono in mio soccorso, con tutto il loro spirito di leggerezza. E ricordo sempre una sua frase in grado di siglare questa idea di semplicità, laddove Calvino, spiegando un verso di Dante del Paradiso, in cui il poeta motivava la “scienza innata di Dio”, parafrasò con semplicità:«La fantasia è un posto dove ci piove dentro».

La raccolta continua...
Come diceva il poeta: «anche tu puoi contribuire con un verso».
Grazie fratelli!

3 commenti:

  1. So Cool! Un talk educational e molto ben implementato. Mi piacia il tuo stile sistematico e sinergistico!
    La sorella Americana

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