giovedì 27 febbraio 2014

Ditelo coi fiori

... che la nostra arte è un patrimonio.
Parola di Gianfranco Giustina, il Nobel dei giardini (Borromeo).
Da mettere in agenda, per una gita di primavera!

(da La Repubblica, 20 febbraio 2014)


A sei anni, piantava le talee dei gerani nel giardino dei suoi genitori, a Borgomanero, immerso nel verde delle colline che separano il Lago d'Orta dal Maggiore. A quindici, passava le giornate nei boschi per ammirare (e annusare) la fioritura delle robinie. A diciotto, macinava chilometri fra Sanremo e la Costa Azzurra per studiare le specie esotiche della Riviera. Oggi, in odore di primavera, a chi gli chieda cosa regalare a una donna, risponde deciso: «un mazzo di ginestre profumatissime. Meglio di una rosa rossa, che non dice niente». Fidatevi del consiglio, perché viene dal Premio Nobel dei giardinieri. Lui è Gianfranco Giustina, 59 anni, da 37 al servizio dei principi Borromeo come esperto di botanica e custode dei celebri parchi delle isole di Stresa che, per il loro splendore, la cura e la ricchezza di specie in arrivo da mezzo mondo, gli hanno assicurato un riconoscimento internazionale. Quello siglato dalla Royal Horticultural Society, l'istituzione di orticultura fondata nel Regno Unito nel 1804, che premierà il giardiniere dei principi, il prossimo 10 aprile a Londra, con l'Awards del giardinaggio più famoso (e antico) della storia. «Davvero non me lo aspettavo» confessa Giustina con una buona dose di emozione pensando a un premio che, prima di lui, è toccato in passato solo un altro italiano: «il grande Gian Lupo Osti, un collezionista appassionato che scoprì una specie rarissima di peonia, guadagnandosi il soprannome di "signore delle peonie"». Risata aperta e spalle larghe, allenate a suon di trapianti e potature, cerca di spiegarsi il segreto del suo successo: «penso che il premio sia dovuto al grande lavoro di acclimatazione sperimentato sulle isole in tutti questi anni. E cioè alla capacità di importare piante e fiori da altri paesi, con uno spiccato senso tropicale, e aiutarle ad ambientarsi in un clima diverso. Farle vivere da noi, insomma». Impresa ardua, considerati gli inverni spazzolati dalla tramontana gelida sul Lago. «Ma le isole Borromeo hanno un microclima eccezionale. Sono una sorta di Eden protetto che, infatti, sin dall'Ottocento, spinse i principi a investire sul parco seguendo la moda nascente del gusto esotico, diffuso proprio dagli inglesi». Giustina spartisce dunque il merito con la lungimiranza di Casa Borromeo e con i suoi committenti odierni, Bona e Gilberto, cui si deve il ricongiungimento dell'Isola Madre con la Bella, dopo secoli di proprietà spartite fra nobili parenti e, soprattutto, il restyling dei giardini sciupati dall'incuria. «Quando approdai sull'isola, ventenne, rispondendo a un annuncio apparso sul giornale, trovai uno staff di giardinieri anziani. Io ero giovane e pieno di idee. Tempo due anni ero già capo-giardiniere. Oggi ho un team di venti tecnici che lavora a tempo pieno per accudire otto ettari di terreno sull'isola Madre e altri quattro sulla Bella». Due paradisi naturali disseminati di bellezze e rarità: ventidue specie di glicini, una collezione unica di theaceae, oltre a orchidee, camelie, agrumi, essenze, ninfee tropicali, ibiscus, buganvillee, magnoliaceae, fiori di loto, felci australiane. «Le ultime arrivate sono le protee, piante australi, tipiche del Sud Africa o del Cile. Fioriranno per la prima volta a primavera; un buon motivo per programmare una gita sul Lago». Anche le piante ad alto fusto non si contano. Dall'albero della canfora alla magnolia cinese, al famoso cipresso del Kashmir, uno degli alberi più alti del mondo: «nel 2006 è stato abbattuto da una tempesta e risollevato come si fa con i relitti, con squadre di elicotteri e tiranti. Un'opera di salvataggio mai compiuta. Abbiamo lasciato tutti senza fiato». Inglesi in testa. Che infatti, fra poco più di un mese, accoglieranno Giustina come un lord. E lui, ancora una volta, condivide il premio: «con la cultura italiana dei giardini. È l'Italia il giardino d'Europa. Peccato che spesso non ce ne rendiamo conto e trascuriamo le nostre meraviglie botaniche». Una piccola stoccata la piazza anche a Milano: «i suoi cortili sono leggendari, i parchi splendidi, come i giardini di via Palestro, che meriterebbero un'attenzione maggiore, alle potature, ai viali alberati, alla selezione dei fiori». Un invito a godere dei nostri tesori verdi, come risorsa per vivere meglio, per vivere all'aperto.

domenica 9 febbraio 2014

Le parole che non ti ho detto


E che non ti dirò mai. Perché mi fanno un po' schifo.

Contagiano come un virus. Sono peggio di una catena di sant'antonio. Uno comincia, tutti lo seguono. Perché vanno di moda. Sono espressioni attuali, contemporanee. Modi di dire in italiano, che spesso non significano nulla. O vocaboli in inglese. Di tendenza. Che ci fanno sentire fighi. Ma anche un po' scemi.

Cominciamo dai tormentoni italiani più in voga del momento:
Tanta roba (e cioè? Quanta, per la precisione?)
Bella lì (questo è simpatico...)
Anche no (l'ho usato pure io in un vecchio post e me ne vergogno parecchio)
Ci sta (dove esattamente?)
In qualche modo (quale modo?)
Fondamentalmente (nel senso che è fondante? O fondente? Che va a fondo? Che un fondino? O una fondina? boh...)
Aperi-cena (già non sopporto chi dice “colazione” e intende “pranzo”, figuriamoci questo...)

Passiamo ai termini inglesi ormai entrati nel vocabolario:
cool (passi perché non c'è un corrispettivo in italiano che renda altrettanto bene)
friendly
glamour
fashion
selfie (è una novità in espansione)
trendy
tutorial (anche questo dilaga ovunque, sostituendosi al buon vecchio “corso”)
briefing
meeting
outing
running (dilaga pure questo, sostituendosi alla cara vecchia “corsetta”)
dinner
startup
speaking
talks (dire “conferenze” pareva barboso?)

Nel mondo dell'arte, poi, lo snobismo, in una lingua o nell'altra, raddoppia. Non capisco se sia per rendere oscura un'idea inesistente, così da mascherare la sua inesistenza, oppure per allontanare i pochi che vi si avvicinano, o piuttosto per simulare un nozionismo e una dose di erudizione tale da sentirsi superiori.
Cito solo quelli raccolti nel corso dell'ultima settimana fra conferenze, testi critici, presentazioni e via via snobbando:
evento (è il più datato, ma resta sempre il più pruriginoso!)
sistemico
opening
mission
sinergia
educational (la parola “didattica” a molti sembra mortificante e poco contemporanea)
reading
implementare (orribile)
arcipelaghi
emozionali
germinativi
curatoriali
iconici
aniconici
performativi
installativi
relazionali
ibridazioni
funzionalizzanti (è a dir poco cacofonico, bleah)
archetipale (questo è un esempio classico di vocabolo antico plagiato da uno sfoggio di sapienza sbruffona)
oltre naturalmente ai più gettonati:
enciclopedico (adesso che l'ha usato Gioni per la Biennale di Venezia, va bene per tutte le stagioni)
e antropologico (andando di moda l'antropologia, tutto è diventato antropologico, in senso lato, molto lato)

Per concludere, il discorso è doppio.
Da un lato c'è l'uso esasperato della lingua straniera per imbellettare concetti che anche in italiano renderebbero benissimo. Tanto più che la nostra lingua è ben più antica e ricca dell'inglese. Ma l'esterofilia dilaga e ci si sente più allineati ad essere appiattiti. Penso che difendere la lingua – senza eccedere come fanno i francesi che chiamano la homepage, page d'accueil), non sia provincialismo, ma sia una difesa importante della propria identità. Bisognerebbe essere orgogliosi di usare l'italiano. È una questione di senso di appartenenza, di valorizzazione della nostra storia. Non dovremmo lamentarci della mancanza comune di un senso dello stato, della cosa pubblica, della valorizzazione del nostro patrimonio, se siamo i primi a privilegiare il portato degli altri, sponsorizzando parole straniere, abitudini straniere, artisti stranieri, lasciando che molti nostri autori non reggano il confronto, dal punto di vista del mercato. Non c'è difesa del “prodotto” locale, a differenza degli americani che sfoggiano un protezionismo bestiale. Faccio solo un esempio, e chiudo. Una incisione di John Marin, simil-futurista americano di primo Novecento, vanta oggi una quotazione media parente agli 80mila dollari; una acquaforte analoga di Luigi Russolo, futurista coi fiocchi, passa in asta con quotazioni variabili dai 6 agli 8mila euro. Fatevi delle domande.

Dall'altro lato (e chiudo davvero), io credo personalmente nella divulgazione, nel racconto, nella condivisione, nella trasparenza. Il cosiddetto “critichese”, lo sfoggio di sapienza, le frasi complesse, i vocaboli macchinosi nascondono pensieri altrettanto macchinosi. Spesso mi accusano di usare modi giornalistici anche quando mi impegno in testi scientifici. Forse è vero. Ma Italo Calvino (nomen omen, per rimanere in tema!) e le sue Lezione americane corrono in mio soccorso, con tutto il loro spirito di leggerezza. E ricordo sempre una sua frase in grado di siglare questa idea di semplicità, laddove Calvino, spiegando un verso di Dante del Paradiso, in cui il poeta motivava la “scienza innata di Dio”, parafrasò con semplicità:«La fantasia è un posto dove ci piove dentro».

La raccolta continua...
Come diceva il poeta: «anche tu puoi contribuire con un verso».
Grazie fratelli!

sabato 1 febbraio 2014

Tesori nascosti. A Varese.


Gita alla Villa Cagnola di Gazzada.
Una collezione da Papi!

(da La Repubblica, Milano, venerdì 31 gennaio 2014)

Una facciata neoclassica coronata da una loggia in stile barocchetto lombardo; un giardino all'italiana così ordinato da fare invidia a Boboli (in questi giorni profuma di calicantus); una vista che abbraccia il lago di Varese, il Maggiore e spazia fino al Monte Rosa o anche più giù. La Villa Cagnola di Gazzada è una scoperta. Chiusi dietro la sua cancellata severa, sulla cima di una collina del Varesotto, non ci sono infatti solo un centro congressi e uno spazio ameno che d'estate allestisce concerti, ma c'è la lunga storia di una dimora di delizia che accolse nel tempo ospiti illustri e tuttora conserva una collezione d'arte dalla qualità museale, oltre a una raccolta di ceramiche, terza in Italia dopo Palazzo Madama a Torino e quella del Duca di Martina a Napoli. Uno scrigno dove, proprio in questi giorni, è rientrata, reduce dalla mostra del Mart di Trento dedicata ad Antonello da Messina, la splendida Madonna Cagnola, attribuita in passato ad Antonello e ora restituita alla mano di Zanetto Bugatto, cortigiano degli Sforza, mentre un altro capolavoro del Quattrocento, il San Francesco di Antonio Vivarini, sarà al centro domenica di una serata in villa, per la presentazione del suo restauro. L'occasione merita un passo, per non perdere l'apertura straordinaria della dimora e il tour guidato alle collezioni, visitabili solo su appuntamento. Si scoprirà così la vicenda di una residenza di campagna, abitata dalla famiglia Perabò, passata ai Melzi d'Eril e infine alla dinastia dei Cagnola. Giuseppe, il nonno, ritratto come un condottiero in un busto di marmo di Vincenzo Vela, si comprò la nobiltà rifocillando l'esercito austriaco all'epoca del dominio asburgico; Carlo, il figlio, senatore del Regno, era un grande viaggiatore e uomo del Risorgimento come lo immortalò il romantico Bertini, allievo di Hayez; mentre Guido, il nipote, intellettuale e diplomatico, arricchì con passione il suo patrimonio prima di donarlo, in assenza d'eredi, alla Santa Sede, negli anni Quaranta del Novecento. Due secoli e mezzo di investimenti, buoni rapporti e buone maniere che assicurarono alla villa una reputazione galante. Tanto da essere dipinta, nella sua veste settecentesca, da Bernardo Bellotto, signore del vedutismo veneto, in un'opera oggi a Brera, mentre i nobili di mezza Europa facevano a gara per soggiornare d'estate all'ombra dei suoi cedri, da Umberto I e la regina Margherita a Benedetto Croce, compresi il filosofo indiano Tagore e Geo Chàvez, l'aviatore peruviano che trasvolò per primo le Alpi e fece tappa a Varese. Attratti dai tesori della raccolta, dalle tavole di Bellini, dagli arazzi fiamminghi, dalle consolle di Maggiolini, dai capricci del Guardi o le ceramiche dei Della Robbia, approdarono anche grandi nomi del mondo della cultura, da Bernard Berenson ad Arrigo Boito, da Fernanda Wittgens, storica direttrice di Brera, al critico Roberto Longhi, mentre la Santa Sede vi ospitò il cardinale Montini, futuro Paolo VI, e in tempi più recenti Carlo Maria Martini, per le loro pause-relax dagli impegni ecclesiastici.

Villa Cagnola, Gazzada Schianno, info 0332.461304.