domenica 19 gennaio 2014

Ministro per un giorno.


Tanto per scherzare... ma anche no!

Ho rivisto di recente la bella pellicola di Ivan Reitman, Dave. Presidente per un giorno, con un Kevin Klein in ottima forma, e ho pensato di ispirarmi alla sua “praticità” di governo, inventandomi anche io, per un giorno, ministra ai beni culturali. Nessuna presunzione, per carità. Tanto più che Bray mi piace. Solo un po' di divertimento, condito con qualche soluzione pratica dovuta alla mia conoscenza (minima) del sistema museale americano... un po' più organizzato del nostro.
Tutto qui. Tanto per ridere, ma anche no.

Ecco i 14 punti della mia candidatura.

  1. Detraibilità totale, per le aziende private, delle sponsorizzazione a fini culturali.
  2. Opere d'arte di proprietà pubblica messe a garanzia reale degli investimenti esteri sul nostro paese.
  3. Quantificazione monetaria del patrimonio culturale pubblico, visibile e occulto, per poter procedere con il punto di cui sopra.
  4. Privilegiare - rispetto alle solite privatizzazione di parti del patrimonio statale (tipo spiagge, edifici storici o ex industriali) l'alienazione di opere d'arte scelte dal patrimonio occulto dimenticato nei depositi.
  5. Reinvestimento del ricavato del suddetto punto nelle strutture stesse che hanno venduto i beni e non nel calderone delle casse pubbliche. Questo comporterà una minore spesa da parte dello Stato o di amministrazioni locali per sovvenzioni a fondo perduto dei musei.
  1. Abbracciare il sistema anglosassone che concepisce i musei come aziende produttive, costrette a garantire utili per il proprio auto-sostentamento. Ne consegue una responsabilizzazione e incentivazione dei dirigenti in vista di una rendita adeguata che permetta di mantenere le collezioni, produrre mostre, investire nella programmazione e conquistare un bilancio in attivo. O, per cominciare, almeno in pareggio, in vista di un incremento del reddito su un periodo di tempo calcolato.
  2. Varare un sistema di prestiti delle opere ad altre istituzioni italiane o internazionali a fronte di fee adeguati.
  3. Ridurre i subappalti dei servizi legati a musei e altre istituzioni, come le caffetterie o i bookshop, gestiti invece direttamente dal museo, con strategie di marketing interne e rendite incamerate dalle casse stesse del museo. Una gestione aziendale dei servizi può garantire utili finalizzati alla rendita. Ciò presuppone una capacità manageriale della direzione, a fronte di una libertà d'azione che consenta a ogni istituto di ideare soluzioni accattivanti e produttive di merchandising (nel musei americani tocca l'80% dei ricavati) libere da regole imposte da un sistema centralizzato che oggi obbliga a standard di offerte limitate e mortifere.
  4. Investire i ricavati di una buona gestione manageriale del patrimonio in accoglienza e comunicazione, sposando le logiche dell'incoming turistico e coordinandosi con l'offerta turistica di ogni singolo territorio.
  5. Progettare e offrire a musei esteri l'esportazione in blocco di collezioni museali, in cambio di una percentuale pre-stabilita sui guadagni delle esposizioni; come attualmente fanno i musei francesi, sempre più spesso ospiti degli spazi italiani, che non ricambiano la visita. Ciò permetterebbe anche una circolazione delle opere usate a mo' di testimonial del nostro patrimonio, per una migliore promozione, diffusione di un brand, oltre a una elasticità negli allestimenti interni dei musei stessi costretti a cambiare le sale, mobilitare le opere, rinnovarsi continuamente.
  6. In caso di musei che non ottengano i risultati prospettati, provvedere all'accorpamento della gestione e delle collezione presso istituti più efficienti. Una strategia definita “a vasi comunicanti”, mobile ed elastica, che stimola la competitività fra istituti, la lotta per la sopravvivenza. Non del patrimonio, ovviamente, che in caso di fallimento verrebbe comunque inglobato da altre raccolte e valorizzato altrove, ma eliminando gestioni antiche, non produttive e gravose per le finanze pubbliche.
  7. Assunzione per meritocrazia (e non per anzianità o nepotismo) dei funzionari, con bandi ispirati alle caratteristiche dei bandi anglosassoni che privilegiano doti personali di abilità gestionale, creatività, spirito di squadra e ambizione.
  8. Licenziabilità di direttori o dello staff se i risultati non fossero confacenti all'investimento e alla rendita del museo.
  9. Ideazione di contratti a tempo, triennali o simili, svincolati dalla logica del dipendente pubblico, ma ricorrendo a liberi professionisti per le cariche di management e curatela.