venerdì 12 dicembre 2014

Anteprima

Art-bonus. 
Costi e benefici della nuova riforma Franceschini.

Ne hanno parlato ieri, al Chiostro di Voltorre, esperti giuristi, economisti e storici dell'arte.
Oltre a imprese pronte a sponsorizzare la cultura, a fronte di agevolazioni fiscali.
Appuntamento (su queste pagine) per un resoconto della giornata.
La speranza è l'ultima a morire... anche a Pompei!
Che attende fiduciosa i frutti del decreto.

domenica 7 dicembre 2014

A proposito di parrucchieri

Evviva la donna bionica con la chioma spettinata.


Premetto che, di norma, non amo gli articoli che incensano le donne lavoratrici, le mamme wonder woman, il multitasking femminile inteso come condizione eccezionale ed encomiabile. Non li amo perché penso sempre che, incensare una cosa, contribuisca a metterne in evidenza la rarità. Mentre la figura della “donna in carriera” (o semplicemente della donna che si fa un paiolo così per mantenere se stessa e gli altri) è una costante, un dato acquisito e, come tale, dovrebbe essere considerato e rispettato. Senza retorica.


Detto ciò, sfogliando l'ultimo numero di D di Repubblica, mi sono imbattuta ieri in un servizio sulla top model brasiliana di origine tedesca, Gisele Bündchen che, a 34 anni, pare sia la modella più pagata del mondo. Ovviamente bellissima, mamma di due figli e ragazza copertina di Chanel N.5.
In un occhiello l'articolo recita: «Su internet ha postato una foto da mamma bionica, in cui allatta la piccola Vivian, circondata da una folla di manicure, truccatori e parrucchieri».
Felice per Gisele, ma mi sembra che il titolista abbia uno strano concetto di donna bionica. In base alla mia esperienza, la cyber-mamma è quella che, mentre allatta, studia, fa concorsi, colloqui, risponde alle mail, al telefono, al fax, consola la collega depressa, coccola il marito disoccupato, completa progetti in notturna da consegnare in ufficio il giorno seguente, e intanto carica la lavatrice, surgela gli avanzi e porta a spasso il cane moderando una conference call. E, la vera mamma bionica – cara Gisele (e caro titolista snobbone) – generalmente non guadagna 47 milioni di dollari in un anno; va dal parrucchiere quando la ricrescita è larga come la faglia di Sant'Andrea e, durante le riunioni, nasconde le mani sotto i block notes, perché ha passato la notte a mangiarsi le unghie dallo stress.
Giuro che, da domani, torno a parlare di arte!


mercoledì 3 dicembre 2014

Forte e Chiara

Lezioni di sostenibilità dal parrucchiere.
Che ha più stile di Expo.

E più rispetto delle nostre risorse.

Mentre il Museo di storia naturale di Milano ospita l'ennesima mostra sul food (l'immagine grafica è una cipolla sbucciata!) e mentre Expo sfoggia in tv slogan mangerecci, spot che celebrano la cucina e immagini pubblicitarie con pizze e panzerotti, una lezione sul vero tema dell'alimentazione – che non significa solo ingozzarsi, ma anche nutrire il cervello – viene dal mio parrucchiere.
Strano ma vero, fra uno shampoo e una phonata, mi racconta con orgoglio la storia di un'azienda specialista in prodotti per i capelli che, a Parma, da trent'anni pensa alla bellezza nel rispetto dell'ambiente. Ciò vuol dire che, in flaconi di plastica riciclata e riciclabile (dopo aver finito il balsamo potete usarli per metterci anche il latte o la salsa!), vengono conservati trattamenti per la chioma a impatto zero per il pianeta.
Realizzati servendosi solo di risorse energetiche rinnovabili e attingendo ai principi attivi di frutta e verdura fornita da produttori altrettanto bio, ecco allora colori, spume, creme e conditioner fatti coi pomodori e i cetrioli, con le piante medicinali e aromatiche, con amidi naturali, estratti di malto, nocciole, mirto, rucola o sambuco, oli di oliva e latte di mandorla. Ricette per uno styling ecologico che ha aderito, da qualche anno, al progetto LifeGate's contro le emissioni di Co2 generate dalla produzione dei packaging, secondo quanto stabilito dal Protocollo di Kyoto.
Ma è possibile che questa lezione di sostenibilità venga da un salone di bellezza, mentre da Expo arrivano solo messaggi stile masterchef? Io, invece dei segreti culinari per scoprire come cuocere i bucatini, mi aspetterei di trovare l'anno prossimo, in tavola, argomenti come questi: che parlino di prodotti naturali, riduzione degli impatti ambientali, distribuzione a km zero, cooperazione fra aziende... perché i banchetti coi piatti tipici si possono trovare nella food-court di qualsiasi mall di provincia.
Per concludere, nel caso vi interessi la lavata di capo "equa e solidale", l'azienda di Parma si chiama Davines, ha un sito ricco di spiegazioni e, per la cronaca, io ho testato i prodotti con ottimi risultati, compreso lo shampoo al pomodoro, che non mi ha trasformata in un vegetale ma mi ha regalato una una pettinatura liscia come l'olio. Extravergine, of course...

venerdì 21 novembre 2014

Belle scoperte

Il fante con lo stivale ricamato.
Alla Rocca di Angera, lavori in corso nella Sala della Giustizia.
Un ciclo di affreschi racconta la guerra lampo dei Visconti.
E spunta, sotto la calce, lo stivaletto di un soldato stremato dai combattimenti.


I cavalieri, le armi e gli amori. Pochi amori, per la verità, e molte armi, scudi, spade, vessilli e lance in resta, nel ciclo di affreschi medievali più bellicosi della Lombardia. È quello che, alla Rocca di Angera, nella sala della Giustizia (il nome lo deve all'effige della Giustizia in trono, capolavoro di eleganza cortese, raffigurata sul muro a nord), narra gli episodi della Battaglia di Desio, combattuta nel gennaio polare del 1277 dai Visconti contro i Torriani per il dominio del territorio di Milano. Il fatto sanguinoso vide la famiglia Della Torre annientata dalla strategia militare dei futuri Duchi, in un testa a testa durato l'arco di una notte. Una guerra lampo che il pittore ingaggiato dai Visconti per celebrare, nella loro antica Rocca sul Lago Maggiore, l'impresa e la vittoria, dipinse a poche ore dalla fine delle ostilità, col piglio del cronista, così informato sui fatti da raccontarli di getto. E con dovizia di particolari, a giudicare dal resoconto accurato, dipanato in sette capitoli densi di notizie in diretta dal fronte, raccolte da un maestro sul quale, oggi, si sono accesi i riflettori. Mentre gli storici dell'arte discutono l'enigma della sua identità (niente nome ma, visti i committenti illustri, pare fosse piuttosto quotato), la famiglia Borromeo, proprietaria della Rocca sin dalla metà del Quattrocento, dopo la caduta dei Visconti, ha affidato al laboratorio milanese di Carlotta Beccaria – che da anni segue le proprietà dei principi, compresa la quadreria dell'Isola Bella – il restauro degli affreschi. Avviato a settembre e pronto a chiudersi per Natale, il cantiere è stato presentato ieri in anteprima alla stampa con una visita a cuore aperto delle immagini affrescate, molte delle quali emerse sotto strati di calce che ha nascosto per secoli alcuni brani dell'episodio. Come l'armigero spossato dal combattimento, seduto in un angolo e affiorato giusto ieri, con il suo stivaletto di pelle ricamato, sotto la spugna bagnata di una restauratrice del team. «Ogni giorno è una scoperta» racconta Carlotta Beccaria, «le scene principali erano già visibili, ma ci sono figure ancora da salvare». Soldati d'inverno, con le loro corazze pesanti e preziose, schierati davanti al loro Signore, Ottone Visconti ritratto nell'atto di benedire il nemico vinto, Napo Della Torre, prima di sprangarlo nella torre di Baradello, vicino a Como, e lasciarlo morire di fame, come il Conte Ugolino di Dante. Poveretto. Per fortuna che Ottone, oltre a essere condottiero, fu pure l'arcivescovo di Milano. Ma la clemenza non era una dote di famiglia, basti pensare al pro-nipote Bernabò, spietato e crudele, raffigurato nella splendida arca di Bonino da Campione al Museo d'arte antica del Castello Sforzesco, a sua volta avvelenato dal nipote Gian Galeazzo. Parenti serpenti, eredi di una saga familiare di cui il misterioso Maestro di Angera scrisse, nella Rocca, la prima pagina. Chiusi i restauri, il pubblico potrà visitare il complesso da febbraio, fra lotte e parate di questo mestiere delle armi... e della pittura.
(da La Repubblica,  20 novembre 2014)

lunedì 17 novembre 2014

Non serve essere economisti per capire che...


La cultura a costo zero non produce cultura.
Ma volontari volenterosi e specialisti disoccupati.

Nel caos delle novità (più o meno felici) varate dal ministero, spunta in questi giorni la proposta d'incremento dei servizi di volontariato.
Mentre, a Milano, si cercano ancora volontari per un Expo che ha bruciato i suoi fondi in maxi-compensi ingiustificati, a Roma la Soprintendenza sta inseguendo volontari per i musei pubblici e anche associazioni disponibili a occuparsi di aree archeologiche comunali. Mentre i volontari del FAI e del Touring tengono aperte le dimore storiche, le amministrazioni comunali continuano ad affidare le pratiche dei settori-cultura a stagisti e obiettori.
Premesso che il volontariato è importante, crediamo che debba tuttavia affiancare e non sostituire cariche specifiche. Tanto più che, con la scusa dei volontari, le cariche ricoperte da free lance o da personale qualificate assunte a contratto, vengono oggi tagliate per ridurre drasticamente i costi. E così ci ritroviamo con servizi di accoglienza, vigilanza, catalogazione e persino di ricerca inadeguati e improvvisati, a causa della presenza di figure volenterose, ma non necessariamente preparate e organizzate.
Questo fa tornare a riflettere sul nervo scoperto di tutta la questione culturale, eternamente irrisolta in Italia: come guadagnare dalla cultura, per non ricorrere a soluzioni a costo zero. Mortificanti.
Va benissimo parlare di conservazione e valorizzazione, ma sarebbe utile imparare a ragionare in termini di introiti, di ricavo, di profitto. E persino di speculazione, se questo significa sfruttare al meglio le nostre risorse, per aiutarle a rendere e per reinvestire il gettito proprio negli stessi processi di conservazione e valorizzazione.
Ancora una volta, tocca citare l'esempio anglosassone, dove il volontariato (nei musei sono attivi servizi di formazione accuratissimi per volontari efficienti, che sfoggiano divise lucidate e non si appisolano sulle poltrone in tenuta da camera), spalleggia le attività ordinarie di gestione, curate dagli specialisti di ogni settore. E questo accade, non perché inglesi e americani sia più ricchi, ma perché ci credono e basta! Credono che il museo sia un luogo sociale, sia un patrimonio della collettività. Amano la “cosa pubblica” e investono nelle risorse culturali. Anche quando sono poche, come nel caso dei musei a nord della west-coast, costruiti con niente sul niente, eppure dotati di sevizi e staff da favola.
Come fanno? Semplice, guadagnano.
Dai biglietti, che non costano 5 euro come al Castello Sforzesco di Milano, ma 15 dollari, come nelle grandi mostre a Palazzo Reale che – guarda caso – non finiscono nelle casse di Palazzo Reale, ma nelle tasche delle società produttrici, incistate come organismi alieni. In sintesi: Palazzo Reale non ci ha messo un ghello, non ci guadagna un ghello.
E guadagnano anche dai servizi: caffetterie attraenti e bookshop zeppi di gadget che, in Italia, il Mibact controlla e censura se ritenuti troppo ludici o ameni da squalificare il profilo della nostra cultura superiore. Snobismo decisamente fuori luogo.
Guadagnano, soprattutto, dalle donazioni che i visitatori (innamorati e rispettosi, appunto, della “cosa pubblica”) firmano a sostegno di un luogo che li rappresenta. All'ingresso di molti istituti stranieri, anche in Francia e Germania, brillano le targhe d'ottone con l'elenco dei benefattori e la cifra esatta che è stata versata a sostegno del museo.
Volete sapere il paradosso? Nel nostro paese questo non sarebbe possibile, perché le donazioni non sono, per legge, veicolate verso il destinatario della donazione stessa. Ovvero, un museo non ha il diritto di introitare i fondi che gli vengono generosamente destinati. E neppure quelli che ha guadagnato da solo, con l'olio di gomito di specialisti e pure di volontari. Al museo del Novecento di Milano, gli incassi delle splendide Card dedicate alle attività culturali, finiscono nelle casse del Comune, che può decidere come spenderli a suo piacimento. A Brera, per la grande mostra in arrivo a dicembre su Bramante, la soprintendente Sandrina Bandera ha dovuto ricorrere all'avvocatura di Stato, inventandosi una formula giuridica di collaborazione speciale, per incamerare i 300mila euro che Giorgio Armani ha scucito come sponsor unico della mostra. Altrimenti, anche quelli, sarebbero finiti nelle casse generali. E buonanotte sognatori.
Vizi di un sistema che continua a raggirare l'ostacolo. Che parla di riforme e non affronta questo punto fragile. Per cecità o per furbizia. Con il risultato che i musei avvizziscono, i volontari dormono, i professionisti preferiscono investire il tempo in incarichi paralleli e privati (meglio retribuiti), sottraendolo alla cura di un luogo che non restituisce nulla all'impegno.
Io non so gli altri, ma se a me chiedessero di farmi in quattro per guadagnare soldi destinati a finire altrove, probabilmente limiterei la fatica e delegherei il resto al volontario di turno, consapevole, sin dall'inizio, di non guadagnarci nulla.

martedì 11 novembre 2014

Viaggio in Lombardia

L'umanità di San Salvatore.
Il medioevo in un affresco.

Un guscio costruito con ciottoli di fiume e pietra serena nasconde un piccolo capolavoro d'arte romanica in Lombardia. È il ciclo degli affreschi di San Salvatore a nord di Casorezzo, vicino Milano, sulla strada che un tempo portava i viaggiatori da Pavia oltre le Alpi, attraverso una pianura verde di pini e di ciliegi.
Ancora poco studiato, ma al centro di un progetto di recupero e di valorizzazione, questo oratorio campestre custodisce immagini commoventi. Che ricordano quelle di Galliano, a San Vincenzo, o di Civate, in San Pietro al Monte. Meno note, ma forse più toccanti. Per l'umanità che distingue i personaggi delle scene sopravvissute ai secoli: le Storie di Maria, dell'infanzia di Cristo e della Passione.
Come la Visitazione della Vergine a Elisabetta, che strappa un applauso per il gesto della cugina: la sua mano poggia delicatamente sul ventre che custodisce il bambino. Un inno al naturalismo lombardo, al senso per la vita, per il corpo e per la terra di una pittura ispirata alla realtà delle cose e dei sentimenti.

Il ciclo degli affreschi di San Salvatore a Casorezzo e in corsa per ottenere il patrocinio del FAI nei suoi “luoghi del cuore”. Occorrono voti per salvare una perla.

Ecco il link per partecipare. Votate subito!

venerdì 31 ottobre 2014

Pillole da Nuoro / 3


Fragili e insieme statuarie.
Le figure sedute di Giacometti rievocano gesti e sguardi lontani.
E una solennità, che mette tutti in ginocchio!

Il motivo delle figure sedute – nei ritratti della moglie Annette, del fratello Diego o dell'amico fotografo di origine rumena Elie Lotar – rievoca le pose delle statue templari egizie inginocchiate, l'iconografia degli oranti con le braccia stese sulle cosce e le mani aperte sulle ginocchia, oppure delle prefiche che, nel mondo antico, piangevano i defunti genuflesse sui giacigli.
Niente atti plateali, solo grande austerità e compostezza.
Doti condivise dalla statuaria tipica di altri popoli, fra cui i Baulé della Costa d'Avorio che vedevano nei simulacri del genere blolo bla “gli sposi” e “le spose dell’aldilà”, il culto di un'anima prenatale, lasciata nel regno dei morti al momento della nascita sulla terra e raffigurata come un'entità in trono, una dea dall'espressione malinconica ma solenne. 

martedì 28 ottobre 2014

Pillole da Nuoro/2

A un passo dal tempo. 
Giacometti e gli egizi. Mai così vicini.

Bronzetto di Neferhotep gradiente  
XXVI - XXX dinastia, 
Museo Archeologico di Bologna
Sono molti i disegni di Giacometti ispirati alle sculture egiziane tracciati su carte sparse o a margine dei libri. 
Già nel 1917, all'epoca dei suoi studi alla scuola evangelica di Schiers, l'artista manifestò la passione per questa antica civiltà elaborando una tesina sul valore dell'arte dell'antico Egitto, a suo giudizio superiore rispetto a quella della Grecia classica o del mondo romano. 
Giudizio confermato con forza dopo le visite al Museo Archeologico di Firenze e ai Musei Vaticani, che lo lasciarono stupefatto. 
Preso dall'eccitazione della scoperta, scrisse ai genitori: «Le sculture egiziane hanno una grandezza, un ritmo della linea e della forma, una perfetta tecnica come dopo più nessuno trovò. Tutto è lavorato e ponderato sino all'ultima conseguenza e non c'è un'ombra un po' troppo forte o debole, non una linea o forma che stona, non un buco dove metterci un dito».
Solenni e imperturbabili davanti a lui si stagliavano le effigi della Regina Nefertiti, di Re Chefren o delle dame di corte della III dinastia di cui, al Louvre, nelle sue passeggiate domenicali, ammirò le fogge maestose e assolute. 

lunedì 27 ottobre 2014

Pillole da Nuoro

Alberto Giacometti e l'arcaico al Museo MAN.
Trenta capolavori del maestro svizzero dialogano con reperti egizi, etruschi, nuragici, africani.
Quando passato e presente si toccano.
Per voi, la storia (a puntate) di una mostra che merita il viaggio.

Nel maggio del 1920, durante il suo soggiorno di studio a Padova e a Venezia, in visita alle opere di Giotto e Tintoretto, Giacometti rimase folgorato da una visione che, anni dopo, si tradusse nella serie delle Femmes de Venise. «La sera tutte queste sensazioni contraddittorie vennero vanificate dalla vista di due o tre fanciulle che camminavano davanti a me. Mi parvero immense, al di là di ogni nozione di misura e tutto il loro essere e i loro movimenti erano carichi di una violenza spaventosa. Le guardavo come in preda a un'allucinazione, invaso da una sensazione di terrore. Era come uno squarcio nella realtà. Il senso e i rapporti fra le cose erano cambiati. Nello stesso tempo i Tintoretto e i Giotto si facevano piccoli, deboli, muti e inconsistenti, simili a un ingenuo balbettio, timido e goffo. Eppure ciò a cui tanto tenevo nel Tintoretto era un pallido riflesso di quella apparizione e compresi allora perché, a ogni costo, non lo volevo perder. Quello stesso bagliore lo ritrovai, ma molto più intenso, lo stesso autunno, dapprima a Firenze, in un busto egizio, la prima testa che mi parve davvero somigliante e, in seguito, nei Cimabue di Assisi che mi colmarono di una gioia immensa». 

lunedì 20 ottobre 2014

La mostra (che non ci possiamo permettere)

Bramantino.
L'ermetico lombardo. A Lugano. 

I Santi dalla pelle lunare, la Madonne assorte nei pensieri più inquieti, le atmosfere glaciali, il silenzio metafisico. Le immagini del Bramantino si riconoscono subito dalla dose di ansietà chiusa in ogni dettaglio. Le scogliere aguzze dentro cui sono scavati templi arcaici, come scenografie di un'era futura. I personaggi ambigui che si muovono nell'ombra, estranei alle iconografie classiche, imperatori romani, sibille o poeti greci assiepati ai margini di una natività, sullo sfondo di un compianto. E, ancora, i simboli oscuri, indecifrabili, una conchiglia spezzata, un turbante mediorientale, uno zoo di creature misteriose che giocano a nascondino fra i piedi degli apostoli scalzi. Con un soprannome che tradiva un debito verso il genio (Bramante) marchigiano, di cui fu allievo protetto, sin dal suo approdo da Bergamo a Milano nel 1486, Bartolomeo Suardi (1465-1530) s'è guadagnato nel Novecento – per merito delle sue sciarade elette a forma d'arte – un altro epiteto attraente. “L’ermetico lombardo” lo battezzò infatti lo storico Gian Alberto Dell’Acqua pensando agli enigmi di un autore coltissimo cui si deve la grande svolta della pittura in Lombardia, passata dal naturalismo tradizionale alla maniera moderna, intellettuale, assoluta del suo Rinascimento cerebrale. Lo racconta bene, per tappe e per raffronti con le ricerche di maestri e discepoli, la mostra curata da Mauro Natale al Museo Cantonale di Lugano dove cinquanta opere svelano tutto il suo percorso. La formazione da orafo, la collaborazione con Bramante, il viaggio a Roma e il ritorno umiliato dalle dolcezze “facili” di Raffaello, la maturità di stile e l'influsso che esercitò su Luini e Zenale. Passando dalle tavole giovanili, una Madonna spigolosa del Fine Arts di Boston, ai capolavori come L'adorazione della National di Londra, fino all'ultima Fuga in Egitto, custodita in Ticino, nel santuario di Orselina, e restaurata in occasione della mostra, il dubbio sorge spontaneo: perché, mentre Milano sventola le mostre di Chagall o Van Gogh, tocca agli svizzeri presentare uno studio rigoroso su un talento milanese che, due anni fa, al Castello Sforzesco, conquistò a fatica una mostra con soli pezzi a km zero?

(da La Repubblica, 18 ottobre 2014)
Museo Cantonale, Lugano, via Canova 10, fino al 11 gennaio, mar 14-18 mer-dom 10-18

info 0041.91.8157971.

sabato 18 ottobre 2014

Il dubbio

... del sabato mattina

Perché, nel nostro paese, 
tutti vogliono fare un lavoro che non gli appartiene?



Perché, con tutti i grandi e bravi scultori di cui è ricco il nostro paese (ma anche l'Europa, se volessimo essere comunitari) la Veneranda Biblioteca Ambrosiana ha affidato a un architetto, il polacco Daniel Libeskind, la realizzazione della scultura ispirata agli studi matematici di Leonardo contenuti nel Codice Atlantico. Essere una archistar gettonata non vuol dire sapersi confrontare con un “mestiere” che non è il proprio. E il risultato si vede. La “Leonard Icon” - già il titolo è un capolavoro di anonimato – non dialoga con lo spazio circostante, con l'ambiente che la ospita, è rigida, fredda e insignificante. È un progetto tridimensionale frutto di un (brutto) studio compositivo creato col Cad. Senz'anima, senza pensiero, senza conoscenza dei segreti dello scultore: il sesto senso per la composizione perfetta e insieme espressiva, la sintonia coi materiali forgiati con sapienza e non assemblati in ferramenta.

venerdì 17 ottobre 2014

La mostra (da non perdere)

Nel blu dipinto da Klein.
E camminando nella luce di Fontana.
Al Museo del Novecento di Milano, la storia di un'amicizia creativa... che ha fatto storia.


Uno sognava di firmare il cielo col proprio nome per farne un'opera dai confini infiniti. L'altro tagliava le tele con il gesto netto di un rasoio per lasciar passare l'aria nei quadri, come finestre aperte sullo spazio. Yves Klein (1928-1962) e Lucio Fontana (1899-1968) avevano tante cose in comune. In primo luogo, una sintonia di pensiero a cui il Museo del Novecento, dedicata una mostra capace di rievocare tutte le affinità di questa coppia d'oro dei favolosi anni Sessanta, compresa una amicizia sincera. Quella sbocciata nel gennaio del 1957 quando l'artista di Nizza espose i suoi monocromi blu alla Galleria Apollinaire di Milano, con una presentazione di Restany, e Fontana vi comprò subito un quadro affascinato dalla sua idea di affidare a un solo colore il respiro assoluto del mondo. Fra i due nacque l'intesa. Fontana gli presentò gli amici galleristi italiani, oltre a Bruno Munari che, a sua volta, acquistò un lavoro. E, il francese, ricambiò la cortesia, introducendolo nel mondo dell'arte di Parigi, contribuendo al boom della sua fama in Europa. Entrambi ansiosi di rinnovare il concetto di arte, immaginavano opere senza limiti, andando a caccia del vuoto che frulla intorno alle cose, di una quarta dimensione dove lo spettatore potesse entrare e diventare protagonista. Klein con le sue performance, in cui le modelle nude intinte nel colore (il famoso IKB, International Klein Blue, passato dall'ufficio brevetti!) si spalmavano sulle tele per dimostrare la creazione spontanea della forma. Fontana costruendo ambienti spaziali, stanze da attraversare, illuminate da arabeschi di tubi al neon, come quello storico della IX Triennale del 1951, che oggi si affaccia, dal Novecento, sul sagrato del Duomo. Proprio sotto la sua luce lattiginosa, è ricreata una vasca di pigmento blu oltremare, revival della installazione di Pigment pur, presentata nel 1957 alla Galerie Allendy di Parigi. Una mostra da dieci e lode per un museo che costruisce progetti, valorizza le sue collezioni e i curatori milanesi, visto l'impegno messo da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, coordinati a meraviglia con gli Archives Klein di Parigi.

(dal Tuttomilano di giovedì 16 ottobre 2013)

Klein Fontana. Milano-Parigi, 1957-1962
Museo del Novecento, via Marconi 1
inaugurazione: martedì 21 ore 18
fino al 15 marzo
orari: lun 14.30-19.30 mar-dom 9.30-19.30 gio-sab 9.30-22.30
info 02.884.44061

lunedì 13 ottobre 2014

Un museo da colossal



L’Hermitage di San Pietroburgo, protagonista di una pellicola da Oscar.
Il mio articolo sulla Repubblica di domani.
Una “one night only” in 140 sale italiane.
Rimarrete incollati alla poltrona per 83 minuti di passione e sentimento.




ecco il link per un trailer in stile Hollywood.
http://www.nexodigital.it/1/id_373/La-Grande-Arte-al-cinema.asp

domenica 12 ottobre 2014

Buone notizie dal mondo dell'arte

Arriva al Museo del Novecento di Milano
la grande mostra su Fontana e Klein.
La coppia d'oro (e blu!) degli anni Cinquanta.
Ma la vera novità sta nella coppia dei curatori.
Finalmente milanesi.
Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti.
In risposta alla tendenza esterofila dei soliti musei, spazio ai nostri cervelli!
E i risultati si vedono: la mostra ha un pensiero scientifico alle spalle. Un progetto di ricerca. Una nuova storia da raccontare.
Niente a che vedere con un pacchetto precotto.
In calendario dal 21 ottobre.





sabato 27 settembre 2014

Il monopolio culturale

1984, trent'anni dopo.
Le grandi società dettano legge sulla cultura. 
E guai a chi alza la testa.

«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato».
Lo scriveva Orwell nel suo visionario (ma neanche tanto...) «1984», capolavoro di ossessione e di denuncia di un controllo superiore che appiattisce le menti. Può sembrare un po' eccessivo paragonare la situazione culturale del nostro paese a questo gioiello pungente della letteratura ma, davanti a episodi recenti di censura del libero giudizio, mi sento un po' come il signor Winston (il protagonista del libro) impegnato a esprimere il suo malcontento in un diario zeppo di appunti violenti contro l'ideologia dominante.
Commetterò forse uno “psicoreato” opponendomi alla “neolingua” imposta dalla dottrina del “Ingsoc” e al suo motto L'ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù? Pazienza. Fatto sta che, in un paese ricco di tesori come il nostro, coi depositi dei musei che brulicano di opere nascoste e con una storia personale piena di autori da celebrare, scoprire, esporre, tirare fuori dai cassetti ed essere orgogliosi di averlo fatto, è deprimente fare la figura degli spiantati, bisognosi di importare prodotti altrui, di raccontare la storia degli altri in assenza di una propria.
Stabilito che l'Italian Pride non è mai stato il nostro forte, nel mondo dell'arte come in molti altri settori, il biasimo va diritto a quelle amministrazioni che, per non caricarsi di problemi organizzativi e di gestione, oltre che di un minimo di creatività e auto-promozione, preferiscono appaltare la cultura a chi lo fa di mestiere. E che non si preoccupa certo di produrre contenuti qualitativi, ma solo reddito per le proprie casse. Parliamo, nel caso dei musei, delle società che vendono mostre (si definiscono “mostrifici”, quasi a farne un vezzo) e che millantano doti illuminate da mecenati sventolando il rischio d'impresa, ben consapevoli dei numeri garantiti a fronte di grandi nomi in cartellone. È come se la Columbia Pictures si preoccupasse di non raggiungere il break even lanciando nelle sale il supereroe di turno o l'ultimo OO7.
I supereroi dell'arte, come Van Gogh, Chagall, Picasso, Monet, sono successi assicurati. E, per il pubblico, è bello tornare a vederli anche cento volte; The Amazing Spider-man io l'ho rivisto per mesi, ma nessuno ha mai cercato di convincermi che fosse Kubrick! È giusto insomma che il pubblico scelga con cognizione di causa, che conosca il valore di ciò che vede e i meccanismi che si agitano alle spalle. Nulla di grave. Solo trasparenza. Che tuttavia non c'è quando un Comune si dichiara “produttore” di mostre e poi si scopre che, dall'ideazione all'allestimento, è stato tutto subappaltato a società specializzate. Che non c'è neppure quando i giornali ospitano articoli a piene pagine o i telegiornali dedicano servizi interi a questi eventi senza fare luccicare in un angolo la scritta onesta “pubblicità”. E che non c'è, soprattutto, quando le società storcono il naso leggendo le critiche non prezzolate sui quotidiani e magari si permettono di minacciare i giornalisti e i critici che le hanno vergate perché non allineati all'opinione comune (la loro).
Quando nel secondo dopoguerra, la critica sui giornali la facevano personaggi come Testori o Leonardo Borgese, bacchettando le mostre che all'epoca erano davvero frutto di progetti ragionati, costosi e rischiosi, non mi sembra che nessuno abbia rimbrottato le loro riflessioni negative giudicandoli «duri d'orecchi» o «provinciali». Era cultura e basta. Le mostre erano fatte per aggiungere tasselli nuovi alla storia dell'arte. Gli articoli erano scritti per commentare la qualità dei quei tasselli. E il dibattito era aperto. E tutti potevano partecipare con un verso.
Oggi il Grande Fratello delle mostre ci impone pacchetti precotti, ci dice quali autori vedere e cosa pensare di loro. In questo monopolio culturale che stranamente riguarda quasi solo il mondo delle mostre (perché non mi risulta che la Scala sia mai stata affittata alla Sony perché ci faccia concerti in linea con le sue etichette), si salvano alcuni baluardi italiani che, nonostante i tagli alla cultura, preferiscono scommettere su una mostra all'anno (e non quattro in un mese) investendo nei propri brand. Basti pensare alle mostre di Palazzo Madama, ai Musei Civici di Venezia o alla grande antologica del Veronese allestita a Verona promossa e organizzata dal Comune di Verona, dalla Direzione Musei e Monumenti, insieme con l’Università degli Studi di Verona e la Soprintendenza di Verona, Rovigo e Vicenza, in associazione (guarda un po'...) con la National Gallery di Londra, che da sempre insegna al mondo come scommettere con intelligenza e reale rischio d'impresa su prodotti culturali che abbiano un senso, un fine intellettuale e non solo speculativo. Niente subappalti né monopoli per un'istituzione che ha rispetto dei suoi visitatori e delle loro menti libere.  


mercoledì 24 settembre 2014

Anteprima

In arrivo sabato, on line
Il monopolio culturale

Quando le mostre sono in mano alle grandi società che dettano legge sui contenuti.
Come se, al cinema, si potessero vedere solo film dello stesso regista e della stessa casa di produzione.
Addio alle etichette indipendenti e ai progetti di qualità.
Ma l'anti-trust è in agguato. Forse.




La mostra

Segantini. Il gigante della montagna.
Un progetto scientifico che fa fare la pace con Palazzo Reale 
e la sua politica esterofila.

Il pittore della montagna, che sognava di salire in vetta per essere sempre più vicino al cielo. È un Giovanni Segantini (1858-1899) pieno d'aria e di vento quello che è arrivato ieri sera a Palazzo Reale per un'antologica incantevole. Centoventi le opere firmate dal maestro dell'Ottocento italiano, signore delle Alpi e dei prati rigogliosi, della neve e del silenzio. Scenari entrati nell'immaginario comune per gli orizzonti immensi che abbracciano le catene dell'Engadina con la potenza di un grandangolo in pittura. Proprio zoomando sul sentimento panico del creato, sulla sintonia del suo cuore silvestre con le forze della natura, il percorso propone una lettura ragionata che non si limita a mettere in fila capolavori, ma ne spiega la genesi, i simboli, l'evoluzione, complice un fondo di disegni testimoni di ogni fase di studio, di ogni dettaglio costruito in autonomia prima di ricomporsi, come un mosaico, in una visione totale. Un lavoro di analisi reso possibile grazie alla curatela scientifica di chi, Segantini, l'ha esplorato per decenni: Annie-Paule Quinsac, autrice del catalogo generale, e Diana Segantini, la pronipote che, come lui, ha le vette nel sangue. Insieme hanno coordinato l'esposizione prodotta da Skira con la Fondazione Mazzotta (il catalogo è una favola); la più grande da quella di Trento dell'87 e la più importante insieme al recente appuntamento alla Fondazione Beyeler di Basilea. Pochi precedenti per un nome che meritava davvero un «ritorno a Milano», come recita il titolo sui manifesti, pensando alla sua lunga assenza dal sistema delle mostre in città – l'ultima in Permanente negli anni Settanta, ma molti quadri oggi esposti si possono apprezzare in pianta stabile alla Gam di via Palestro – e che allude anche a un ritorno ideale nella Milano che lo accolse da ragazzo, dopo il suo arrivo orfano e disperato dal Tirolo, che lo vide crescere sui banchi di Brera, trasferirsi in Brianza e poi scappare fra i boschi e le cime lontane. Via, per sempre.
Preceduta da un calendario di conferenze sul tema della montagna curate da Pietro Bellasi per il Consolato Svizzero in preparazione della mostra (idea fortunata, visto che la replicheranno gli organizzatori della mostra su Van Gogh), Segantini e il suo inno a un'armonia superiore fanno fare pace con Palazzo Reale e il suo trend esterofilo. Subito, dalla prima sala, dagli autoritratti magnetici che bucano la carta, si capisce che il viaggio è iniziatico; le nature morte giovanili mescolano scuola barocca e senso di precarietà, i primi scorci campestri, i temporali, la fatica di vivere dei contadini gravano come macigni fino al momento in cui la fuga gli spalanca i polmoni e intona la sua ode epica alla valle e al mondo. Se l'istinto, davanti a soggetti come Riposo all'ombra o Mezzogiorno sulle Alpi, è quello di osservarli da vicino per contare le schegge di colore della sua maniera “divisa” per poi indietreggiare e vedere i toni fondersi, la sorpresa viene dall'incontro con opere ipnotiche come A messa prima, dove una scalinata grigia inghiotte un parroco strizzato dalla melanconia, o Ave Maria a trasbordo col suo senso del sacro alle stelle, arrivata dal Museo Segantini di St. Moritz insieme ad altri pezzi importanti. Tranne il celebre Trittico delle Alpi, che non esce mai, ma è evocato dagli studi che lo generarono, lasciati incompiuti quando Giovanni, rapito dalla sua montagna incantata, a picco su Pontresina, morì quarantenne per un attacco di peritonite, troppo lontano dal mondo perché il mondo potesse salvarlo.


Palazzo Reale, fino al 18 gennaio 2015, lun 14.30-19.30; mar-dom 9.30-19.30; gio e sab 9.30-22.30, 12/6 euro, info 02.92800375.

(da La Repubblica, 18 settembre 2014)

sabato 13 settembre 2014

La mostra (da non perdere)

In arrivo al Museo Man di Nuoro
A un passo dal tempo. Giacometti e l'arcaico
La Sardegna, in ottobre, è un capolavoro!


«Si erge davanti a me tutta l’arte del passato, d’ogni tempo, 
d’ogni civiltà, tutto si fa simultaneo, 
quasi lo spazio avesse preso il posto del tempo. 
I ricordi delle opere d’arte si fondono con ricordi affettivi, 
col mio lavoro, con tutta la mia vita».
Alberto Giacometti, in L. Carluccio, Le copie dal passato, 1967

il link del giorno

martedì 9 settembre 2014

Pillole da Saint Paul de Vence

La cappella dei penitenti bianchi.
Ultimo gioiello di Folon. Il signore del cielo.
Quando l'arte è sacra.

Una cappella del XVII secolo legata alla confraternita dei "penitenti bianchi" che, a Saint Paul de Vence, pregarono e predicarono per duecento anni, dalla fine del Cinquecento in avanti. Qui, nel 2005, Folon, l'artista belga famoso per i suoi omini dal cappotto ben allacciato, la bombetta e le mani tese verso un cielo che consola, ha firmato la sua ultima opera prima di scomparire. Un intervento ambientale che si dipana lungo la navata, nell'abside e nelle vetrate, fra pittura, mosaico e smalti lucidi come pietre dure. Un capolavoro avvolgente rievoca il suo mondo trasognato, popolato di figure gentili in omaggio alla missione degli antichi penitenti votati al supporto degli altri. Una luce nivea invade la cappella e illumina i colori solari del maestro e le sculture che dialogano, al centro dell'aula, con le scene dipinte. Una grande mano sull'altare, aperta come un nido, solleva dal terra un personaggio  sereno. Un'altra figura amena, al centro di una fonte, abbraccia i colombi che si posano su di lei, come sui rami di un albero accogliente. Buoni sentimenti per un autore pieno di grazia!

sabato 6 settembre 2014

Il dubbio del sabato mattina

L'arte che paga il museo che guadagna.


Il direttore di un museo americano guadagna in media 250mila dollari l'anno. Il direttore di un museo pubblico italiano guadagna invece in media 2.500 euro al mese. I musei americani sono aziende con il bilancio in attivo nel 75% dei casi. I musei italiani carrozzoni in perdita costante nel 98,8% dei casi. Fatte le dovute proporzione, sarà mica il caso di incentivare i risultati con buste paga misurate agli introiti e premi di produzione a obiettivi raggiunti. Hai visto mai che, con uno stipendio adeguato, anche i nostri funzionari abbiano più voglia di inventare e produrre, oltre che sentire gratificati i propri sforzi?

giovedì 4 settembre 2014

Anticipo di stagione

Domani, su Repubblica, la mia anteprima sull'autunno dell'arte milanese.
Le star in arrivo a Palazzo Reale. Pacchetti, traslochi e qualcosa di buono.
Come il duetto Fontana-Klein al Novecento.
O le Dame dei fratelli Pollaiolo al Poldi Pezzoli.
Da non perdere, l'intervista di Simone Mosca a Lea Vergine. Al vetriolo.



mercoledì 3 settembre 2014

Acqua e neve

Previsioni per un autunno (umido) delle mostre a Milano

Stagione che arriva, mostrone che torna. Nel caso dell'autunno milanese, ecco le due apripista che sognano numeri da capogiro e introiti record; tutti, come da copione, diretti nelle casse delle "case di produzione" - Skira e Sole24Ore - cui ormai Palazzo Reale è subaffittato in pianta stabile. 
Aspettiamo l'apertura per giudicare le esposizioni, i tagli, le opere, gli studi. Un commento al volo sui rispettivi manifesti che, in quanto a ricerca grafica, non brillano di iniziativa.
Il primo, quello di Chagall, sfoggia la celebre icona della Passeggiata in cui il pittore tiene per mano la moglie Bella mentre volteggia nel cielo. Peccato che l'immagine sia annacquata, offuscata da una nebbia che, nelle intenzioni geniali del creatore, dovrebbe fare crescere la tensione e l'aspettativa sull'evento, stile "coming-soon" cinematografico. Il risultato è dozzinale, complice un lettering da discount. Mi chiedo cosa ne pensino i proprietari dei diritti dell'opera che, in genere, nel caso dei capolavori da manuale, non consentono neanche le più minime variazioni. Figuriamoci l'effetto doccia!
Secondo in gara, il poster di Segantini che annuncia il "Ritorno a Milano" del maestro della montagna. Punto primo: Segantini, a Milano, non è mai tornato. Nel 1886 lascia l'Italia per trasferirsi in Svizzera dove muore a 41 anni per un attacco di peritonite. Punto secondo: l'allusione a un suo ritorno ideale in città va di pari passo con un fotomontaggio posticcio che incolla, sullo sfondo di un dipinto votato al paesaggio innevato, un profilo della Piazza del Duomo in salsa natalizia. Un bel falso storico che vedrà i visitatori vagare per la mostra in cerca dell'originale. Che non c'è, of course
Nota critica a parte: non aspettatevi il famosissimo Trittico delle Alpi, che resterà a St. Moritz e per vederlo dovrete andare in Engadina. In compenso potrete vedere opere celebri come Le due madri, la Dea dell'amore o L'amore alla fonte della vita che sono conservate alla Galleria d'arte moderna di via Palestro, dove potete tranquillamente vederle già adesso, perché stanno lì da sempre. Non fa un plissé!

lunedì 1 settembre 2014

Pillole da Digione


Storia e gloria dei duchi dal cuor di leone.

Che nomi impavidi e meravigliosi avevano i duchi di Borgogna! Filippo l'Ardito. Giovanni Senza Paura. Carlo il Temerario. Non è un caso che, armati di tanto coraggio, abbiano fatto la fortuna del proprio Regno. La Borgogna. Terra di vigne e di castelli dove, sulle colline verdi della “costa d'oro”, si costruì il destino della Francia moderna. A Digione – che fu la vera capitale culturale del paese in epoca medievale, culla del movimento franco-fiammingo, patria di poeti e pittori dalle mani raffinate ed esatte – la storia e la gloria dei duchi si percepisce a pelle. Nelle strade punteggiate di stemmi sulle facciate dei palazzi. Nei locali che portano i nomi dei sovrani. Nelle piazze disseminate di statue dai gesti e gli sguardi fieri. E, soprattutto, nel palazzo dei duchi che oggi ospita il Museo di Belle Arti e le tombe dei regnanti, capolavoro di marmo, stucco, smalto e alabastro con le effigi tornite sui sepolcri e un corteo funebre alla base di straordinaria intensità.
È il corteo dei famosi pleurants, i “piangioni” di Digione, che il grande Claus Sluter (1355-1406), lo scultore di origine olandese, studiò per i suoi committenti ducali, inventando una fantasia dolorosa di figure incappucciate, in lacrime dietro tuniche di pietra morbide come il burro. Ottantadue dolenti in preghiera, dai volti nascosti nei cappucci, dalle mani aperte verso il cielo, tutti in fila, in processione silenziosa fra giochi d'archi gotici, pizzi di alabastro che incorniciano il lento scorrere delle figure e le loro smorfie di sofferenza per la morte degli amati duchi dal cuor di leone. Commovente.

lunedì 25 agosto 2014

La (pen)isola del tesoro / 4

La torre (fresca di restauro) del conte avventuriero.
Un globetrotter del Settecento, che amava le donne e la guerra.
Da scoprire a Milano.

Nel percorso varato dal Comune di Milano per la valorizzazione della città romana e delle sue tracce, torna a splendere, dopo alcuni anni di abbandono e poi di restauri mirati, lo splendido complesso delle torri di corso Magenta all'angolo con via Bernardino Luini, giusto alle spalle del Museo archeologico e della chiesa di San Maurizio al monastero maggiore. 
La coppia di torri (aperte al pubblico dal prossimo autunno) rimanda all'epoca lontana del tardo impero, vestigia di un antico sito di palazzi imperiali, terme e teatri. La prima, poligonale, è collegata a un tratto di mura imponenti, oggi conservate ancora nei sotterranei del museo. Nota come Torre di Ansperto, poiché la tradizione milanese indicava il vescovo Ansperto da Biassono (869-881) quale suo costruttore, fa da contraltare alla più alta torre dei Gorani, così battezzata in tempi moderni, per via di un omonimo palazzo oggi scomparso. Decorata all'apice con un elegante loggiato, si tratta dell'unica torre gentilizia d'origine viscontea sopravvissuta alle bombe dei conflitti. 
La curiosità del luogo è legata alla storia di un suo proprietario, il conte Giuseppe Gorani. Casanova in versione milanese, nel Settecento passò dalle truppe lombarde a quelle austriache, fomentò un gruppo di ribelli, scampò due volte alla forca, progettò un regno insulare sognando di congiungere Corsica e Sardegna, prima di unirsi agli illuministi di Voltaire, fiancheggiare Robespierre durante la Rivoluzione Francese e finire a scrivere le sue memorie in solitudine. Un romanzo d'avventura ambientato sulle rovine di una Milano d'epoca romana, capitale dell'impero d'occidente, che qui, ben prima del conte casanova, vide sorgere il Circo (come ricorda il nome di una via attigua) e i Carceres, i cancelli di partenza delle corse dei cavalli. 



martedì 19 agosto 2014

Facce di bronzo

Storici, critici e opinion maker si scontrano sul trasloco dei colossi di Riace a Milano, in vista di Expo.
Ragioni e (ri)sentimenti.
Sgarbi vs Settis sulle pagine di Repubblica.

Dopo le critiche già rivolte alla riforma Franceschini, Salvatore Settis si oppone anche al viaggio dei bronzi in direzione di Milano, giudicandolo pericoloso per la loro incolumità. «Sbandierare le opere superstar non salverà la nostra cultura, sono fragili» esordisce lo studioso e aggiunge «inutile scambiare i bronzi per costosi soprammobili». Della stessa opinione i curatori del Comitato per la valorizzazione dei Bronzi e del museo Magna Grecia di Reggio Calabria che ironizzano sulla decisione di Franceschini di consultare un team di esperti della conservazione prima di mobilitare le opere e accusano «in caso di spostamenti, rischiano il danneggiamento irrimediabile e addirittura la distruzione». È noto infatti che il bronzo possa autodistruggersi e sbriciolarsi all'aria alla minima variazione atmosferica, tant'è che il Museo di Reggio Calabria li conserva in atmosfera protetta... Così protetta che ben pochi li visitano, a parte il fotografo Gerald Bruneau che ha avuto, nei giorni scorsi, il privilegio di agghindarli con veli da sposa, tanga leopardati e boa di struzzo.
Meglio insomma truccarli da drag queen che eleggerli a testimonial di Expo davanti al mondo. È logico. Tanto più che, per i turisti in gita a Milano, sarà facile e piacevole mettere in programma una puntatina a Reggio Calabria nel caso i bronzi non potessero muoversi e restassero al museo in attesa che il lungo braccio di Expo li raggiunga. Balle. Ai curatori del Comitato verrebbe voglia di dire che patrimonio culturale italiano non è un patrimonio privato delle singole istituzioni da gestire come la dispensa di casa. A Settis verrebbe, invece, voglia di chiedere come mai, quando fu lui a chiedere i bronzi per la sua mostra sulla Magna Grecia a Palazzo Te a Mantova, non si preoccupò della loro integrità e dei pericoli del trasloco.
Sgarbi lo ha sottolineato nel suo intervento su Repubblica (vedi link) che – logorrea a parte – evidenzia l'importanza di promuovere l'Italia attraverso la promozione mirata dei suoi capolavori. Che non significa, citando Settis, trasformarli in “opere superstar, fenomeni da baraccone”. Ma significa piuttosto sfoggiare le nostre potenzialità e anche “sfruttarle” se questo vuole dire introitare guadagni utili ad altri restauri, aumentare i flussi di visita ai musei, vivificare le stanze deserte di pubblico che, finalmente, possa entrare in massa e magari scattarsi un selfie davanti ai loro muscoli scolpiti e postarlo sulla rete affinché a molti altri venga voglia di prenotare un biglietto per Reggio Calabria e scoprire quanta roba bella c'è in giro.
Difficile da capire? Meglio mantenere lo status quo, più rassicurante per i conservatori gelosi e senza slanci, felici che i bronzi vegetino nell'ombra e che i depositi pullulino di altri reperti “protetti” come in un feudo personale.

Sono d'accordo con Sgarbi. Ecco, l'ho detto. E voto per un'immagine del nostro paese che si identifichi con gli splendidi corpi dei bronzi e non con il solito piatto di maccheroni, come aveva fatto Tony Blair quando scelse come nostro logo per il Welfare 
una pizza, mentre a primavera, davanti al Colosseo, Barack Obama s'è lasciato scappare il commento intelligente «è più grande di alcuni dei nostri stadi di baseball». Se fossimo capaci di veicolare una immagine diversa di noi stessi e del nostro patrimonio, forse certe opinioni superficiali e diffuse sarebbero evitate e godremmo di un rispetto maggiore all'estero. E se fossimo capaci di quantificare monetariamente il patrimonio pubblico, visibile e occulto, potremmo anche metterlo a garanzia degli investimenti stranieri sul nostro paese. Una terra che vale, in cui credere e da sfoggiare. A rischio di sembrare superstar. 

lunedì 18 agosto 2014

Un pensiero per Francesco Meloni


Il suo nome non è contemplato nella rosa dei critici e degli storici dell'arte più popolari del nostro paese. Ma sappiamo che la popolarità, da noi, non va (quasi mai) di pari passo con la qualità del lavoro. E, infatti, il lavoro di Francesco Meloni, grande e appassionato studioso della grafica italiana del Novecento, si è sempre svolto dietro le quinte, in silenzioso riserbo ma con straordinaria professionalità. Che lo ha portato, non a caso, a compilare negli anni alcuni dei migliori cataloghi ragionati dei nostri incisori. Basti pensare alla catalogazione dell'opera grafica di Gino Severini o di Alberto Martini, al catalogo ragionato delle incisioni di Mino Maccari, oltre a una serie di pubblicazioni preziose dedicate ai disegni di Mario Sironi, o ancora, al catalogo ragionato dell'opera grafica di Massimo Campigli, firmato insieme all'amico studioso Luigi Tavola. Un impegno riservato e lontano dai clamori del sistema dell'arte, ma condotto con una conoscenza della materia tale da fare invidia ai critici più celebrati. Grazie ai libri di Meloni, i conoscitori di stampe, gli studenti, i collezionisti, gli intenditori, i neofiti avranno sempre uno strumento utile per misurarsi con l'opera incisa di alcuni maestri; consultando le sue pagine, scritte con garbo ed esattezza, si può avere la certezza di trovarvi le risposte a ogni domanda, come nel migliore dei regesti. Per non dimenticare. I funerali, domani a Legnano alle 10e30.

domenica 17 agosto 2014

La (pen)isola del tesoro / 3

L'Adorazione dei Magi in valle Argentina
Il viaggio continua...


Arrampicandosi lungo i caruggi di Taggia, l'entroterra di Arma, incastonato fra il mare della Liguria e le gole verdi della valle Argentina (dal nome del torrente che la attraversa sinuoso), si giunge alle porte del convento quattrocentesco di San Domenico. In questo luogo mistico, zeppo di un fascino antico e immerso in un silenzio claustrale, sono conservati alcuni capolavori della scuola ligure e nizzarda, oltre a un'Adorazione dei Magi turbolenta e insieme estatica. Attribuita dal grande storico dell'arte Roberto Longhi al Parmigianino (1503-1540) – il manierista emiliano celebre per le sue madonne dai colli lunghi, cinquecento anni prima di Modigliani! – l'opera dipinta a olio su tavola e databile al 1529, è un vero miracolo di sospensione, evidente nei gesti lenti e misurati dei protagonisti in primo piano, mescolata a una dose straordinaria di inquietudine che il maestro s'impegnò a distillare sullo sfondo della scena, laddove le nuvole nere come la pece si addensano all'orizzonte peggio che in questa estate senza sole. La ragione di tale cupezza sta forse nel fatto che il dipinto fosse un dono per uno dei frati del convento, attivo come inquisitore. Mah. Fatto sta che la composizione rivela tutto il guizzo creativo dell'artista capace di proiettare in avanti e strizzare in uno spazio denso tutto il dialogo fra la Vergine e i Magi, ritratti con un taglio fotografico a mezzo busto e animati da un gioco di sguardi fortemente ritmato. Alle loro spalle, la vita si agita fra un grande arco dalle colonne classiche che incornicia il bue e l'asino (naturalisticamente sodi e perfetti) oltre al corteo dei re d'Oriente illuminato da lampi di luci sul buio pesto della natura selvatica, memore della lezione “sublime” (in senso british) di Dürer. 

mercoledì 13 agosto 2014

La (pen)isola del tesoro / 2

Diario di viaggio. Seconda tappa.
I Giganti di Monte Prama.


Solidi come rocce, sinistri come il monolite nero di Odissea nello spazio. I Giganti di Monte Prama sono un capolavoro di ambiguità e mistero che risale all'epoca nuragica, fra il VIII secolo a.C. e il IX. Rinvenuti accidentalmente in un campo abbandonato nella primavera del 1974, nella zona di Cabras, nella Sardegna arsa e rocciosa della costa occidentale, i monoliti, colossi di pietra alti oltre due metri, scolpiti nell'arenaria gessosa e morbida come il burro, sono rimasti nei magazzini del Museo archeologico di Cagliari per trent'anni in attesa di un degno restauro che riportasse i mille frammenti dispersi (comprese 15 teste dagli occhi ipnotici, 27 busti monumentali oltre ad arti e scudi massicci) alle loro forme originarie. Oggi, grazie agli ultimi fondi stanziati dal Ministero, i Giganti sono in parte ricomposti e allineati al Museo. Cinque arcieri, quattro guerrieri, sedici pugilatori, oltre tredici modelli di nuraghe, sembrano la risposta sarda all'esercito di terracotta dell'imperatore cinese Qin Shi Huang. Solo che qui, immersa nel sole e negli enigmi del bacino mediterraneo, la storia dei Kolossoi (come li chiamava l'archeologo Giovanni Lilliu) risale a un tempo ben più lontano e leggendario, a una storia di guerrieri arcaici, antecedenti persino ai kouroi della Grecia classica e alle armate dell'antico Egitto. Potenti!


domenica 10 agosto 2014

La (pen)isola del tesoro / 1

Mini-viaggio in Italia alla scoperta di perle rare.
L'ancilla di Camaiore.


Nel cuore di Camaiore (il paese originario nell'entroterra e non il lido, che è più famoso ma meno affascinante) esiste un Museo d'arte sacra che è un piccolo scrigno di meraviglie. Fra queste, una statua lignea dell'Annunziata realizzata nel Quattrocento dallo scultore lucchese Matteo Civitali (1436-1502). Collocata in una nicchia bianca, attrae l'attenzione già da lontano per la forma longilinea di un corpo etereo, avvolto in una veste celeste che cade morbida sui suoi fianchi, quasi fosse di velluto. Ricavata da un unico ceppo di legno, la vergine annunciata (inizialmente accostata un arcangelo Gabriele presto perduto) era soprannominata in antico, dal popolo, la “madonna di mezzo di chiesa” perché l'altare che l'accoglieva nella Collegiata di Camaiore stava esattamente a metà della navata. Per secoli e per vicende alterne, la scultura finì reclusa in un deposito, dimenticata dentro una cassa e aggredita dai tarli che si avventarono sul suo splendido figurino, da principessa gotica, che ricorda molto, in scultura, le dame del Pisanello o di Pollaiolo. Con il classico abito strizzato sotto il seno, la scollatura quadrata e il panneggio lungo fino a piedi, così lineare da trasformare la Vergine in un modello di eleganza. Senza fronzoli. Bella dentro.

La sosta a Camaiore è occasione per ammirare (a bocca aperta) anche il Teatro dell'Olivo, una Scala in miniatura dalla forma ogivale non più larga di una decina di metri per tre piani di palchetti affacciati su un palco ugualmente minuto, spazio per commedie fin dal Settecento.

Al Teatro dell'Olivo e al Museo d'arte sacra è in corso una mostra personale di Gioxe De Micheli autore di immagini trasognate e visionarie dove la riflessione esistenziale è venata di sottile ironia. I temi eterni dell'identità, del viaggio, del destino animano racconti poetici, metafore di stati d'animo e ombre profonde della mente. Da meditazione!


domenica 3 agosto 2014

Chiacchiere e distintivi

Franceschini investe in cultura 
e turismo.
Il decreto è legge.
Un solo appunto: speriamo che i soldi dei musei restino nei musei.

A pochi giorni dalla diffusione della bozza di riforma per la gestione dei beni culturali, il Senato approva la proposta di Franceschini. Davanti a un caso di efficacia politica che mira a un cambiamento necessario, le reazioni del mondo della cultura fanno discutere. E anche un po' incavolare. Eccone alcune.
Mentre i tecnici sbuffano e i reazionari criticano, gli storici insorgono; come Settis o Paolucci, che ha definito il piano di riforma “una macelleria” indignato dalla “speculazione” su arte e cultura e dall'avvento di manager (anche se la riforma non ne parla in modo esplicito) per una gestione fruttifera delle risorse. Sarà mica preoccupato di non essere più il solo a fare quadrare i (propri) conti?
Fra le numerose missive di protesta inviate al Ministro, fanno sorridere quelle firmate dai docenti universitari (quanti di loro hanno gestito, con esiti fecondi, un museo o anche solo un albergo?) amareggiati da modifiche che potrebbero trasformare davvero l'Italia in un paese capace di mettere a frutto (e a reddito) le sue risorse. Detto fra noi, sono gli stessi che l'anno scorso si sono lamentati del fatto che il British Museum avesse stra-guadagnato sulla mostra di Pompei mentre noi eravamo rimasti a bocca asciutta.
Piovono su internet i post che, allarmati, annunciano l'estinzione degli etruschi, abrasi dalla nostra storia solo perché il decreto sancisce l'accorpamento di due soprintendenze; non certo per dimenticare ma, al contrario, per snellire alcune procedure, così da permettere che le mura delle città originariamente etrusche vengano restaurate in fretta... invece di crollare!
Stendiamo un velo pietoso sul dibattito che riguarda la possibilità di fotografare nei musei, che ha visto spesi, on line, fiumi di inchiostro virtuale. Come se fosse il punto principale di una riforma ben più articolata. Ridicoli i commenti idealisti sulla necessità di tornare a guardare dal vero le cose, redatti magari da persone che sono facebook-dipendenti e condividono tutto, senza pudore. La verità e che, nei musei stranieri, se vuoi farti uno scatto con un capolavoro puoi farlo liberamente ed è più coinvolgente che acquistare una cartolina, oltre che utile al museo per farsi pubblicità mediatica. Da noi, visto che non si può fare, tutti lo fanno di nascosto, che è pure peggio.
Fra le reazioni deprimenti, le lettere aperte a Franceschini da parte di ispettori della Soprintendenza, che vantano ruoli multipli, di direzioni museali e direzioni di laboratori di ricerca e di laboratori di restauro, oltre che direzioni generali di poli museali che, dall'alto dei loro incarichi paralleli, di privilegi a vita e poteri illimitati lamentano il rischio di “frammentazione” della dirigenza e della gestione concepite dalla riforma, difendendo le loro posizioni di comando granitiche e ignorando bellamente che, nella logica di agilità sposata da Franceschini, un capitolo importante è dedicato all'assunzione diretta, con contratti a tempo determinato, di giovani under 40 impiegati per rafforzare servizi di accoglienza, interventi di tutela, protezione, conservazione, valorizzazione dei beni culturali. Non darà forse fastidio l'idea di condividere lo spazio con drappelli di giovani volenterosi e pieni di idee fresche?
Detto questo, stupisce (ma neanche tanto) il fatto che le reazioni siano legate ai punti della riforma che discutono lo status quo della gestione, mentre le reali e più lungimiranti intuizioni non hanno sortito commenti. Come la deducibilità al 65% delle donazioni per il restauro di beni culturali, biblioteche e  archivi, per gli investimenti dei teatri e delle fondazioni lirico sinfoniche, fino a arrivare alle agevolazioni fiscali per favorire la competitività del settore turistico attraverso la sua digitalizzazione e la riqualificazione degli alberghi (i francesi hanno metà dei nostri alberghi e vendono il triplo delle camere!). Inutile dire che si tratta del punto più importante, visto che è quello su cui si regge e prolifica tutto il sistema anglosassone della cultura, a fronte di contributi minimi pubblici. Un punto che, non a caso, avevo previsto nel mio post del 19 gennaio… 
Ciò su cui semmai bisognerebbe discutere è l'utilizzo effettivo dei finanziamenti: la riforma non specifica come verranno introitati dalle singole istituzioni e se esse avranno libertà di gestione dei propri fondi, senza vederli insabbiati (come accaduto fino a oggi) nel calderone delle entrate comuni. Si spera, insomma, che i soldi dei musei (di teatri and co...) restino ai musei. Questo favorirebbe anche la volontà di riappropriarsi dei servizi dati in gestione, come i ristoranti e i bookshop, utilissimi alle rendite dell'istituto e attualmente utili solo alle rendite dei concessionari. Meglio ancora sarebbe capire se tutto questo riguardi solo i musei statali, oppure anche tutti gli altri, allargando ai comuni e alle provincie.
Dovendo davvero discutere della riforma, cominciamo da qui. Perché le fotografie, le poltrone per due, gli etruschi e i manager sono solo diversivi per distrarre, come sempre, l'attenzione da problemi reali e per difendere gli interessi di quei pochi aggrappati alle loro chiacchiere e ai loro distintivi.

Vedi anche:
Il mio post del 19 gennaio.
I post su facebook degli amici e colleghi Diego Galizzi e Alessandro Furiesi, sempre puntuali, lucidi e (giustamente) acidi...

L'articolo di Giuliano Volpe che fa il punto sul disappunto (ingiustificato)


venerdì 1 agosto 2014

Il dubbio del venerdì

Non è che, tra un po', pioveranno polpette?
Un nuovo effetto speciale per Expo, sponsorizzato da McDonalds?


Dopo il "popolo del cibo" col sedere a forma di mortadella, la festa della salsiccia al Castello Sforzesco, gli auditori a forma di michetta, l'expo center a forma di gianduiotto, gli orti rinsecchiti in piazza Duomo, adesso arriva l'installazione "QuantoMAIS" con decine di piante e pannocchie posizionate fra i due padiglioni di Expogate. Il dubbio sorge spontaneo: ma l'idea non era quella di nutrire il pianeta? Invece di friggere panzerotti e trapiantare boschi posticci, non sarebbe meglio restituire alla terra e non continuare a prelevare? QuantoMAI! 


il link:
http://milano.corriere.it/foto-gallery/cronaca/14_luglio_30/pannocchie-castello-b9b65d02-17c9-11e4-a7a2-42657e4dcc3b.shtml



venerdì 25 luglio 2014

Come staremmo bene noi in Italia se fossimo a Basilea!

A Villa Panza come alla Beyeler.
Arte, natura e professionalità.


Il giardino all'italiana, le collezioni storiche del conte Panza, appassionato di minimalismo americano, il ristorante glamour, le mostre d'arte contemporanea nelle antiche scuderie e quelle di land art nel parco, fra alberi secolari, fontane e boschi romantici.


Villa Panza a Varese, più che un museo, è un'esperienza. Un luogo dove trascorrere una giornata fra natura, arte e (perché no) divertimento. Quello si prova navigando fra i colori fluo di Dan Flavin e le sue installazioni di luce al piano nobile. Oppure dentro, nel buio pesto della famosa stanza di Maria Nordman, fresca di restauro, un cubo di oscurità profonda che mette alla prova la capacità di adattamento dei sensi e delle pupille nella notte più nera. O, ancora, davanti alle illusioni, ai pezzi di cielo catturati da James Turrell nelle sue stanze di sole o da Robert Irwin nelle sue geometrie invisibili, pareti cieche, ingannevoli, labirintiche. Turrell e Irwin protagonisti in coppia della splendida mostra Aisthesis. All'origine delle sensazioni, in agenda fino a novembre. All'altezza delle maggiori istituzioni museali del mondo. Beyeler in primis. Un esempio di professionalità, quello del Fai a Varese, che se fosse preso a modello nel resto del paese, avremmo meno guai con la valorizzazione dei beni culturali. E ci sembrerebbe di stare in un altro paese.





Il link del giorno

Takashi Murakami, 
l'artistar giapponese della cultura pop

Il bellissimo articolo di Cristiana Campanini sulla mostra di Murakami a Palazzo Reale.
Da leggere!

martedì 22 luglio 2014

Giù al nord

Daverio il "salvatore" e le mostre Del Corno.
Milano fa da spalla a Napoli
nel lancio di un pittore partenopeo.

Il manifesto di Mimmo Rotella sventola solitario appeso al balcone di Palazzo Reale. Le mostre della primavera – quella di Klimt acchiappa-turisti e la più sofisticata su Bernardino Luini – sono finite contemporaneamente a metà luglio. Il languore delle casse destinate alla cultura ha reso languide anche le sale destinate alla mostre, giusto in tempo per l'arrivo dei viaggiatori, ansiosi di visitare Milano come una città d'arte, che «ha fatto delle mostre – a detta dell'assessore Filippo Del Corno – il suo migliore biglietto da visita culturale e turistico».
Peccato che di mostre, in odore di ferie, ce ne siano poche e che il Comune, accortosi in corner del vuoto pneumatico, abbia deciso di porvi rimedio sfoderando senza preavviso (ma a noi l'effetto sorpresa piace tanto) un paio di appuntamenti precotti. Come la retrospettiva dedicata a Gennaro Della Monica (1836-1917), paesaggista di onesto livello, che oltre ad essere già confezionata, con tanto di catalogo in stampa, in vista dell'exploit in autunno al Castel dell'Ovo di Napoli, vanta anche la curatela stellata di Philippe Daverio e di Claudio Strinati, felicissimi di aggiungere, al tour di promozione dell'ignoto in fase di lancio, una tappa illustre come Milano.
E così, come accade proprio nelle tournée dei concerti, dove i supporter scaldano il pubblico prima della star, Milano ha accettato, presa per la gola, di fare la parte della spalla a Napoli, senza neppure porsi il dubbio sul fatto che il povero Gennaro non sia Springsteen e che difficilmente i suoi boschetti da salotto scalderanno un pubblico viziato da Klimt e dalle altre mostre-panettone cui Palazzo Reale lo ha abituato. E se l'idea di un'antologica che sveli per la prima volta il valore autentico di un maestro dimenticato potrebbe rispecchiare una politica culturale votata alla crescita comune, il retroscena dell'episodio lascia intendere che non ci sia alcuna lungimiranza, ma solo opportunismo alla base di un'operazione salva-faccia.
La faccia di Palazzo Reale, che può appende un altro manifesto per fare compagnia a Rotella e che, vantando la gratuità degli ingressi nella mostra di Della Monica, ostenta anche la sua grande generosità. La faccia di Napoli, che accoglierà in novembre l'artista già sdoganato da Milano. La faccia di Daverio che, arrivato a salvare le sorti del Comune con la disinvoltura loquace che lo distingue, s'è guardato bene dallo strillare al “genio” e al “capolavoro”, retrocedendo verso un più cauto “pittore domestico, testimone di un'epoca povera ma lirica”. Furbissimo, come sempre. Meno furbi, Del Corno e Piraina, entusiasti di aver patrocinato la scoperta di un pittore abruzzese dell'Ottocento (che, fra l'altro, non ha alcun legame con la storia di Milano), quando i depositi della Gam, la Galleria d'arte moderna di via Palestro, pullulano di artisti nostrani in attesa di valorizzazione.
Non so voi, ma a me, se Napoli mi avesse chiesto di fargli da apripista, per spirito di collaborazione gli avrei risposto di sì, in cambio di un accordo per il futuro e del lancio congiunto di un bel nome milanese. Un Giovanni Carnovali (di cui c'è pure il catalogo in corso, finanziato da un privato of course), un Emilio Longoni, un Luigi Conconi, oppure un Vittore Grubicy de Dragon, che ha un nome esotico, ma è tutto milanese! E che, rispetto al caro Gennaro, conquista con il grande fiato di una pittura piena d'aria e di vento, e non sortisce la noia mortale di quadretti formato sala d'aspetto del notaio o del commercialista. 

lunedì 21 luglio 2014

Una poltrona per due


Sono d'accordo, a metà, col mister (alias Dario Franceschini).
Che, con la nuova bozza di riforma, forse ha capito come far rendere la cultura.

La Pinacoteca di Brera come un museo americano. Gestito da un manager come un'azienda, in grado di autogestirsi e autofinanziarsi. In un clima generale di spending review, anche il mondo dell'arte deve fare di necessità virtù. Parola del Dario Franceschini che, nel quarto punto della sua bozza di riforma per la gestione dei beni culturali appena avanzata, scrive: «la cronica carenza di autonomia dei musei italiani ne limita grandemente le potenzialità». Ragione per cui i musei devono modernizzarsi, alleggerendo le strutture e rafforzando le attività. Brera in testa. Che nell'elenco dei venti musei destinati a guidare la cordata di questa rivoluzione gestionale, spicca al quarto posto, dopo Colosseo, Pompei e Uffizi. La rivoluzione inizierà se la riforma diventerà effettiva, ma nel frattempo è già scattata la protesta dei soprintendenti storico-artistici che hanno levato gli scudi contro l'ipotesi di accorpare le loro competenze con quelle delle soprintendenze architettoniche e, nel caso di Brera e dei super-musei, contro l'intenzione di affidare la guida a dirigenti dal piglio manageriale, meglio d'ambito internazionale, in grado di mettere a frutto (e a reddito!) l'istituto. Ma se a Milano lo straniero è già approdato all'Hangar Bicocca – dove da un anno regna lo spagnolo Vicente Todolí, consulente di lusso, ex direttore della Tate Modern di Londra, che aveva a suo tempo sedotto il sindaco Moratti, tentatissima di assumerlo al Museo del Novecento – l'idea di accogliere in Pinacoteca un artistic advisor esotico e ferrato, più che sull'arte, sui bilanci, non convince Sandrina Bandera, soprintendente e direttore di Brera. «Bisogna difendere la posizione degli storici dell'arte» taglia corto. Poi aggiunge più mite «un cambiamento ci vuole per dare una spinta ai musei e un manager può aiutare nel controllo economico, ma non può valutare i contenuti delle mostre, il valore delle donazioni, le ricerche scientifiche». La poltrona per due potrebbe funzionare, insomma, ma con compiti ben spartiti. Come del resto succede nel mondo anglosassone dove, dal British Museum al Metropolitan di New York, i direttori condividono le strategie d'impresa con esperti di marketing. Non a caso, i musei inglesi sfoggiano bilanci in attivo, in cui i fondi pubblici sono ridotti all'osso mentre l'utile è dato dalla biglietteria, dagli eventi, dai servizi (ristoranti e bookshop attraenti) oltre ai contributi dei privati, felici di detrarre dalle tasse le sponsorizzazioni e di vedere i loro nomi incisi sulle targhe di marmo nelle hall d'ingresso. Aspetti che non sono caduti nel nulla. Merito infatti della prima riforma Franceschini, che ha permesso la deduzione dalle imposte di una parte del finanziamento alla cultura, se Giorgio Armani s'è offerto a Brera come sponsor unico della prossima mostra su Bramante, scucendo i 300mila euro a budget. «Peccato che per incassare il contributo – sottolinea la Bandera – mi sia dovuta rivolgere all'avvocatura dello Stato inventandomi una formula di collaborazione speciale per evitare che i fondi finissero nelle casse generali». Con il concetto di autonomia varato dal ministro, è sperabile che i soldi incassati dal museo restino al museo. Tempismo perfetto per la Pinacoteca che sta per affrontare il cantiere della Grande Brera e con le caserme di via Mascheroni destinate ad accogliere le aule dell'Accademia, di cui si parlerà proprio giovedì 24 nella conferenza curata da Caterina Bon Valsassina, direttore regionale per i beni della Lombardia. Che tace sulla riforma, ma anticipa una novità sui restauri di Palazzo Citterio, spazio d'espansione della Pinacoteca «il Tar ha rigettato i ricorsi delle imprese che hanno concorso per gli interventi di recupero, per cui l’impresa vincitrice è pronta a partire». Ad autunno vedremo i primi ponteggi. Per la fine dei lavori ci vorranno circa due anni. 

(da La Repubblica, venerdì 18 luglio 2014)