giovedì 12 dicembre 2013

Un pensiero per Giancarlo Cazzaniga

Un grande artista, che ha fatto un pezzo di storia di Milano, 
dal dopoguerra in avanti. 
Storia dell'arte, ma anche del jazz. Che aveva nelle vene quando, vicino all'amico Chet Baker, 
improvvisava sulla tela ritmi e pause ispirate ai suoni del sax. 
Con la speranza che Milano non dimentichi e che
presto una mostra lo ricordi.

Allego un breve testo scritto in occasione del Premio Morlotti
di quest'anno dove, appena due mesi fa,
è stato celebrato con il premio alla carriera.



Roberto Tassi, in un bellissimo testo degli anni Settanta, pubblicato da Scheiwiller, parlò della pittura di Giancarlo Cazzaniga come di un «margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso, tra l'assunzione degli oggetti come fatti reali e la loro elaborazione come segni della memoria, come immagini risorte da un deposito psicologico».
In anni in cui, a Milano, dominava un sentimento condiviso di asperità, delusione e rabbia, che gli amici-artisti del realismo esistenziale tradussero nei segni cattivi, neri come la pece, di opere incise o dipinte col coltello fra i denti, Cazzaniga riuscì a effondere nelle sue immagini vaporose un'aria di tenerezza, lirica e tragica insieme, in grado di alleviare il peso di tale insostenibile disperazione. Non che, in lui, la disperazione non avesse messo le stesse radici profonde scavate nel cuore degli altri. Qualcuno, che lo conobbe da ragazzo, giura di averlo incontrato fra le vie di Brera e Solferino, così smagrito e fiaccato dalla fame da rischiarare il collasso. Ma, dietro i suoi occhi cerulei e il sorriso gentile, Cazzaniga aveva scoperto che l'antidoto allo sconforto era la poesia. La grazia, cioè, di raccontare storie di quotidiano strazio e rancore, velandole però di indulgenza. Che, in pittura, significò attingere a un passato più intimo e più italiano di quello, al contrario, furente di un Bacon, amato dai colleghi, da Ferroni soprattutto. Un passato alla De Pisis – per intenderci – che nei suoi mari immoti, nelle nature arse, negli uccelli impagliati, esprimeva, senza strilli, un male di vivere, acuto ma tollerabile.
Non per nulla, i fiori di Cazzaniga, coppe di petali e foglie effimere, nacquero come un omaggio allo scorrere lento della vita, al senso dell'attesa, deposto nelle polveri e nelle nebbie leggere calate sui suoi tavoli da lavoro, dove gli oggetti non si cristallizzavano come negli altarini laici di Ferroni, ma si sbriciolavano piano nell'atmosfera lattiginosa, simili a visioni fragili, trasognate, «segni della memoria – per tornare a Tassi - margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso».
C'è sempre stato infatti un bagliore di speranza, una nota di dolcezza nei suoi mazzi di fiori recisi, nei panorami arsi delle estati a Portonovo. Merito dei colori luminosi, verdi autunnali, lombardi, (morlottiani!), come pure gli azzurri opachi, i lilla foschi, i grigi perlati. Oppure i neri, stesi a tratti, a filamenti lanosi, negli sfondi vellutati degli studi solitari o dei luoghi del jazz milanese: i club dove Cerri, Intra o Gaslini inondavano l'aria con le tonalità calde del sax, che proprio nei neri compatti di Cazzaniga, più profondi della notte, sembrano ancora risuonare malinconici.
Grande Giancarlo. Maestro di un dolore sottile quanto la pioggia, che punge e allo stesso tempo è musica sulla terra. Goccia su goccia, come la sua pittura esile e veloce, che riporta alla mente un verso di Montale, al quale proprio Filippo De Pisis si ispirò commosso: «è una tempesta anche la tua dolcezza». 




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