domenica 8 dicembre 2013

Boston loves Italy


E la promuove anche meglio di noi.
Fra stereotipi e grande professionalità.

Torno dal mio ultimo viaggio a Boston con qualche riflessione da condividere. Non voglio che questo blog, a causa dei miei isterismi critici, prenda la piega del lamento, senza impegnarsi a suggerire qualche benché minima soluzione. Per cui ho deciso di partire dalle buone notizie, di passare velatamente attraverso il lamento e di approdare a un invito speranzoso.
La buona notizia è che gli americani (o meglio, i bostoniani, perché sono una razza a parte e sono gli unici di cui ho esperienza) ci adorano. Adorano l'Italia in generale. L'adorano per i soliti cliché, i luoghi comuni, gli stereotipi, l'arte, il cibo, il paesaggio, la simpatia e via gigionando, ma l'adorano. E questo è già importante. Chiunque si abbia occasione di incontrare, appena scoperta la nostra provenienza, si prodiga in elogi snocciolando origini italiane, punteggiate di riminiscenze del nostro vocabolario, con orgogliosa appartenenza. Questo accade nella vita, come nell'arte.
Nello splendido Museum of Fine Arts, un piccolo (neanche tanto) Louvre sull'oceano, è allestita in questo periodo una mostra dedicata a John Singer Sargent, il grande ritrattista americano, il signore del bel mondo e delle mise discinte delle lady di fine secolo, che nacque in Italia (1856), si formò in Francia, lavorò fra Londra, Boston e New York. Bene, in virtù del fatto che la mostra presenta numerosi opere in omaggio al paesaggio italiano, alle cave di Carrara, ai canali di Venezia, alle piazze di Firenze, ai giardini di Boboli, il bookshop allestito al termine del percorso (uno dei cinque presenti nel museo) è stato studiato tutto in perfetto Italian Style.
Fluttuando fra proposte di regali natalizi da fare invidia alla Rinascente, ecco allora tutti i grandi classici della nostra produzione; il famoso profumo delle isole italiane (e chi non ne ha uno sul comò?), la celebre ricetta del polpo all'italiana, la classica pasta tricolore, l'arcinoto tartufo nero di Parma (boh..), la squisita degustazione dei caffè alla veneziana. Per non parlare dei libri che maggiormente rappresentano la nostra storia: Camera con vista (ma non era dell'inglese Forster?), Il circolo Dante (ma non era un romanzo giallo americano?), Un incantevole aprile, bellissimo per carità, ma è anche lui inglese! della brava Elizabeth von Arnim. Insomma, l'idea che mi sono fatta è che la nostra identità sia traghettata all'estero da una sorta di mitologia, che gli altri hanno contribuito a costruire, in mancanza forse di una capacità nostra di promuoverci nel modo corretto.
Non lo dico con disgusto, come in tanti fanno arricciando il naso davanti a manipolazioni sbagliate, talora ridicole, delle nostre eccellenze, ma semmai con un velo di ammirazione. Penso a come sarebbe il bookshop nel Museo del Novecento a Milano se Electa (che lo gestisce), invece di impilare solo libri e cataloghi (a Boston i cataloghi di Sargent erano comunque notevoli), impilasse anche le scatolette del burro di Soresina, i cotechini del Peck (è giusto dietro l'angolo, un accordo non sarebbe impossibile da siglare...) il panettone delle Tre Marie, confezioni di “agnolotti del plin” (in omaggio, per esempio, alla mostra in corso di Pellizza da Volpedo) e, perché no, piccoli lussi firmati (o offerti?) da Prada, Krizia, Armani.
Nel main-shop del MFA, non manca mai infatti l'angolo delle grandi firme per visitatori vip che, durante le svendite del famoso “black friday”, è stato coronato da meravigliosi sconti. Inutile dire che c'era coda alla cassa; di gente arrivata anche solo per fare shopping, di turisti appena usciti da uno dei tre ristornati interni e che, con il ricavato, probabilmente, il museo si pagherà la prossima mostra. Copiamo chi ci copia.

1 commento:

  1. Prendo spunto da questo commento, molto interessante, per postare alcune note: la realtà non è come la vediamo. Siamo tutti impegnati nel promuovere il nostro bel paese e non ci rendiamo conto che stiamo facendo una promozione dedicata solo agli italiani. Che bei piatti di pasta, che gustosi manicaretti mostriamo sui blog, su twitter peccato che nel resto del mondo non sappiano che cosa siano i maltagliati, o gli strozzapreti, e non capiscono perchè la pasta all’Alfredo tanto nota da loro, da noi in realtà non esista. Bisognerebbe anche pensare che un bel tramonto visto da un posto impervio è si molto interessante se poi spieghiamo come ci si arriva, con segnaletica e indicazioni chiare (cose che da noi sono normali per tutti i sentieri), anche perché, magari, un turista che viene da oltreoceano non noleggia una macchina per girare la provincia, probabilmente spera di farlo con una bicicletta recuperata sul posto o un motorino. Probabilmente si aspetta che i mezzi pubblici funzionino adeguatamente, che i musei il 15 di agosto siano aperti, che gli scavi archeologici abbiano dei quadri sinottici leggibili e non dell’anteguerra. Detto questo iniziamo a parlare di cosa si può fare. Innanzitutto qualcuno ha detto che la comunicazione è efficace quando ci si assicura che l’altro abbia capito. Dodici anni fa il mio collega Poretti aveva messo a punto un booking nel quale il turista poteva fissare giorno per giorno, ora per ora, i suoi appuntamenti con i servizi del territorio. Schedulandoli tutti si poteva avere un’idea dei servizi da offrire, è rimasta lettera morta. Riproviamo ora facciamo in modo che gli appuntamenti sul territorio possano essere seguiti da guide locali, da trasporti locali, da segnaletica locale, senza aspettare lo stato. Un tale americano (JFK) disse non pensare a quello che il tuo paese può fare per te ma quello che tu puoi fare per il tuo paese…. Potrebbe essere il primo passo

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