martedì 12 novembre 2013

Autumn in Milan! Nulla da invidiare a NY...



Parco Sempione come Central Park.
Fra foliage e belle mostre in Triennale.
La migliore, quella dedicata a Piero Fornasetti.
Il signore del decoro eletto a dignità d'arte. Merita il viaggio. 

I soli raggianti, le donnine con le lacrime agli occhi o i baffetti da Charlot, i foulard, i cuscini, i piatti con i bordi smaltati d'oro, e poi gli sgabelli, gli armadi, le scrivanie e tutti gli oggetti per la casa decorati con motivi bianchi e neri, ispirati a una grafica d'altra epoca, a fantasie ottocentesche, da cartolina o stanza dei giocattoli. Piero Fornasetti (1913-1988) fu geniale nell'inventarsi un genere, uno stile dell'abitare basato su un immaginario trasognato e ironico, che divenne il suo marchio di fabbrica, la cifra inconfondibile di un maestro del design entrato ormai nella leggenda. Ecco perché, a cent'anni dalla nascita, il Triennale Design Museum rendere omaggio alla sua personalità eclettica, d'autore sfuggente a ogni etichetta, che insofferente alle regole riuscì a farsi espellere da Brera, per insubordinazione, nel cuore del Ventennio, e a ritagliarsi presto un ruolo autonomo nel panorama della ricerca estetica italiana sdoganando, a metà secolo, l'ornamento come dato fondamentale del progetto. Tanto che persino Gio Ponti, maestro (super)leggero, dal cuore razionalista, rimase affascinato, in anni di intensa collaborazione, dalle sue stravaganze figurative, dalla capacità di inondare di dettagli ogni superficie libera, senza renderla stucchevole. Merito dell'eleganza innata di un signore del buon gusto che, dalla sua famiglia benestante milanese, ereditò la classe, il portamento disinvolto, mani in tasca, foularino e gemelli, arrivando a raccontare storie visionarie con il dono della lievità. E della preveggenza. Si, perché disegnando motivi per soprammobili e carte da parati, stampando libri o decorando interni di edifici (Palazzo Bo a Padova e il Casinò di San Remo) o di navi da crociera (l'Andrea Doria, cui regalò le più belle cabine di prima classe mai esistite), anticipò di una quindicina d'anni l'intuizione di Roy Lichtenstein, star della pop art americana, creando opere d'arte coi retini tipografici dei fumetti. Le sue damine dagli sguardi languidi e le labbra rosse, ammiccano dalle teiere o dalle piastrelle, sfoggiavano visini di porcellana fatti di pixel e texture, già nei primi anni Quaranta. Lo dimostrano i prototipi di oltre 13mila, fra oggetti e decorazioni, di cui 700 in mostra, che usciti dalle sue dita su carte millimetrate, hanno animato un universo progettuale dove la tecnica sposò la fantasia, la tradizione incontrò la sperimentazione, la cura dei materiali andò di pari passo con un estro brioso, lirico, surreale. Mongolfiere, farfalle, cuoricini, non sono mai stati così glamour.

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