venerdì 25 ottobre 2013

Warhol a Milano, Storia di un'amicizia

Warhol a Milano
Storia di un'amicizia
(da La Repubblica, ottobre 2013)


A dieci anni, collezionava monete insieme al papà, un intellettuale di origini bulgare, laureato in ingegneria a Lipsia, amante dei dipinti rococò ed emigrato in America al tempo della guerra. A diciotto anni, comprò la prima opera d'arte, la tela del pittore figurativo Samson, suo insegnante all’Università del Colorado. A diciannove anni, investì in borsa 10mila dollari che gli regalò il nonno e, con i guadagni, comprò un quadro di Franz Kline, maestro dell'espressionismo astratto, famoso per i grandi segni neri simili a ideogrammi giapponesi. Era il 1966 e Peter Brant, magnate newyorchese della carta da giornale, inaugurò così la sua raccolta destinata a diventare una fra le collezioni più ricche al mondo votate al lavoro degli artisti americani contemporanei. Andy Warhol in testa. Che Peter, giovanissimo, in abito stile college, inseguiva fra le gallerie di Manhattan. Come quella di Leo Castelli, il principe dei mercanti d'arte statunitensi che, nell'Upper East Side, fece la fortuna di Pollock, Rauschenberg o Jasper Johns, e poi di Roy Lichtenstein, il signore dei fumetti eletti a regola d'arte, e dello stesso Warhol, col quale però collaborò poco «perché – confessò a Brant – non era facile acchiapparlo ed era impossibile da gestire». Tant'è che i primi pezzi di Warhol acquistati da Peter, appena ventenne, non uscirono dal magazzino di Castelli, ma da dimore private che Leo gli suggerì di rastrellare a tappeto. Nel Missouri, a St. Louis, c'era un tale Jack Glenn, fabbricante di camicie da bowling, che fu felice di vendergli un ritratto del ballerino Merce Cunningham, oltre alla serigrafia Red Elvis, con la faccia del re del rock ripetuta 36 volte su fondo rosso. A New York, un tipo che viveva sulla Quinta Avenue gli cedette un ritrattone di Marilyn Monroe che aveva un foro in fronte. Era la mitica Blue Shot Marilyn, la “Marilyn blu sparata”, ovvero il volto dai toni fluo della Monroe che nel 1964 Dorothy Podber, una ragazzaccia del Bronx che frequentava la Factory, bucò con una pistolettata; la bravata, studiata per farsi notare, le costò l'allontanamento a vita dalla “fabbrica” del pop. È proprio attorno a queste immagini, simbolo degli esordi di Peter Brant nel mondo del collezionismo made in Usa, che ruota la mostra allestita a Palazzo Reale a Milano (prodotta dal Comune, 24Ore Cultura e Arthemisia, fino al 9 marzo), curata dallo stesso Brant con Francesco Bonami, intitolata in modo lapidario «Warhol» e dedicata all'affinità elettiva fra il divo dell'arte americana e il suo cultore appassionato. Ecco allora, dietro il sorriso fragile dell'icona più glamour del cinema, bellissima e mortale, riprodotta sui manifesti come all'epoca d'oro del suo boom mediatico, allineate centosessanta opere, disegni, serigrafie e decine di quelle polaroid che Andy scattava, con la sua inseparabile macchina al collo, ai personaggi famosi, da Liza Minnelli a Truman Capote, da Yves Saint-Laurent a Diana Ross, affidarti poi alle stampe nei colori elettrici delle tirature industriali. Quando conobbe Brant, nei primi anni Settanta, anche per lui scattò foto a raffica: sorridente, col sigaro strizzato fra i denti, o con il cappello da cowboy calato sugli occhi. Immagini flash di un'amicizia che, negli anni, li avrebbe portati a condividere l'avventura editoriale di «Interview», prima vera rivista fashion, e a produrre insieme due film, L'Amour nel '73 e Bad nel '76. Peccato che, impegnato in mille attività e mai realmente ripresosi dall'incidente del '68, quando Valerie Solanas, femminista folle, gli sparò rischiando d'ammazzarlo, Warhol avesse smesso di dipingere. Merito di Peter se, a un certo punto, («ti prego Andy ricomincia» insisteva, caldeggiato da Castelli) tornò a firmare serigrafie. Come quella di Mao, celebrità della politica svuotata di contenuti e ridotta a emblema di un'epoca tanto quanto le sue scatole di zuppa. O come l'infilata di teschi multicolori che, dietro un velo di seduzione, nascondevano lo stesso senso di deteriorabilità celato negli occhi di Marilyn, ritratta a due anni dalla scomparsa, o di Liz Taylor, ai tempi della presunta malattia. Ma anche nei volti dell'Ultima cena di Leonardo, riletta in versione techno e presentata proprio a Milano un mese prima della sua morte improvvisa, nel 1987. Altra icona popolare che, per il suo cuore inquieto, si trasformò, alla fine, in un segno del destino.

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