sabato 21 dicembre 2013

Mortacci nostri


So che è Natale e che dovremmo essere tutti più buoni, ma quando sento l'assessore alla cultura di Milano Filippo Del Corno annunciare una giornata di celebrazioni per i centocinquant'anni dalla morte di Edvard Munch (1863-1944) – abbiate pazienza – mi viene il nervoso. E non perché sia nemica di Munch, ma perché mi chiedo se un autore così lontano, seppur straordinario, dalla nostra storia, possa diventare una priorità nei programmi culturali della città, quando vengono al contrario dimenticati artisti che, la nostra storia, l'hanno fatta davvero. Faccio qualche nome.
Piero Manzoni (1933-1963), il signore della “merda d'artista”, quella che viene battuta nelle aste internazionali con prezzi da capogiro, il maestro dell'arte concettuale in salsa italiana, che ha appena goduto di una retrospettiva a Londra nella super-galleria di Gagosian, e che sarebbe stato al centro quest'anno di un doppio anniversario, per gli ottant'anni dalla nascita e cinquant'anni dalla morte, meritava una mostra a Palazzo Reale? Si. E infatti era nei programmi dell'ex assessore Boeri, ma per mancanza di fondi è stata rimandata al 2014 (forse), accontentandosi di ricordarlo con un paio di libri e una mezza conferenza, in attesa che l'anniversario passi e noi si faccia la figura dei soliti svalvolati.
Agostino Bonalumi (1935-2013), stessa epoca di Manzoni, stessa ricerca piegata verso i confini dell'astrazione, guidata da un sesto senso per lo spazio nelle sue tele che flettevano come onde, ci ha lasciati a settembre. Abitava a Vimercate. Gli hanno reso omaggio in questi giorni le Gallerie di Piazza Scala, con talk e una visita alle opere in collezione. Di istituzionale, il deserto.
Franco Rognoni (1913-1999), a cent'anni dalla nascita, neanche una parola. Era un artista di grande poesia, le sue immagini di donne in cammino nella notte, fra i fumi della città, arricchirono il realismo lirico di una certa arte fantastica, legata al lascito di Licini. Esistono opere sue nei depositi del Museo del Novecento. E lì sono rimaste! Anni fa (dieci per la precisione, altra coincidenza, altro anniversario) la Rotonda della Besana gli dedicò una bella antologica. Oggi siamo troppo impegnati a ospitare i traslochi dai depositi del Pompidou (da cui arrivano le mostre su Kandinsky e il Volto del Novecento), per vedere cosa nascondiamo nei nostri.
Gianni Colombo (1937-1993) ha segnato gli studi sulla percezione dello spazio con opere cinetiche che hanno trascinato lo spettatore al centro del quadro rendendolo protagonista dell'opera e della visione, come dimostra un “ambiente” davvero psichedelico ricostruito all'ultimo piano del Museo del Novecento. Sono passati vent'anni dalla sua morte. Non mi pare che qualcuno lo abbia detto.
Come già scritto nel blog precedente, un paio di settimane fa è scomparso anche Giancarlo Cazzaniga (1930-2013). Trovo sul web solo un trafiletto di Artribune che ne parla affettuosamente come di “uno degli artisti del Jamaica. Protagonista del Realismo Esistenziale, espose due volte alla Biennale di Venezia”. Dall'assessorato: il vuoto pneumatico.
Mi verrebbe da citare – uscendo un po' fuori del mio campo – anche Vittorio Sereni (1913-1983) con un altro doppio anniversario, cent'anni dalla nascita, trent'anni dalla morte, insieme al coetaneo Piero Chiara (1913-1986). Mi sembra che l'Università Cattolica abbia dedicato al primo un convegno.
So che i 200 anni dalla nascita di Giuseppe Verdi hanno esaurito le energie del Comune e intasato la città di celebrazioni. Però (s)piace ricordare che Sereni “scrisse” un capitolo importante della storia della letteratura italiana del Novecento. Se Del Corno ha trovato un soffio di energie per ricordare Munch, forse avrebbe potuto risparmiarle per concentrarsi sui nostri illustri morti milanesi, invece di andare a prenderne uno norvegese. Ma forse, sotto Natale, la neve, il freddo, il nord, le slitte, fanno più tendenza di una sana rispolverata della nostra memoria.  

giovedì 12 dicembre 2013

Un pensiero per Giancarlo Cazzaniga

Un grande artista, che ha fatto un pezzo di storia di Milano, 
dal dopoguerra in avanti. 
Storia dell'arte, ma anche del jazz. Che aveva nelle vene quando, vicino all'amico Chet Baker, 
improvvisava sulla tela ritmi e pause ispirate ai suoni del sax. 
Con la speranza che Milano non dimentichi e che
presto una mostra lo ricordi.

Allego un breve testo scritto in occasione del Premio Morlotti
di quest'anno dove, appena due mesi fa,
è stato celebrato con il premio alla carriera.



Roberto Tassi, in un bellissimo testo degli anni Settanta, pubblicato da Scheiwiller, parlò della pittura di Giancarlo Cazzaniga come di un «margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso, tra l'assunzione degli oggetti come fatti reali e la loro elaborazione come segni della memoria, come immagini risorte da un deposito psicologico».
In anni in cui, a Milano, dominava un sentimento condiviso di asperità, delusione e rabbia, che gli amici-artisti del realismo esistenziale tradussero nei segni cattivi, neri come la pece, di opere incise o dipinte col coltello fra i denti, Cazzaniga riuscì a effondere nelle sue immagini vaporose un'aria di tenerezza, lirica e tragica insieme, in grado di alleviare il peso di tale insostenibile disperazione. Non che, in lui, la disperazione non avesse messo le stesse radici profonde scavate nel cuore degli altri. Qualcuno, che lo conobbe da ragazzo, giura di averlo incontrato fra le vie di Brera e Solferino, così smagrito e fiaccato dalla fame da rischiarare il collasso. Ma, dietro i suoi occhi cerulei e il sorriso gentile, Cazzaniga aveva scoperto che l'antidoto allo sconforto era la poesia. La grazia, cioè, di raccontare storie di quotidiano strazio e rancore, velandole però di indulgenza. Che, in pittura, significò attingere a un passato più intimo e più italiano di quello, al contrario, furente di un Bacon, amato dai colleghi, da Ferroni soprattutto. Un passato alla De Pisis – per intenderci – che nei suoi mari immoti, nelle nature arse, negli uccelli impagliati, esprimeva, senza strilli, un male di vivere, acuto ma tollerabile.
Non per nulla, i fiori di Cazzaniga, coppe di petali e foglie effimere, nacquero come un omaggio allo scorrere lento della vita, al senso dell'attesa, deposto nelle polveri e nelle nebbie leggere calate sui suoi tavoli da lavoro, dove gli oggetti non si cristallizzavano come negli altarini laici di Ferroni, ma si sbriciolavano piano nell'atmosfera lattiginosa, simili a visioni fragili, trasognate, «segni della memoria – per tornare a Tassi - margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso».
C'è sempre stato infatti un bagliore di speranza, una nota di dolcezza nei suoi mazzi di fiori recisi, nei panorami arsi delle estati a Portonovo. Merito dei colori luminosi, verdi autunnali, lombardi, (morlottiani!), come pure gli azzurri opachi, i lilla foschi, i grigi perlati. Oppure i neri, stesi a tratti, a filamenti lanosi, negli sfondi vellutati degli studi solitari o dei luoghi del jazz milanese: i club dove Cerri, Intra o Gaslini inondavano l'aria con le tonalità calde del sax, che proprio nei neri compatti di Cazzaniga, più profondi della notte, sembrano ancora risuonare malinconici.
Grande Giancarlo. Maestro di un dolore sottile quanto la pioggia, che punge e allo stesso tempo è musica sulla terra. Goccia su goccia, come la sua pittura esile e veloce, che riporta alla mente un verso di Montale, al quale proprio Filippo De Pisis si ispirò commosso: «è una tempesta anche la tua dolcezza». 




domenica 8 dicembre 2013

Boston loves Italy


E la promuove anche meglio di noi.
Fra stereotipi e grande professionalità.

Torno dal mio ultimo viaggio a Boston con qualche riflessione da condividere. Non voglio che questo blog, a causa dei miei isterismi critici, prenda la piega del lamento, senza impegnarsi a suggerire qualche benché minima soluzione. Per cui ho deciso di partire dalle buone notizie, di passare velatamente attraverso il lamento e di approdare a un invito speranzoso.
La buona notizia è che gli americani (o meglio, i bostoniani, perché sono una razza a parte e sono gli unici di cui ho esperienza) ci adorano. Adorano l'Italia in generale. L'adorano per i soliti cliché, i luoghi comuni, gli stereotipi, l'arte, il cibo, il paesaggio, la simpatia e via gigionando, ma l'adorano. E questo è già importante. Chiunque si abbia occasione di incontrare, appena scoperta la nostra provenienza, si prodiga in elogi snocciolando origini italiane, punteggiate di riminiscenze del nostro vocabolario, con orgogliosa appartenenza. Questo accade nella vita, come nell'arte.
Nello splendido Museum of Fine Arts, un piccolo (neanche tanto) Louvre sull'oceano, è allestita in questo periodo una mostra dedicata a John Singer Sargent, il grande ritrattista americano, il signore del bel mondo e delle mise discinte delle lady di fine secolo, che nacque in Italia (1856), si formò in Francia, lavorò fra Londra, Boston e New York. Bene, in virtù del fatto che la mostra presenta numerosi opere in omaggio al paesaggio italiano, alle cave di Carrara, ai canali di Venezia, alle piazze di Firenze, ai giardini di Boboli, il bookshop allestito al termine del percorso (uno dei cinque presenti nel museo) è stato studiato tutto in perfetto Italian Style.
Fluttuando fra proposte di regali natalizi da fare invidia alla Rinascente, ecco allora tutti i grandi classici della nostra produzione; il famoso profumo delle isole italiane (e chi non ne ha uno sul comò?), la celebre ricetta del polpo all'italiana, la classica pasta tricolore, l'arcinoto tartufo nero di Parma (boh..), la squisita degustazione dei caffè alla veneziana. Per non parlare dei libri che maggiormente rappresentano la nostra storia: Camera con vista (ma non era dell'inglese Forster?), Il circolo Dante (ma non era un romanzo giallo americano?), Un incantevole aprile, bellissimo per carità, ma è anche lui inglese! della brava Elizabeth von Arnim. Insomma, l'idea che mi sono fatta è che la nostra identità sia traghettata all'estero da una sorta di mitologia, che gli altri hanno contribuito a costruire, in mancanza forse di una capacità nostra di promuoverci nel modo corretto.
Non lo dico con disgusto, come in tanti fanno arricciando il naso davanti a manipolazioni sbagliate, talora ridicole, delle nostre eccellenze, ma semmai con un velo di ammirazione. Penso a come sarebbe il bookshop nel Museo del Novecento a Milano se Electa (che lo gestisce), invece di impilare solo libri e cataloghi (a Boston i cataloghi di Sargent erano comunque notevoli), impilasse anche le scatolette del burro di Soresina, i cotechini del Peck (è giusto dietro l'angolo, un accordo non sarebbe impossibile da siglare...) il panettone delle Tre Marie, confezioni di “agnolotti del plin” (in omaggio, per esempio, alla mostra in corso di Pellizza da Volpedo) e, perché no, piccoli lussi firmati (o offerti?) da Prada, Krizia, Armani.
Nel main-shop del MFA, non manca mai infatti l'angolo delle grandi firme per visitatori vip che, durante le svendite del famoso “black friday”, è stato coronato da meravigliosi sconti. Inutile dire che c'era coda alla cassa; di gente arrivata anche solo per fare shopping, di turisti appena usciti da uno dei tre ristornati interni e che, con il ricavato, probabilmente, il museo si pagherà la prossima mostra. Copiamo chi ci copia.

martedì 19 novembre 2013

Raffaello a Milano

da La Repubblica, Milano, 19 novembre 2013

Milano, città d'arte, sposa il Rinascimento per Natale


Raffaello. È il maestro del Rinascimento italiano, della pittura perfetta, delle madonne bambine, eteree e dolcissime, la nuova star in arrivo, il prossimo 28 novembre, a Palazzo Marino per il tradizionale appuntamento con le mostre di Natale offerte da Eni ai milanesi. Se la formula già testata non cambia – un grande nome per un grande quadro – quest'anno varia invece il partner museale dell'iniziativa che non sarà più, come nelle ultime quattro edizioni, il museo del Louvre, ma toccherà ai Musei Vaticani siglare un prestito eccezionale. Quello della celebre Madonna di Foligno l'opera che, datata fra il 1511 e il 1513, Raffaello dipinse su incarico del segretario di Papa Giulio II, Sigismondo de’ Conti, come pala d’altare per la chiesa di Santa Maria in Aracoeli, poi trasferita nel convento dei SS. Anna e Francesco a Foligno. Un capolavoro di equilibro e spiritualità che rappresenta gli esordi dell'attività romana del maestro, impegnato con rigore nella ricerca di una sintesi ideale fra bellezza classica e umanità terrena. Dopo Caravaggio, Leonardo, Tiziano, De La Tour e Canova che l'anno scorso, con il duetto di Amore e Psiche, totalizzò oltre 225mila ingressi, la Sala Alessi di Palazzo Marino ospiterà un altro big dell'arte di tutti i secoli, con le sue schiere di angioletti burrosi entrati ormai nell'immaginario di tutti.  

martedì 12 novembre 2013

Autumn in Milan! Nulla da invidiare a NY...



Parco Sempione come Central Park.
Fra foliage e belle mostre in Triennale.
La migliore, quella dedicata a Piero Fornasetti.
Il signore del decoro eletto a dignità d'arte. Merita il viaggio. 

I soli raggianti, le donnine con le lacrime agli occhi o i baffetti da Charlot, i foulard, i cuscini, i piatti con i bordi smaltati d'oro, e poi gli sgabelli, gli armadi, le scrivanie e tutti gli oggetti per la casa decorati con motivi bianchi e neri, ispirati a una grafica d'altra epoca, a fantasie ottocentesche, da cartolina o stanza dei giocattoli. Piero Fornasetti (1913-1988) fu geniale nell'inventarsi un genere, uno stile dell'abitare basato su un immaginario trasognato e ironico, che divenne il suo marchio di fabbrica, la cifra inconfondibile di un maestro del design entrato ormai nella leggenda. Ecco perché, a cent'anni dalla nascita, il Triennale Design Museum rendere omaggio alla sua personalità eclettica, d'autore sfuggente a ogni etichetta, che insofferente alle regole riuscì a farsi espellere da Brera, per insubordinazione, nel cuore del Ventennio, e a ritagliarsi presto un ruolo autonomo nel panorama della ricerca estetica italiana sdoganando, a metà secolo, l'ornamento come dato fondamentale del progetto. Tanto che persino Gio Ponti, maestro (super)leggero, dal cuore razionalista, rimase affascinato, in anni di intensa collaborazione, dalle sue stravaganze figurative, dalla capacità di inondare di dettagli ogni superficie libera, senza renderla stucchevole. Merito dell'eleganza innata di un signore del buon gusto che, dalla sua famiglia benestante milanese, ereditò la classe, il portamento disinvolto, mani in tasca, foularino e gemelli, arrivando a raccontare storie visionarie con il dono della lievità. E della preveggenza. Si, perché disegnando motivi per soprammobili e carte da parati, stampando libri o decorando interni di edifici (Palazzo Bo a Padova e il Casinò di San Remo) o di navi da crociera (l'Andrea Doria, cui regalò le più belle cabine di prima classe mai esistite), anticipò di una quindicina d'anni l'intuizione di Roy Lichtenstein, star della pop art americana, creando opere d'arte coi retini tipografici dei fumetti. Le sue damine dagli sguardi languidi e le labbra rosse, ammiccano dalle teiere o dalle piastrelle, sfoggiavano visini di porcellana fatti di pixel e texture, già nei primi anni Quaranta. Lo dimostrano i prototipi di oltre 13mila, fra oggetti e decorazioni, di cui 700 in mostra, che usciti dalle sue dita su carte millimetrate, hanno animato un universo progettuale dove la tecnica sposò la fantasia, la tradizione incontrò la sperimentazione, la cura dei materiali andò di pari passo con un estro brioso, lirico, surreale. Mongolfiere, farfalle, cuoricini, non sono mai stati così glamour.

venerdì 1 novembre 2013

L'invidia dei tonti




Leggo su facebook un commento sdegnato sul fatto che il British Museum di Londra abbia realizzato il suo record storico di vendita di biglietti grazie all'esposizione di reperti archeologici in arrivo da Pompei, prestati dalla Sovrintendenza. Sdegnato perché pare che, sull'incasso, il nostro paese non abbia guadagnato nulla o, forse, non abbastanza, considerata la mostra straordinariamente riuscita, con tanto di overbooking.
Per prima cosa, non è dato sapere se la Soprintendenza o il Ministero abbiano richiesto un fee adeguato, come di norma accade; ma, considerata la nostra abilità contrattuale in fatto di beni culturali (è una cosa brutta speculare sulla cultura!), immagino che il fee non ci fosse o fosse minimo. Per seconda cosa, non capisco per quale motivo indignarsi se un museo, che è fra i più illustri, attivi, organizzati, professionali del mondo, riesca, non solo a raggiungere il break-even con una mostra (per noi è pura utopia), ma ci guadagni pure, arrivando saggiamente a destinare gli utili ai restauri dei pezzi in collezione, all'incremento dei servizi, alla organizzazione di eventi futuri che, a loro volta, e nella stessa logica, nutriranno il museo, evitando magari che cada a pezzi, come è successo a noi con la Domus dei gladiatori e, recentemente, anche l'antico lavatoio, proprio a Pompei.
In sostanza, ci arrabbiamo perché gli altri sono migliori di noi nel promuovere e sfruttare le nostre eccellenze. E vorremmo che, nel momento in cui ciò avviene, condividessero generosamente gli utili. Scusate, ma questo è opportunismo bieco, specchio di un'atavica inettitudine. Bravi loro. Scemi noi. Che concediamo pezzi in tutto il mondo, che vengono ammirati ovunque e quando si presenta la vaga possibilità di veicolare i turisti nel nostro raggio d'azione, le mostre fanno schifo, le statue si sbriciolano, il bookshop langue di pochi gadget polverosi, la cassa è chiusa per sciopero, o peggio, scaccia le coppie gay con prole perché non costituiscono una nucleo familiare e non hanno diritto allo sconto sull'ingresso... come è successo pochi giorni fa al museo etrusco di Volterra, che ha visto una coppia di Philadelphia uscirsene furente. Questo deve destare sdegno, non il fatto d'essere sempre noi il fanalino di coda, superati da tutti, persino nelle attività che dovremmo sapere fare meglio e con meno sforzo.
Perché stupirsi che certe collezioni private s'involino per l'estero, al fine di una adeguata valorizzazione. Per esempio, la collezione di stampe di Giorgio Upiglio, il più grande stampatore italiano (o del mondo) scomparso a metà ottobre, che ha donato tutto il suo archivio all'Archivio del Moderno di Mendrisio, in Svizzera. Come si poteva pensare che sarebbe finito in Bertarelli, la raccolta di stampe milanesi che, con milioni di fogli nei cassetti, promuove una mostra ogni tre anni e ha appena sbarrato la sala di consultazione per mancanza di personale? La collezione di Mario De Michele, mitico storico dell'arte italiano, la cui biblioteca conta 25mila titoli richiesti in consultazione da mezza Europa, risulta non consultabile, perché è stata sloggiata dalla sede deputata di Trezzo d'Adda grazie alla lungimiranza di giunta leghista che ha definito De Micheli “un illustre sconosciuto”, relegando i volumi in decine di scatoloni, oggi nei depositi di un'altra biblioteca dell'hinterland, che però non ha spazio per esporli.
Ho chiesto, una volta, alla biblioteca di Harvad, a Boston, di fornirmi alcune fotocopie di un volume da loro custodito: mi è arrivato il libro intero. Chissà cosa risponderà Trezzo o il Comune di turno al lettore tedesco, inglese o francese, che invierà una richiesta analoga per uno dei rarissimi volumi del grande Mario. Io, tutto sommato, valuterei l'ipotesi di spedire pachi e pacconi alla British Library. Probabilmente speculerebbero anche su questo, ma i libri almeno sarebbero sugli scaffali. Per lo sdegno, o l'invidia tardiva, dei tonti.  



venerdì 25 ottobre 2013

Warhol a Milano, Storia di un'amicizia

Warhol a Milano
Storia di un'amicizia
(da La Repubblica, ottobre 2013)


A dieci anni, collezionava monete insieme al papà, un intellettuale di origini bulgare, laureato in ingegneria a Lipsia, amante dei dipinti rococò ed emigrato in America al tempo della guerra. A diciotto anni, comprò la prima opera d'arte, la tela del pittore figurativo Samson, suo insegnante all’Università del Colorado. A diciannove anni, investì in borsa 10mila dollari che gli regalò il nonno e, con i guadagni, comprò un quadro di Franz Kline, maestro dell'espressionismo astratto, famoso per i grandi segni neri simili a ideogrammi giapponesi. Era il 1966 e Peter Brant, magnate newyorchese della carta da giornale, inaugurò così la sua raccolta destinata a diventare una fra le collezioni più ricche al mondo votate al lavoro degli artisti americani contemporanei. Andy Warhol in testa. Che Peter, giovanissimo, in abito stile college, inseguiva fra le gallerie di Manhattan. Come quella di Leo Castelli, il principe dei mercanti d'arte statunitensi che, nell'Upper East Side, fece la fortuna di Pollock, Rauschenberg o Jasper Johns, e poi di Roy Lichtenstein, il signore dei fumetti eletti a regola d'arte, e dello stesso Warhol, col quale però collaborò poco «perché – confessò a Brant – non era facile acchiapparlo ed era impossibile da gestire». Tant'è che i primi pezzi di Warhol acquistati da Peter, appena ventenne, non uscirono dal magazzino di Castelli, ma da dimore private che Leo gli suggerì di rastrellare a tappeto. Nel Missouri, a St. Louis, c'era un tale Jack Glenn, fabbricante di camicie da bowling, che fu felice di vendergli un ritratto del ballerino Merce Cunningham, oltre alla serigrafia Red Elvis, con la faccia del re del rock ripetuta 36 volte su fondo rosso. A New York, un tipo che viveva sulla Quinta Avenue gli cedette un ritrattone di Marilyn Monroe che aveva un foro in fronte. Era la mitica Blue Shot Marilyn, la “Marilyn blu sparata”, ovvero il volto dai toni fluo della Monroe che nel 1964 Dorothy Podber, una ragazzaccia del Bronx che frequentava la Factory, bucò con una pistolettata; la bravata, studiata per farsi notare, le costò l'allontanamento a vita dalla “fabbrica” del pop. È proprio attorno a queste immagini, simbolo degli esordi di Peter Brant nel mondo del collezionismo made in Usa, che ruota la mostra allestita a Palazzo Reale a Milano (prodotta dal Comune, 24Ore Cultura e Arthemisia, fino al 9 marzo), curata dallo stesso Brant con Francesco Bonami, intitolata in modo lapidario «Warhol» e dedicata all'affinità elettiva fra il divo dell'arte americana e il suo cultore appassionato. Ecco allora, dietro il sorriso fragile dell'icona più glamour del cinema, bellissima e mortale, riprodotta sui manifesti come all'epoca d'oro del suo boom mediatico, allineate centosessanta opere, disegni, serigrafie e decine di quelle polaroid che Andy scattava, con la sua inseparabile macchina al collo, ai personaggi famosi, da Liza Minnelli a Truman Capote, da Yves Saint-Laurent a Diana Ross, affidarti poi alle stampe nei colori elettrici delle tirature industriali. Quando conobbe Brant, nei primi anni Settanta, anche per lui scattò foto a raffica: sorridente, col sigaro strizzato fra i denti, o con il cappello da cowboy calato sugli occhi. Immagini flash di un'amicizia che, negli anni, li avrebbe portati a condividere l'avventura editoriale di «Interview», prima vera rivista fashion, e a produrre insieme due film, L'Amour nel '73 e Bad nel '76. Peccato che, impegnato in mille attività e mai realmente ripresosi dall'incidente del '68, quando Valerie Solanas, femminista folle, gli sparò rischiando d'ammazzarlo, Warhol avesse smesso di dipingere. Merito di Peter se, a un certo punto, («ti prego Andy ricomincia» insisteva, caldeggiato da Castelli) tornò a firmare serigrafie. Come quella di Mao, celebrità della politica svuotata di contenuti e ridotta a emblema di un'epoca tanto quanto le sue scatole di zuppa. O come l'infilata di teschi multicolori che, dietro un velo di seduzione, nascondevano lo stesso senso di deteriorabilità celato negli occhi di Marilyn, ritratta a due anni dalla scomparsa, o di Liz Taylor, ai tempi della presunta malattia. Ma anche nei volti dell'Ultima cena di Leonardo, riletta in versione techno e presentata proprio a Milano un mese prima della sua morte improvvisa, nel 1987. Altra icona popolare che, per il suo cuore inquieto, si trasformò, alla fine, in un segno del destino.

sabato 12 ottobre 2013

Addio storia dell’arte


Addio storia dell’arte
Il ministro Carrozza riesce a fare peggio delle Gelmini

Errare è umano, perseverare è diabolico. Pensavamo che Mariastella Gelmini con la sua riforma tecnicistica per una scuola moderna, agile, dinamica, in una parola superficiale, avesse toccato il massimo del raccapriccio varando la cancellazione la storia dell'arte da tutte le classi delle scuole medie superiori (ginnasi compresi); invece Maria Chiara Carrozza, che l'ha sostituita brillantemente dietro la scrivania del Ministero dell'Istruzione (ma perché non cancelliamo anche quello?), è riuscita miracolosamente a fare peggio. E cioè a prende atto del problema e a non risolverlo. Confermando, vale a dire, l'abolizione della disciplina su cui si basa, per eccellenza, la nostra storia, il nostro passato, le nostre radici culturali e, soprattutto, il nostro patrimonio nazionale più ricco.

Mentre l’indignazione monta, le polemiche fioccano e gli appelli aumentano, viene da chiedersi se tale drammatica disattenzione che aleggia ormai in modo costante intorno alle risorse migliori e alle potenzialità del nostro paese non sia frutto di sola ignoranza, ma faccia parte in realtà di un progetto preciso per l'affossamento dell'Italia. Anche perché, conti alla mano, persino la mente meno arguta e inesperta, capirebbe come sarebbe naturale far rendere i nostri beni dal punto di vista economico e non solo per una degna crescita civile. Con una battuta, stranamente felice, Vittorio Sgarbi ha affermato qualche mese fa in una intervista alla radio che «basterebbe un Giorgione per comprarci Colonia». Scherzi a parte, invece di alienare i capolavori dell'arte, sarebbe sufficiente considerarli al pari di un qualsiasi patrimonio messo a garanzia. Un patrimonio da valorizzare e su cui fare affidamento.

Per fare questo, il sistema dei musei e l'accoglienza turistica legata alle città d'arte, dovrebbero ispirarsi alla logica anglosassone che – a fronte di un patrimonio pari al 2% del nostro – è in grado di farlo rendere in modo straordinario. Il 75% dei musei americani risulta in attivo, mentre in nostri non arrivano neppure al pareggio di bilancio. Gli oltre 21milioni di turisti stranieri che approdano ogni anno in Italia per nutrirsi di arte (a loro andrebbero sommati altri 17 milioni di italiani in circolo) sarebbero una ragione sufficiente per avviare una politica di marketing adeguata. Rendendo mostre e musei più friendly, dotati di confort per l'accoglienza, sale relax, vari punti di ristorazione a misura di portafoglio; come il Fine Arts di Boston che ne offre tre differenti a seconda delle esigenze della clientela, dal sandwich alla cucina raffinata. Al Museo del Novecento, a Milano, esistente un unico ristorante, affacciato sul sagrato del Duomo dove, per un aperitivo, è necessario siglare un leasing. Meglio la vicina Triennale, che sfoggia un desing caffè ospitale e non troppo dispendioso, oltre a una comoda biblioteca con accesso a internet.

La convinzione che rendere gli ingressi gratuiti – così come è stato sperimentato in parte a Milano negli ultimi anni – avvicini il pubblico al museo, non potrebbe essere più deleteria. Intanto perché, come dice il detto, ciò che non costa non vale, e poi perché il museo deve avvicinare il pubblico, non svendendosi, ma aprendosi all'esterno, con un atteggiamento invitante, offrendo servizi per le famiglie che si sentano accolte come in una specie di parco dei divertimenti, dove si possono frequentare corsi insieme ai propri bambini, oppure semplicemente prendersi un caffè in un luogo cool, o acquistare gadget nei bookshop. Per l'ultima mostra di David Hockney alla Royal Accademy di Londra, a parte il biglietto di ingresso, parente a 20 sterline, che tutti gli inglesi acquistavano col sorriso stampato sulla faccia per la felicità di celebrare un talento nazionale (non so quanti abbiano sorriso per l'ultima grande mostra di Paladino...), il bookshop ha registrato un incasso giornaliero di 100mila sterline (25 erano le mie che ho comprato borse per tutti i parenti).

Nel solco della nostra logica nazionale, che distrugge e non crea, i bookshop dei musei italiani devo invece rispettare la regola ferrea di non esporre gadget inadeguati al livello culturale delle mostre. Niente gingilli, oggetti ameni, curiosità aliene al tema dell'esposizione. Al Louvre e al Met di New York, insomma, dovrebbero chiudere mezzo negozio. Ciò spiega l'aria depressa dei bookshop nostrani, l'atmosfera infermieristica, dove brillano libri e libroni, ma non c'è l'ombra di una mezza curiosità. L'arte, con questa mentalità retrograda (Gelmini in testa) finisce necessariamente per annoiare, stantia e muffosa come i musei che non la sanno comunicare. Di conseguenza, inutile continuare a insegnarla nelle scuole, se tanto poi al museo non ci andiamo o ci andiamo solo se ce lo regalano e poi spendiamo 20 euro nel pub di fronte. La verità è che, agli strateghi della politica culturale italiana, non interessa farlo rendere, nel senso economico del termine, considerarlo un patrimonio su cui investire, proprio come l'America, che riesce a investire anche in musei senza patrimonio, costruiti sul niente, ma costruiti benissimo! Per questi abili strateghi, l'arte e il turismo che da essa deriva (40 milioni di fruitori l'anno dovrebbero far riflettere) sembrano non fare parte delle nostre potenzialità, oltre che del nostro dna, delle nostre radici, del nostro valore da propagandare come un bene di lusso.

L'arte è un peso da gestire (perché, comunque, un patrimonio richiede attenzione). Meglio allora perseverare come la Carrozza e contribuire a fare crescere una nuova generazione senza passato. Che continuerà – come già purtroppo accade – a fare la fila davanti al Louvre (i primi visitatori in termini numerici sono sempre gli italiani), ignorando che Brera, a Milano, ha altrettanti e splendidi capolavori. Non so se, per migliorare tutto questo, bisognerà cambiare la testa ai politici o alla gente comune. Io, per non sbagliare, la cambierei a entrambi.  

domenica 29 settembre 2013

Mostre a Milano

A Milano s'è aperta la stagione delle mostre. Sotto l'etichetta "Autunno americano", la rassegna organizzata dal Comune in coincidenza con l'anno della cultura italiana negli States, ha inaugurato la grande esposizione dedicata a Pollock e agli Irascibili newyorchesi. Peccato che tanto grande non sia (pochi pezzi, molti usciti dai depositi) e che non ci sia l'ombra di una mezza idea nuova. Una musica jazz in sottofondo, per esempio? O un racconto punteggiato di vite d'artisti? E che vite!
Niente di tutto questo, purtroppo. Meglio allora la retrospettiva su Josef Albers alle Stelline. Storia di una mente (della pittura) meravigliosa. A beautiful mind, che vale una gita in città.



«Se qualcuno dicesse “rosso” e, davanti a lui, ci fossero cinquanta persone ad ascoltarlo – spiegava Josef Albers (1888-1976) – è certo che, in ogni testa, si formerebbe un tipo di rosso particolare, per un totale di cinquanta tonalità diverse». Colpa della vista, che fa sempre strani scherzi. Ma, soprattutto, della nostra mente, che percepisce le cose in modo soggettivo, modificate dalle esperienze, dai moti dell'animo, dalla sensibilità. Basta una visita alla bella antologica che la Fondazione Stelline in collaborazione con la Josef & Anni Albers Foundation dedica al maestro tedesco dell'astrazione emotiva, per testarlo di persona. Per scoprire, cioè, che un'opera intitolata proprio Rosso degli anni Sessanta, utilizza sfumature minime del colore per suggerire un movimento illusorio e una profondità che non c'è. Mentre la Variante rosa arancione circondata da 4 grigi del 1947, dipinta a olio su masonite, pigmento puro steso in aree perfette come un compito di aritmetica, sembra domandare allo spettatore quale sia la tinta dominante. Ognuno – sosteneva Albers – tende a individuare d'istinto la tinta che meglio riflette il suo spirito; peccato che ogni colore occupi una superficie identica alle altre. Provare per credere. Non sono i giochi di un mentalista, ma la dimostrazione di un teorema. Albers l'artista, lo scienziato, il teorico del colore, l'allievo e docente del Bauhaus che, in fuga dal nazismo, arrivò a insegnare al Black Mountain College del North Carolina e poi nel Dipartimento di Design di Yale, incantò così tutti i suoi studenti. Mettendo alla prova le loro capacità intuitive, invitandoli a sperimentare effetti ottici e bacchettando le composizioni inesatte. Per spiegare la magia delle curve – racconta chi lo conobbe bene, come Nicholas Fox Weber che ha curato la mostra insieme a Nick Murphy – accarezzava i fianchi delle ragazze, con i suoi modi galanti, alla Clark Gable, brillantina e giacche su misura. Con i maschi, invece, era impossibile, tanto da aver terrorizzato alcuni nomi illustri cresciuti fra i suoi banchi: Robert Rauschenberg, signore del new dada americano, o Robert De Niro (senior), il papà dell'attore, espressionista astratto di scuola newyorchese. Vulcanico, cervellotico, aggressivo, trovava pace solo nello spazio mistico dei suoi quadrati concentrici (di formazione cattolica credeva in un paradiso geometrico, come Dante), in armonie di sistemi dove la razionalità – memore del Bauhaus – poteva finalmente sposare la poesia. «Sublime Optics», ottica sublime, è infatti il titolo azzeccato della mostra che, in un'ottantina di lavori, dagli esordi figurativi, già segnati dalla ricerca maniacale di una regola, fino alle visioni ipnotiche della maturità, in cui rampe di scale salgono e scendono a seconda del punto di vista, riassume l'ossessione di una vita. Per le leggi dei colori, delle forme e degli occhi che, diceva, «voglio aprire a tutti, affinché possano vedere davvero». Una lezione che si rinnova alle Stelline, ma anche all'Accademia di Brera dove, da mercoledì 2, sarà allestita una sezione riservata al metodo d’insegnamento di Albers, mentre Fox Weber lunedì 30 terrà nel Teatro In-Stabile del Carcere di Bollate un incontro sui segreti di questo matematico romantico, mente meravigliosa dei numeri e della pittura.
/da La Repubblica, giovedì 26 settembre
Fondazione Stelline, c.so Magenta 61, fino al 6 gennaio, orari: mar-dom 10-20, ingresso: euro 8/6
Info 02.45462411, lunedì 30 su prenotazione www.stelline.it